Capitolo finale

Due elementi saltano immediatamente all’occhio quando si osservano i lavori della serie “Capitolo Finale” di Simone Monsi.
La prima è l’hardness dei “macro pixel” che saturano la superficie delle presenze totemiche, il cui soggetto è sempre il medesimo: immagini di tramonti dai colori decisamente vividi. La seconda è la softness che queste sculture naturalmente esprimono, nel loro fare riferimento a mani e oggetti morbidi di uso domestico.
In un certo senso è come se l’artista volesse dichiarare fin da subito quali sono i due mondi a cui fa riferimento. Da un lato l’universo digitale, quello che vive nei nostri smartphones, tra touchscreen, schede video e micro componenti elettronici, dall’altro quello naturale in cui siamo immersi.

Simone Monsi formalizza quella che è ormai la normalità. Una tecnologia che ci permette di fotografare la realtà, di intervenire virtualmente su di essa fino a crearne infinite versioni possibili.
Succede così che non si riesca più a comprendere il limite tra originale e artefatto. L’esperienza di intervenire autonomamente sulle immagini grazie ai programmi di ritocco presenti sugli smartphones permette a chiunque di essere un pò artista e un pò graphic desiner. Allo stesso tempo si tratta di un’esperienza emblematica che si colloca in maniera simbolica all’interno di un palinstesto di azioni neo liberali che hanno come protagonisti l’uomo del XXI secolo.

 

CAPITOLO FINALE: Let’s Forget About It Let’s Go Forward – From Meaning To Intensity, il ventiseiesimo episodio di Mani!! I Love Holding Hands – It’s okay for me to be here!, 2016, mixed media, dimensione variabile. Courtesy l'artista e UNA gallery, Piacenza. Foto © t-space studio

L’artista parte da fotografie di tramonti digitalmente alterate che si trovano nell’universo di Instagram. Immagini all’interno delle quali il foto ritocco rende il colore di questi soggetti, già naturalmente acceso, ancora più saturo e vivace. Il rimando è quello a un fenomeno ambientale sempre più comune: la presenza di tramonti estremamente colorati, ma proprio per questo innaturali e tali a causa della presenza di micro particelle di carburante nell’aria.
Anche Federica di Carlo, artista a cui Platform Green ha già dedicato una archivio, ha realizzato una serie di lavori molto interessanti su questo argomento. Nel suo caso, l’arcobaleno diviene manifestazione visibile della fragilità dell'equilibrio in cui si trovano il pianeta e le nostre esistenze.
La domanda che l’artista si e ci pone è la seguente: può un fenomeno atmosferico come l'arcobaleno segnalarci qualcosa al di là della sua affascinante bellezza?

 

In ordine: Federica Di Carlo, Untitled / The unbearable lightness of being, veduta dell'installazione presso l'Istituto Svizzero, Roma, 2017, stampa su plexiglass, morsa;
dettaglio;
Come in cielo così in terra (progetto in corso dal 2013), stampa digitale su plexiglass o vetro. Courtesy l'artista. Foto credits Fausto Brigantino

“Capitolo Finale è uno dei tre lavori che ho realizzato per il mio Degree show a Goldsmiths. In questo lavoro in particolare volevo condensare tre elementi che erano stati centrali nella mia ricerca dei due anni precedenti: la mano, a rappresentare le frizioni tra corporeità e tecnologia; i tramonti presi da Instagram, utilizzati come metafora di una transizione verso la nuova era geologica dell’Antropocene; e le piccole gambe che fuoriescono dal corpo di Lilith, personaggio di Evangelion, a simboleggiare un interesse più ampio verso il tema della solitudine presente nell’anime. Nelle mie sculture, quelle gambe sembrano anche radici e per un attimo le manone diventano alberi. C’è un senso di vitalità grottesca in queste foto di Instagram che sviluppano delle gambine per scappare via...Il titolo del lavoro poi è strutturato come negli anime, dove il titolo dell’episodio è diviso in due parti a cui si aggiunge il titolo principale della serie con sottotitolo; spesso anche unendo termini inglesi con il giapponese che io ho sostituito con l’italiano. Ciascuna delle quattro parti del titolo rimanda a un momento importante del percorso seguito nella mia ricerca, con riferimenti che vanno da Bifo Berardi a Hiroki Azuma allo stesso Evangelion. 
Lo stesso discorso vale per il “ventiseiesimo episodio”, che tradizionalmente è quello finale nelle serie anime. Che fossi pronto o no, stava arrivando l’ultimo episodio di un percorso iniziato sei anni prima, quando per la prima volta mi sfiorò l’idea di proseguire gli studi all’estero. Un momento che per me rappresenta la metabolizzazione di tanti anni di studio, l’accettazione del fallimento di un sistema economico che aveva promesso di renderci più ricchi generazione dopo generazione e il mio posizionamento all’interno di un discorso accademico che riflette su possibili scenari futuri. E da lì ripartire, come parte integrante di una comunità, di un network".

(Estratto dell'intervista tra l'artista e Marco Arrigoni, pubblicata su ATP Diary il 21 febbraio 2017).

  

Like Mops on the Beach, 2016, seta, acciaio, ferro, pittura acrilica, 71x68x106 cm, 70x106x57 cm. Courtesy l'artista e UNA gallery, Piacenza. Foto © t-space studio