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60. WOOD&CUT

IL LEGNO E' UN GIOIELLO

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Wood&Cut è un progetto nato dall'incontro tra due persone molto diverse tra loro e dal connubio di due professioni apparentemente distanti; una totalmente manuale, l'altra in gran parte digitale: il restauro e il visual design.
Il contesto è Firenze, città che nasconde ancora botteghe di abili artigiani, da sempre luogo d'arte e d'incontro, ed è qui che Jane, restauratrice di origine inglese con oltre vent'anni di esperienza in bottega, ereditata da un mastro restauratore fiorentino e Giuditta, visual designer del mondo ipertecnologico del Politecnico di Milano, si sono conosciute.
La riscoperta della manualità, "il saper fare", il dare vita ad oggetti, bagaglio di Jane si sono fusi con l'esperienza della sostenibilità nella comunicazione visiva di Giuditta, e dalla condivisione del valore e dell'importanza che la sostenibilità ha nelle loro vite private e lavorative nasce Wood&Cut.

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Si parte da legno, un materiale naturale, vivo, caldo, multiforme, e attraverso un riutilizzo dell'esistente (mobili e oggetti di legno in disuso) si da vita a qualcosa di nuovo: gemme che possono essere appese come decorazioni oppure indossate come un gioiello, portacandele o ancora portachiavi.
La lavorazione manuale dei prodotti, li rende oggetti unici, ognuno con una propria storia.

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La forma è il risultato dell'osservazione e della struttura del pezzo da cui si parte. Una venatura, un nodo, ispirano e guidano la scelta del taglio da realizzare. Le tinte, realizzate con vernici a base d'acqua senza applicarvi ulteriori protezioni, sono molto vivaci, vanno dal giallo fluo all'argento. Le sfaccettature creano un gioco di luci ed ombre determinando ulteriori varianti, che solo il tempo saprà ulteriormente "colorare".

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Wood & Cut è un progetto di Giuditta Valentina Gentile / Frush, design sostenibile e di Jane Harman

59. HAMISH FULTON / MICHAEL HOEPFNER

CANTO DI STRADA / AL MAN DI NUORO

Canto di strada è il titolo della doppia personale di Hamish Fulton e Michael Hoepfner, in programma al Museo MAN di Nuoro fino al 6 aprile.
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Frutto di un dialogo ideale scaturito dalla condivisione di una concezione del cammino come motore di esperienze artistiche, la mostra, a cura di Lorenzo Giusti, presenta una serie di nuovi lavori - fotografie, wall drawings, disegni e installazioni – nati dalla comune esperienza di viaggio sulle montagne della Sardegna centrale. Hamish Fulton (Londra, 1946) è una delle figure più rappresentative dell'arte inglese degli ultimi decenni. Insieme a Richard Long è considerato il padre fondatore di un movimento internazionale di "artisti camminatori", di cui l'austriaco Michael Hoepfner (Krems, 1972) è oggi uno degli esponenti più significativi. 

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La mostra al Man di Nuoro mette per la prima volta a confronto il lavoro dei due artisti, individuando nel viaggio sulle montagne del Supramonte e del Gennargentu un terreno comune di confronto. Un'esperienza di immersione totale nella natura aspra della Barbagia orientale che ha visto muovere i due artisti per due settimane nello stesso ambiente, senza mai incontrarsi. Uniti da una medesima passione per la montagna e da una comune visione della pratica artistica come espressione di esperienze personali (anche quando fatte in gruppo), Fulton e Hoepfner aprono, attraverso l'utilizzo di linguaggi diversi – più concettuale quello del primo, con testi o grafici di percorso, più visivo quello del secondo, con fotografie e installazioni – una significativa riflessione sul ruolo dell'arte, sui concetti di esperienza e di creazione, oltre che sul rapporto tra uomo e ambiente.

