Back to People

 

Giunta alla settima edizione, la residenza artistica Living Room - organizzata dall'associazione Art.ur e a cura di Andrea Lerda - ha esplorato il concetto di “alleanza” e ha preso forma all’interno di tre valli che circondano la città di Cuneo: Stura, Grana e Varaita, raggiungendo anche un quarto territorio, quello della Valle Roya, in Francia.
Nel sottolineare la vocazione alpina del capoluogo cuneese, Living Room 2025 ha messo al centro il protagonismo di giovani che, animati da valori, ideali e nuovi modelli di vita, stanno provando a ripensare il significato di abitare in montagna.

 

Il titolo Back to People evidenzia infatti l’invito che è stato rivolto ad artiste e artisti: esplorare le occasioni di protagonismo giovanile di ogni singola area montana interessata, per restituire in chiave artistica energie, visioni, alleanze e sensibilità emerse dagli incontri avvenuti sul campo.
Il viaggio nei vari territori ha preso forma grazie al dialogo diretto con numerosi interlocutori locali, fotografando una montagna viva e dinamica, che guarda al futuro in modo creativo, etico e sostenibile, nella consapevolezza che, nonostante creare futuro in queste aree sia un’impresa piena di sfide e di complessità, tale scelta risponde a un bisogno imprescindibile e per certi versi radicale.

 

Accolte all’interno di quattro luoghi fulcro nel centro storico di Cuneo − Teatro Toselli; Museo Diocesano; Conservatorio G.F. Ghedini e Chiostro del Complesso monumentale di San Francesco − le installazioni concepite dalle artiste e dagli artisti restituiscono un immaginario positivo, nel quale coesistono le voci di numerosə giovani, e meno giovani, protagonistə di energie di cambiamento. 

 

 

 

 

Micol Roubini
A nèu ën à d’össi (La neve non ha ossa), 2025
Video
Courtesy l’artista

 

La residenza di Micol Roubini ha preso forma nel territorio transfrontaliero italo-francese, tra la Valle Argentina, in Italia, e la Valle Roya, in Francia, grazie alla collaborazione con il Musée des Merveilles di Tenda, il Parc National du Mercantour e l'associazione A Vaštéra.
A nèu ën à d’össi (La neve non ha ossa) nasce da una ricerca etno-linguistica che l’artista ha condotto in situ, affascinata dalle vicissitudini storiche della zona e, in particolare, dalla ridefinizione dei confini politici che nel corso del tempo ha interessato due località limitrofe: il comune di La Brigue e Realdo, frazione del comune di Triora. Se prima del secondo conflitto mondiale queste due località erano entrambe sul suolo italiano, dopo questo momento hanno continuato a coesistere pur appartenendo a due paesi differenti.

 

L’artista concentra la propria attenzione sul Brigasco (brigašc / brigasque), un dialetto locale che, nonostante oggi sia quasi del tutto scomparso, ha sempre unito culturalmente le comunità di questi luoghi, oltre qualsiasi divisione geopolitica.
Dopo alcune ricerche, Micol Roubini è entrata in contatto con A Vaštéra, un’associazione locale per la difesa e la valorizzazione della cultura brigasca. Dal 1984 questa realtà ha intrapreso una serie di ricerche e di azioni che stanno contribuendo a rinsaldare il legame con le tradizioni, gli usi e i costumi di questa lingua, ricreando di fatto legami e relazioni all’interno di una comunità che fu divisa bruscamente.
Nel video, alcuni ragazzi nelle località di La Brigue, in Francia e Realdo, in Italia, sono ripresi in uno scenario montuoso, intenti a urlarsi a vicenda una serie di proverbi in lingua brigasca. Le parole dei giovani, trasportate verso le montagne dall’aria e amplificate dalla forza dell’eco, evocano poeticamente un’esperienza di riconnessione, rimettendo in discussione, ancora una volta, il senso dei limiti, delle barriere e delle divisioni.

 

 

 

 

Ruth Beraha

Fuffy (stuck in the middle with you), 2025
Scultura in ceramica
Courtesy l’artista

 

La residenza di Ruth Beraha ha preso forma in Valle Grana, un territorio nel quale giovani e meno giovani sono impegnati in un lento, ma attento, processo di crescita da un punto di vista turistico e imprenditoriale. Una lingua di terra estremamente ricca sotto l’aspetto storico, artistico e ambientale, che ha saputo resistere a processi di turistificazione di massa, restando fedele alla propria autenticità e alla propria identità storica.
Dalla relazione fisica con questi ambienti, dall’incontro con gli interlocutori e le interlocutrici protagonistə della vita in valle, Ruth Beraha ha constatato due sentimenti predominanti: l’orgoglio di vivere in montagna, e di credere nella possibilità di un futuro in questo luogo, e l’amarezza di dover lottare costantemente per resistere senza un adeguato sostegno.
Il fil rouge che lega le diverse narrazioni, è al tempo stesso il motivo per il quale un’alleanza non formalizzata unisce persone e imprese attraverso una dinamica di mutuo supporto.

