SCULTURA / LA MOSTRA AL MART DI ROVERETO

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Giuseppe Penone, Anatomia 6, 1994, collezione privata. Foto @ Mart, archivio fotografico e mediateca/Carlo Baroni

“Quello che per me più conta nell’arte è di far dimenticare la materia. Lo scultore deve, riassumendo impressioni ricevute, comunicare tutto quello che ha colpito la sua sensibilità, affinché, guardando la sua opera, si provi interamente l’emozione che lui ha sentito nell’osservare la natura.”
Con queste parole, Medardo Rosso rivela l’importanza di fare sì che, guardando quello che l’artista ha tradotto di un soggetto, sia possibile ristabilire l’ “impressione” della parte mancante. “Nella natura non esistono limiti, quindi non ce ne possono essere in un’opera. Così si potrebbe ottenere l’atmosfera che circonda la forma, il colore che la anima, la prospettiva che rende possibile la sua collocazione.”
Il lavoro di Giuseppe Penone sembra rievocare la dimensione descritta da Medardo Rosso, che mette al centro della pratica scultorea il gesto, come l’atto di imprimere e di rendere visibile ciò che è celato ai nostri occhi.

 

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Giuseppe Penone, Trattenere 6 anni di crescita (continuerà a crescere tranne che in quel punto), 2004-2010, collezione privata, dettaglio; Sigillo, 2012, Courtesy Gagosian Gallery. Foto @ Mart, archivio fotografico e mediateca/Carlo Baroni

Dopo la mostra del 1998, presentata negli spazi della Galleria Civica d’arte contemporanea di Trento, il Mart di Rovereto dedica una bellissima mostra personale al lavoro di una delle figure artistiche più poetiche e affascinanti della scena internazionale.
Il linguaggio dell’artista di origini cuneesi, conferma ancora una volta di essere poesia pura, che affonda le proprie radici nella natura, intesa nel senso primordiale del termine, dunque fonte, origine.
A poco serve celebrare nuovamente il suo lavoro, poiché esso parla per sé. Attraversare la sala a lui dedicata, all’ultimo piano del Mart, significa immergersi in un’atmosfera che trasuda di emozione: quella per un rapporto ancestrale, religioso, intimamente connesso con l’elemento naturale, che da sempre ha rappresentato il leimotiv della ricerca artistica e della vita di Giuseppe Penone. Lo spazio, che ha riacquisito sembianze da tempo celate, accoglie e interagisce con le opere, in un dialogo ricercato con l’architettura del museo.

 

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In ordine: Giuseppe Penone, Avvolgere la terra - corteccia, 2014, collezione privata e Avvolgere la terra - Rising Earth, 2014, collezione privata; veduta della mostra, 2016; Corteccia, 1983, collezione privata; Corteccia, 1986, collezione privata. Foto @ Mart, archivio fotografico e mediateca/Carlo Baroni

La mostra, più che una retrospettiva è un percorso specifico che ruota attorno alla pratica scultorea di Giuseppe Penone, artista che fa del gesto e della gestualità scultura; che si tratti dell’atto di raccogliere una manciata di terra, di dare forma al respiro, di scavare un tronco per riportarne alla luce l’albero e i suoi rami, di video-riprendersi durante performance come Soffio di Foglie (1979) o ancora di svelare e di levigare la Pelle del monte.
Ancora una volta ricorre la materia vegetale, il marmo, il bronzo, l’aria, la terracotta, attraverso alcuni lavori mai esposti prima, come ad esempio l’opera Corteccia, del 1986. Manca all’appello il legno, tuttavia evocato nell’enorme Spazio di luce, del 2008, allestito nel cavedio del museo.
Giuseppe Penone ci insegna a riappropriarci del rapporto ancestrale che l’uomo ha con la natura, poiché, come egli stesso afferma “l’uomo è natura”; ci invita a riscoprire la semplicità di gesti fondamentali, ad ascoltarci mediante i processi naturali che ci circondano, a comprendere la terra dalla quale proveniamo. Il suo lavoro è linfa vitale e le sue parole, il messaggio diretto che la Natura stessa ha deciso di farci arrivare.

 

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Giuseppe Penone, Il vuoto del vaso, 2005, collezione privata; Gesti vegetali, 1983-84, collezione privata e Gesti vegetali, 1983, Courtesy Marian Goodman Gallery. Foto @ Mart, archivio fotografico e mediateca/Carlo Baroni

“Per realizzare la scultura è necessario che lo scultore si adagi, si sdrai per terra lasciandosi scivolare, senza scendere in fretta, dolcemente, a poco a poco e finalmente, raggiunta l’orizzontalità, concentri l’attenzione e gli sforzi al suo corpo che premuto contro il terreno gli permette di vedere e sentire contro di sé le cose della terra; può poi allargare le braccia per potersi godere interamente la frescura del terreno e raggiungere il grado di quiete necessaria al compimento della scultura. L’immobilità diventa a questo punto la condizione più ovvia ed attiva; ogni movimento, ogni pensiero, ogni volontà d’azione è superflua ed indesiderabile in quello stato di quieto e lento sprofondare senza faticose convulsioni e parole e artificiose movenze che otterrebbero solamente l’effetto di stornare dalla posizione felicemente raggiunta. La scultura penetra...e la linea dell’orizzonte si avvicina ai suoi occhi.
Quando si sente con la testa finalmente leggera, il freddo della terra lo taglia a metà e gli rende leggibile con chiarezza e precisione il punto che stacca la parte del suo corpo che appartiene al vuoto del cielo e la parte che è del pieno della terra.
E’ allora che avviene la scultura.”
(Giuseppe Penone)



In ordine: Giuseppe Penone, Spine d'acacia - contatto, giugno 2006, 2006 e Soffio di foglie, 1979, collezione privata; Spazio di luce, 2008, collezione privata; Corteccia, 1983, collezione privata; Trappola di luce, 1998, collezione privata. Foto @ Mart, archivio fotografico e mediateca/Carlo Baroni


GIUSEPPE PENONE. SCULTURA
A cura di Gianfranco Maraniello
MART – Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto
Fino al 26 giugno 2016