ARTISTA - AMBIENTALISTA - POETESSA - DELLA NATURA

La galleria Paula Cooper di New York, ha recentemente presentato una mostra personale della grande artista americana, che incarna forse il modo più utopico e partecipato in cui è stata interpretata l’arte che dialoga con la natura dopo gli anni sessanta.

“Meg Webster ha iniziato la sua carriera di artista negli anni ottanta e incrociando tra loro tradizioni diverse: Land Art (è stata assistente di Michael Heizer), l’eredità minimalista e la scultura oggettuale degli anni ottanta, condividendo questa esperienza con il compagno di strada Robert Gober. La sua sensibilità verso la natura l’ha condotta a creare due tipi di lavoro: opere che parlano attraverso forme semplici, materiali naturali, un aspetto totemico e quasi rituale, evocative di un legame tra tutti gli elementi del cosmo; e opere, o meglio operazioni, in cui la natura entra a far parte della dinamica sociale.”*

Il lavoro dell'artista trae ispirazione nella bellezza intrinseca degli elementi e materiali naturali. Mediante l’utilizzo di metallo, vetro e sostanze organiche some sale, terra, ramoscelli e muschio, l’artista realizza installazioni di grandi dimensioni e strutture che si radicano nella tradizione delle esperienze artistiche degli anni Settanta della Land Art. Influenzata altresì dagli artisti del Minimalismo, come Donald Judd, Carl Andre e Robert Morris, Meg Webster disegna opere secondo un vocabolario rigoroso con l’obiettivo di creare forme geometriche semplici che chiamano in causa in maniera diretta e multisensoriale il corpo e i suoi sensi.
In Volume for Lying Flat, Webster assembla torba e muschio verde per creare un letto a misura d’uomo. Sensazioni di piacere, fertilità, coincidono con ciò che viene offerto allo sguardo, e con il profumo fresco di muschio umido. Un’opera viva, che richiede luce, acqua e cure costanti.

 

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In ordine: Meg Webster, veduta dell'installazione presso Paula Cooper Gallery, New York 2016; Volume for Lying Flat, 2016, torba, muschio, terriccio, 55.9 x 149.9 x 207 cm; Mother Mound Salt, 2016, sale, 106.6 x 289.5 cm. Courtesy l'artista e Paula Cooper Gallery.

Nel caso di Stick Structure, Meg Webster ha raccolto rami, ramoscelli, piante da fiore raggruppate fino a formare una struttura circolare chiusa. L’installazione, dalla natura effimera, attinge da diversi giardini locali che possiedono un’abbondanza di vegetazione tale da poter soddisfare questa raccolta stagionale. Camminando all’interno dell’opera, i visitatori sono avvolti e immersi nelle sensazioni, le consistenze e i profumi che questi materiali naturali rilasciano.
Novemila libbre di sale grosso sono invece quanto l’artista ha impiegato per creare una scultura dal titolo Mother Mound Salt: un monumento alla terra e alla sua generosità, in grado di evocare la curva della terra così come la sinuosità del corpo femminile in gravidanza.
La sua forma primordiale e la dimensione così importante smentiscono la delicata materialità di milioni di micro cristalli.
Realizzata in occasione della mostra “Natura Naturans” a Villa Panza, Solar Grow Room è invece un vero e proprio ecosistema ricreato dall’artista e mantenuto in vita da pannelli solari che sono stati installati all’esterno dell’area espositiva. Immerso nella luce rosa delle lampade solari, questo giardino è composto da erba, muschio, fiori, piccole piante e vegetazione di vario tipo, tutti contenuti all’interno di fioriere sollevate da terra.
Ambientalista da tutta la vita, Meg Webster ci spinge alla consapevolezza nei confronti della natura, quale energia vitale in continua evoluzione e monito alla disattenzione che l’uomo ha rispetto all’importanza delle risorse energetiche e naturali della Terra.

 

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Meg Webster, Solar Grow Room, 2016, 4 fioriere sollevate con erba,fiori e altra vegetazione, impianto elettrico alimentato da pannelli solari, luci, mylar, ogni fioriera: 106.8 x 127 x 127 cm. Courtesy l'artista e Paula Cooper Gallery.

“La vicenda del rapporto arte/natura, però, non si è svolta solo in musei, o provocatoriamente, lontanissimo dai musei medesimi: un riferimento importante per il lavoro di Meg Webster è la manipolazione del parco urbano, sul precocissimo esempio di quello che Alan Sonfist propose nel 1965 al Greenwich Village di New York; nel 1982 Agnes Denes seminò a Manhattan, in un’area lasciata vuota dalla speculazione (e poi ripresa), un campo di grano dimostrativo. E’ su uno sfondo come questo che possiamo apprezzare il contributo dell’artista, il cui specifico è una grande capacità di empatia con l’ambiente ottenuta non solo con la vista, ma anche attraverso il tatto, l’odorato, la sensazione data dal camminare e dal muovere il proprio corpo di spettatore in mezzo alle creature vitali che ci presenta. Per vitale si intende anche una struttura di minerali, laddove la struttura del minerale ha comunque una sua intelligenza interna che ci viene evocata”*: un giardino.

 

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“La natura diventa parte di noi stessi, si recupera un istinto fondamentale, l’origine comune. Il cielo, il mare, gli alberi, sono parte cosciente di un essere più grande che ci genera. La vita della natura è come la nostra vita, la nascita, la fioritura, i frutti, il tramonto, l’attesa. E’ la nostra storia, anche quella del nostro io più intimo e più profondo”
(Giuseppe Panza di Biumo)

*Angela Vettese, La terra e la cura, in Meg Webster. Opere – Works 1982-2015, Silvana Editoriale, 2015. Catalogo alla mostra presso Villa Panza, Varese (12.06.2015 – 20.02.2016), a cura di Angela Vettese e Anna Bernardini