 

L’opera che l’artista ha realizzato in seguito alla residenza, formalizza in maniera sintetica esperienze, racconti e sensazioni, ma anche paure, desideri e ambizioni.
All’interno di uno spazio buio, illuminata esclusivamente da due fonti luminose, una marmotta sembra appena uscita dalla propria tana. Il suo volto e il suo sguardo, che si rivelano solo nel momento in cui lo spettatore si avvicina, sono quelli di un animale feroce e minaccioso. Da sempre simbolo delle montagne, amata per la sua presenza buffa e tenera, la marmotta di Beraha si allontana da quell’iconografia e mostra i denti, ringhiando come un lupo sul punto di azzannare chi le sta davanti. Una presenza ambigua, che instaura una relazione personale e silenziosa con lo spettatore, riecheggiando il rapporto della comunità valgranese con la Montagna. 

 

 

 

 

Laura Pugno
Lu viòl que meno a misun (Il sentiero verso casa), 2025
Piatti in gress, disegno su carta di Pietro Rebuffatti
Courtesy l’artista

 

La residenza di Laura Pugno ha preso forma in Valle Varaita. L’artista è entrata in contatto con il territorio attraverso una serie di incontri che le hanno consentito di immergersi nel contesto locale da diverse prospettive: sociale, turistica, economica e ambientale. Il dialogo con i giovani che in questi luoghi hanno deciso di restare e quelli che hanno scelto di tornare, ha rivelato un profondo legame nei confronti della natura, nonché la consapevolezza del suo essere uno straordinario strumento per creare impresa, crescita e futuro.
Dall’esperienza di Euphytos, azienda famigliare nella quale grazie alla conoscenza di erbe e piante officinali nascono prodotti fitoterapici, a Cresco, comunità di supporto all’agricoltura il cui slogan è: “future is nature”, fino al lavoro dell’architetta Barbara Martino, attenta alle tradizioni, ai materiali e al dialogo con il paesaggio locale.
In Valle Varaita, il rapporto con la terra e i suoi prodotti rappresenta una scelta, un’opportunità e una risorsa per continuare a vivere, insieme, un territorio che non nasconde le proprie complessità.

 

L’opera Lu viòl que meno a misun nasce dalla conoscenza di Pietro Cigna e Lorenzo Barra, agricoltori consapevoli che, a Rossana, con il progetto Cresco, credono nella possibilità di coltivare in modo giusto e sostenibile, e di riappropriarsi della capacità di produrre cibo con gli altri. Invitata a condividere il pasto, a diretto contatto con il luogo dove crescono le coltivazioni, Laura Pugno ha interiorizzato l’essenza di un gesto − non isolato all’interno dell’esperienza in Valle − che è testimonianza di cura, convivialità, generosità e partecipazione.
Sui dodici piatti in gress, installati in modo da evocare quel rito carico di valori che la condivisione del cibo rappresenta, l’artista ha riprodotto il disegno realizzato da Pietro Rebuffatti (figlio di Barbara Martino) quando era bambino. La scena − uno paesaggio montano sintetico, l’immagine che emerge dalla mente di un fanciullo − entra in dialogo con l’energia e con la forza dei giovani protagonisti della montagna del presente. Al termine del progetto, i piatti saranno attivati in occasione di un pasto condiviso insieme al team di Cresco.

 

 

 

 

Eugenio Tibaldi
Marginal Heights, 2025
Mixed media
Dimensioni varie
Courtesy l’artista

 

La residenza di Eugenio Tibaldi ha preso forma in Valle Stura – contesto che l’artista conosce molto bene e al quale è legato da ricordi d’infanzia.
Da sempre attento alle dinamiche e alle estetiche periferiche, Tibaldi ha avviato la propria ricerca a partire dalla specificità di questa vallata, morfologicamente splendida, ricca dal punto di vista paesaggistico e naturalistico, ma nella quale l’entusiasmo degli anni Ottanta per un sogno di sviluppo turistico, si è scontrato con il fallimento e con le costanti complessità di vivere la montagna. 

 

Il lavoro sul campo non si è sviluppato in relazione a uno specifico contesto comunitario, bensì mediante il dialogo con singole persone che abitano questo territorio. Non individui originari del posto, né chi ha scelto fin dal principio queste montagne come scenario per la propria vita, bensì coloro i quali, in risposta a un fallimento personale o al bisogno di ripartire altrove, hanno lasciato la vecchia strada per percorrerne una nuova.
Muovendosi liberamente attraverso spazi fisici, mentali e relazionali, Tibaldi ha scoperto che oltre la montagna come concetto estetico e geografico, si cela una pluralità di relazioni culturali, emozionali e materiali. Narrazioni silenziose, dentro le quali sono sedimentate le ragioni di tante esistenze che identificano la montagna come un luogo possibile, un rifugio e un terreno nel quale poter ripartire, in cui costruire una narrazione più autentica e aderente alla propria dimensione.

 

Da ogni incontro, da ogni storia e da ogni condivisione, l’artista ha ricevuto in dono oggetti fisici o immagini mentali; li ha fatti propri, utilizzandoli come punto di partenza per realizzare una serie di lavori che, formalmente, si materializzano attraverso una pluralità di medium artistici. Opere che, concettualmente, nascono dall’incontro, insieme, mediante un processo di co-creazione. Racconti di marginalità, forza, resilienza, speranza, fatica e futuro, che l’artista ha scelto di esporre in maniera diffusa all’interno del museo.