LIVING ROOM

di Elisabetta Villani


Si è conclusa lo scorso 10 aprile 'Living Room', la prima personale italiana dell’artista francese Michel Blazy, a cura di Lorenzo Giusti, presso il Man di Nuoro.
L’evento ha di fatto aperto un programma annuale, che il museo ha deciso di dedicare alla riflessione sulle trasformazioni del pensiero ecologico. Un percorso che a breve toccherà la sua seconda tappa, con la mostra 'Arrivederci' di Ettore Favini, curata da Chiara Vecchiarelli.

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Michel Blazy, Mur qui pèle bleu (Muro scrostato blu), 2016, acqua, agar-agar, colorante alimentare blu, courtesy: Art Concept, Parigi

Living Room, mettendo in dialogo opere recenti e nuove produzioni, ha indagato diversi aspetti della poetica di Blazy, che da 25 anni lavora utilizzando materiali organici, integrandoli con oggetti di consumo.
Il progetto è stato pensato come un intervento site specific per il piccolo spazio al piano terra del museo; il palcoscenico di un teatro in continua trasformazione, all’interno del quale l’artista ha lasciato alla materia vivente, vegetale, organica, il ruolo principale dell’intero “atto performativo”.
Un ‘salotto animato’ all’interno del quale gli spettatori si sono potuti muovere, interagendo con oggetti familiari, di uso comune, apparentemente statici, ma silenziosamente dinamici, diventando essi stessi testimoni e attori dell’incessante ciclo del vivente.

 

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In ordine: Michel Blazy, Pull Over Time, 2016, acquario, abiti, scarpe sportive, vecchi dispositivi elettronici, piante, acqua, courtesy: Art Concept, Parigi; Living room, Museo MAN, 26 febbraio - 10 aprile 2016. veduta dell'installazione; Pull Over Time, 2016, dettaglio, courtesy: Art Concept, Parigi

Come spesso accade nei lavori di Blazy, l’opera, che è a contatto con le condizioni mutevoli di temperatura, luce e umidità, è al centro della rappresentazione della vita, si relaziona al tempo, secondo un processo di rinnovamento infinito, tra nuove nascite, germinazioni, decomposizioni e morti ripetute.
All’interno, quindi, del macro-ecosistema museo/mondo, Blazy rappresenta i micro-ecosistemi opere, nelle quali l’uomo è un protagonista partecipe tanto quanto la natura, come metafora della condizione terrestre.
Pensiero questo ben sintetizzato nell’opera Acquario, un vero vivarium contemporaneo, all’interno del quale l’artista ha fatto convivere lavori autonomi, indipendenti tra loro, già esposti in progetti diversi.
Qui, vecchi maglioni e pantaloni, scarpe sportive usate, macchine fotografiche digitali, sono stati piantati, e innaffiati, diventando il terreno di nutrimento per le specie vegetali, trovando, nel nuovo allestimento, una nuova vita, espressione di un sistema di relazione che tiene unite le cose e l’uomo, secondo una visione olistica della realtà. “Un grande tutto”, dove i processi, una volta attivati, sono imprevedibili e sfuggendo al controllo stesso dell’artista diventano inarrestabili.
Si tratta sempre di esperienze uniche, che in quanto tali, non si ripeteranno mai alla stessa maniera.

Così il Mur qui pèle, che Blazy ha realizzato in blu, appositamente per il Man (fa parte della serie di pitture murali “che si spellano”, già realizzate in altri colori), ha seguito un processo esclusivo di sgretolamento e crepatura a causa dei particolari movimenti interni della materia (i parametri idrotermici dello spazio) a contatto con il luogo specifico. Nella fase iniziale l’installazione e la sua pittura risultava uniforme e il muro presentava meno crepe, a conclusione della mostra la bellezza dell’opera è stata invece strettamente legata al grado di “sbucciamento, scrostamento” raggiunto.
La nuova piantagione di piccole specie vegetali autoctone, raccolte al monte Ortobene di Nuoro, ha abitato invece il vecchio portatile Mac del direttore del Man, rafforzando il dialogo che si instaura tra natura e cultura, in particolar modo la cultura tecnologica. L’opera riflette sull’entità temporale, intesa propriamente come durata della vita dell’opera, in rapporto al tempo effimero della moda, a quello fisico della materia inerte che costituisce gli oggetti e a quello naturale di crescita delle piante.

 

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In ordine: Michel Blazy, Avocat (Avocado), 1997-2016, avocado, vaso, courtesy: Art Concept, Parigi; Sans titre (Senza titolo), 2016, computer, terra e piante di Nuoro, courtesy: Artista e Museo MAN

La riflessione sulla trasformazione dell’opera, in relazione alle variabili spazio-tempo, viene ulteriormente riproposta in Pierre qui sèche, una pietra seccata fatta di colla per carta da parati e colorante alimentare, che a seconda del clima interno, si sarebbe anche potuta sciogliere, di fatto spaccandosi e cambiando colore.
Per Blazy è importante non dissociare il processo dal risultato. L’attenzione non è rivolta semplicemente all’oggetto finale realizzato, ma è fondamentale la storia della creazione di ogni lavoro, che a sua volta innesca un ulteriore processo evolutivo e di riflessione.
Tutta la poetica dell’artista si può racchiudere in Avocat, l’opera più concettuale della mostra, oltre che la più radicale di tutta la sua attività artistica. Si tratta di un ready made, nato da un’unica azione creativa, quella indotta inizialmente col rovesciamento del vaso e dal tentativo di forzare lo sviluppo della pianta in una direzione orizzontale, inusuale.
E’ un’opera che ha 17 anni, nata dal nocciolo di un avocado comprato in un supermercato e poi piantato. Blazy la trasporta ogni volta con sé, mettendone a rischio la vita, l’esistenza e la sopravvivenza.

Ecco dunque la chiave di lettura: non è contemplata nessuna forma di fragilità o di debolezza della natura, che anzi, nonostante il tentativo umano di condizionamento dovuto al capovolgimento del vaso, trova comunque il modo per continuare a crescere. Diventa un ‘individuo’ pianta rispetto al quale l’uomo individuo non ha alcun potere e dominio.
Questo approccio di tipo organicista di Blazy, alla base del quale riconosciamo i fondamenti stessi dell’ecologia profonda (Deep ecology di Arne Naess), nega la visione antropocentrica del mondo, la vanità di superiorità dell’uomo su tutto, esaltando la riconciliazione tra le parti viventi nella prospettiva biocentrica di uguale valore e importanza.

 

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In ordine: Michel Blazy, Barbacaen, 2010, crema al cioccolato, uova, farina di cocco, latte in polvere su legno mangiato dai topi, courtesy: Art Concept, Parigi;  Living room, Museo MAN, 26 febbraio - 10 aprile 2016. veduta dell'installazione

“Alla fine, non è possibile opporsi alla natura. È per questo che non credo si debba “proteggere il pianeta”; non ha bisogno della nostra presenza, e l’umanità è una parte infinitesimale della sua storia. La sola cosa che dobbiamo proteggere siamo noi da noi stessi.” (Michel Blazy)