WOODLAND / OLTRE IL BOSCO

'Quando entri in un bosco popolato da antichi alberi, più alti dell’ordinario, e che precludono la vista del cielo con i loro spessi rami intrecciati, le maestose ombre dei tronchi, la quiete del posto, non ti colpiscono con la presenza di una divinità?' (Lucio Anneo Seneca)

 

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L’incontro con la Natura è l’avvicinarsi dell’uomo all’infinito. A quell’immensamente grande che teorizza e attrae allo stesso tempo. Nella Critica della Facoltà di Giudizio, Immanuel Kant spiega il rapporto con la natura ostile proprio mediante il concetto del Sublime, inteso come sentimento che nasce in noi da qualcosa di avverso, che l’uomo nella sua finitezza non riesce a controllare, ma di cui allo stesso tempo se ne sente fortemente attratto e galvanizzato. Poiché l’animo è al contempo sedotto e respinto dalla natura, il piacere del Sublime viene definito “piacere negativo”.

 

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Oggigiorno consideriamo il bosco come un luogo inabitato e indefinito. Uno spazio inesplorato, fatto di vegetazione dalla crescita incontrollata e dunque di cui avere timore. Il bosco in effetti possiede una grande carica simbolica: è generalmente considerato un posto magico che appartiene alla non-cultura, un misterioso contenitore abitato da fate, streghe e animali di ogni genere.
Nella serie di fotografie che compongono il progetto Woodland, siamo attirati verso l'interno di luoghi boschivi. Ad un primo sguardo potrebbe apparire come una citazione e rielaborazione del Romanticismo Tedesco, in particolare dei dipinti di Caspar David Friedrich, dove la visione pura della natura metteva in contrasto la sua infinità con la finitezza dell’uomo spettatore. Al di là di questioni metafisiche, l’indagine di Woodland cerca il suo punctum nel problema dell’estraniamento della visione, che si perde in qualcosa che non si riesce a comprendere (e che diventa impossibilità, connessa al mezzo fotografico, di rappresentare e documentare una realtà).
La serie di immagini del progetto Woodland non vogliono dare una rappresentazione geografica del bosco, né essere un’insieme di semplici scorci e vedute, bensì intendono guardare oltre, cercando di scoprire che cosa si cela al di là della sua raffigurazione. La sequenza di foto non sembra offrire riparo allo spettatore che è catturato e proiettato in un luogo senza tempo (quest’ultimo è invitato a lasciarsi osservare piuttosto che essere spettatore).
Potremmo sentire che siamo stati invitati a entrare in questo mondo, come in un viaggio senza fine, lasciando alle spalle tutti i dispositivi che abbiamo per orientarci in ciò che ci è familiare.

 

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Il bosco sembra mettere una barriera che ostacola la comprensione della sua identità. Il paradosso sta nel fatto che, mentre la maggior parte degli angoli della terra sono stati minuziosamente analizzati ed esplorati con gli occhi infallibili dei satelliti, il paesaggio primario della modernità continua a nascondere la sua reale natura.
Alla registrazione fotografica viene chiesto di chiudere questa lacuna, ma presto ci si rende conto che lo sforzo è implicato nella produzione stessa delle mancanze che si cerca di superare. In altri termini ci sembra di desiderare il risveglio felice di un'unità primordiale, eppure siamo consapevoli del passaggio in un vuoto della non-conoscenza.
Siamo di fronte ad un dialogo autentico, dove l’uomo cerca di riafferrare le sensazioni nascoste nei luoghi degli albori della civiltà. Tutto si ferma, lì dove i passi nell’erba, i sentieri nella nebbia, gli alberi innevati hanno come sfondo l’onnipresente agguato dell’ignoto e del buio, in una visione che non termina: uno sguardo morto, che è diventato il fantasma di una visione eterna.

 

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Per tutte le immagini: Woodland, 2012-2015, courtesy l'artista e Little Birds Gallery

Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto.
(Henry David Thoreau, da: L’attimo fuggente)