Con la forza del mare

È dunque possibile che perdendo il nostro riflesso e la nostra ombra nell’acqua, ci trasformiamo in creature migliori?

 

“Chi si bagna non si riflette” così scriveva Gaston Bachelard. Il nuotatore che agita la superficie del mare, che si immerge nelle acque di un fiume o di un lago allontana il suo corpo da un luogo conosciuto, per farlo entrare in uno spazio informe, spesso infinito e oscuro. Il suo corpo proietta schizzi. Lo spazio dell’acqua va in frantumi. La forma del corpo, la nitidezza dei pensieri e i limiti del mondo così come lo conosciamo si fanno vulnerabili. Tutto quel che possiamo fare è riconfigurare le nostre certezze, sentendo lo spazio che ci circonda come un universo altro, come un liquido primordiale dal quale proveniamo e al quale apparteniamo.
E’ dunque possibile che perdendo il nostro riflesso e la nostra ombra nell’acqua, ci trasformiamo in creature migliori?

 

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Peter Matthews artist ocean sea painting art practice platform green1

Peter Matthews, A Journey In, On and With the Pacific Ocean, 2015, courtesy l'artista e BEERS London

Luogo della vita ma anche della morte, il mare è sede di un numero inimmaginabile di storie e di racconti. Spazio da attraversare in cerca della terra promessa, frequentemente protagonista di disastri ecologici, il mare è uno dei campi di battaglia più noti per la sensibilizzazione sulle problematiche ambientali.
Soggetto tra i più suggestivi della poetica romantica, in modo particolare della pittura di Caspar David Friedrich, il mare è uno dei luoghi all’interno dei quali prende forma il sentimento del sublime. Che sia quieto oppure tempestoso, l’enorme distesa di acqua è in grado di ridimensionare la tendenza “egocentrica” dell’uomo contemporaneo.
“L’individuo, punto minuscolo nell’immensità, nullità tra il niente e il tutto, [nel mare] non vi si riflette, ma vi si perde. Cancellato dalla scena come un insetto.” (cit. Cécile Guérard, Piccola filosofia del mare, Ugo Guanda Editore, 2006, p. 52).

Il mare è anche il luogo della scoperta, del contatto autentico con un elemento naturale tanto legato alla vita, fonte di ispirazione per animi poetici e solitari.
Da qui parte la ricerca artistica di Peter Matthews, artista londinese che ha fatto del mare il suo interlocutore privilegiato. Come un moderno pittore neo-romantico, Peter Matthews veste i panni di un esploratore alla ricerca del sublime. Da diversi anni l’artista ha deciso che per poter dare forma alla sua pittura è necessario il contatto diretto e incondizionato con il mare.
Da questa consapevolezza scaturisce l’esigenza di dirigersi fisicamente verso l’oceano, sia esso Pacifico o Atlantico. Il passaggio successivo, che prevede l’immersione nelle acque spesso mosse e pericolose implica tempi di permanenza nelle acque salate che risultano molto spesso fisicamente impegnative e pericolose.

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In ordine: A Journey In, On and With the Pacific Ocean, 2015; veduta dell'istallazione nell'ambito della mostra No Man Is an Island presso il Künstlerforum Bonn, Germania, aprile, 2018. Fotografia di Álvaro Valdecantos e Cynthia Rüehmekorf. Courtesy l'artista e BEERS London

È in questo momento che Peter Matthews trova quella sintonia necessaria per dare libero sfogo alla propria creatività. Al limite con una pratica che potrebbe essere letta come performativa l’artista immerge le tele nell’acqua e dà inizio alla fase di produzione. Un lavoro che avviene a “quattro mani”, che è tanto produzione di un opera quanto esplorazione delle potenzialità espressive della natura. Riportate poi sulla terra ferma, le tele accolgono gli ulteriori segni che l’artista decide di lasciare; si tratta di suggestioni che emergono dal profondo, che danno vita a un’iconografia e una cromia i cui riferimenti sono celati nelle profondità marine.
Per Matthews, il mare si presenta come manifestazione di una sfida: una ricerca da cui imparare e adattarsi; forse un'ossessione esasperante e pericolosa per la vita che, al suo massimo trascendente, offre all'artista un assaggio di una bellezza che si estende oltre l’orizzonte.

 

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Peter Matthews, In and With the Pacific Ocean (Chile), 2018, Courtesy l'artista e BEERS London

“È una cruda realtà che molte opere di Matthews siano perse negli oceani che producono queste opere monumentali. E sono monumentali, sia nella dimensione che nella portata. Ma fanno riferimento al sublime nella loro presenza e anche alla loro assenza: suggerendo un viaggio che l'artista ha intrapreso, andando alla deriva, sollevando, gonfiando e respirando da qualche parte là fuori negli splendidi spazi liminari fluidi tra oceano e terra. Per Matthews, ogni giorno è un'avventura, "trovato e rivelato all'interno dell'esperienza dinamica del vagabondaggio con il sublime, il misterioso, l'ignoto", dove Matthews dipinge dentro, sopra e sotto la superficie dell'Oceano Pacifico. Ma per Matthew's il vero oggetto dell'arte esiste dove l'oggetto si perde nel soggetto, dove l'oceano e il dipinto sono indivisibili l'uno con l'altro e dove l'oceano e l'universo scrivono la propria immagine.”