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Hamish Fulton inizia la sua carriera alla fine degli anni Sessanta, definendosi "Walking Artist", un modo per distinguere il proprio lavoro dalle pratiche della Land Art a cui era stato inizialmente accomunato. La sua è un'arte esperienziale, che si nutre di lunghi percorsi a piedi in contesti naturali, in particolare di montagna, dall'Europa al Sudamerica, dal Tibet al Giappone. A partire dagli anni Novanta ha declinato parte del proprio lavoro in una dimensione partecipata, finalizzata alla condivisione dell'esperienza del cammino, che ha trovato applicazione e sviluppo anche in contesti urbani. LE sue opere sono conservate nelle collezioni dei più importanti musei del mondo, dal MOMA di New York, al Centre Pompidou di Parigi, alla Tate Modern di Londra.

Michael Hoepfner vive tra Vienna e Berlino. Il suo lavoro si incentra sull'esperienza del viaggio a piedi, attraverso zone desertiche o scarsamente abitate dall'Ucraina alla Cina, dal Kirghizistan alla Corea del Sud. Un percorso iniziato come esplorazione fisica e mentale di spazi geografici e che è proseguito come riflessione sui concetti di realtà e di luogo. Tra le mostre più recenti si ricordano quelle al Kunstforum Bank di Vienna, alla Kunsthalle di San Gallo, al Kunstverein di Salisburgo, all'ar/ge Kunst di Bolzano e nelle gallerie Olaf Stüber di Berlino e Hubert Winter di Vienna.


HAMISH FULTON / MICHAEL HOEPFNER
CANTO DI STRADA
A cura di Lorenzo Giusti
Man / Nuoro
Fino al 6 aprile 2015

Courtesy delle immagini: gli artisti e Man, Nuoro. Crediti fotografici: Donato Tore.

PROPOSTA #04 VERA SALTZMAN

IL PIANTO DEL LAGO DWELLERS

Quando centinaia di pesci galleggiano morti sulle rive di un lago, sorge spontanea un'atroce domanda. Questo è quanto è successo alla fotografa Vera Saltzman, che ha potuto verificare di persona e documentare quali sono gli effetti dell'azione umana sul delicato ecosistema della Terra.

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Come tutti gli animali terrestri, anche i pesci, in assenza di ossigeno, muoiono. Mentre alcuni fattori naturali possono influenzare la concentrazione di ossigeno nell'acqua, nei laghi contaminati dall'inquinamento, la sua carenza può diventare un problema molto grave. Purtroppo, il Lower Qu'Appelle Watershed è uno dei sistemi idrici più invasivi utilizzati in Saskatchewan, Canada. I laghi collocati a valle dei centri urbani sono caratterizzati dalla presenza di alghe dal colore bluastro e verdastro. Si tratta del risultato dell'inquinamento prodotto dalle città e dai liquidi agricoli. Quando queste alghe muoiono, vanno a depositarsi sul fondo del lago. Qui, durante il processo di decomposizione, consumato l'ossigeno presente nell'acqua portando alla morte dei pesci.
Nonostante l'interesse manifestato verso questo problema, da parte di residenti, autorità locali e provinciali, e nonostante la ricerca di una soluzione, il processo di cura e di ripristino della vita e dell'ecosistema nelle acque del Lago Dwellers sarà un processo lungo e difficile.

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Con l'obiettivo di accendere i riflettori su questo problema, Vera Saltzman ha scattato queste fotografie usando una vecchia tecnica fotografica, conosciuta come "stampa lumen". Dopo aver posato il pesce e le alghe in decomposizione sulla carta fotografica in bianco e nero, li espone alla luce solare e in seguito scansiona al computer l'effetto prodotto sul foglio.
Ognuna di queste stampe documenta la perdita di un pesce del Lago Dwellers, portando con se il loro grido silenzioso. Si tratta di un richiamo al senso di responsabilità, di educazione e l'invito a mettere in campo nuove forze contro l'azione distruttiva dell'uomo.

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"La primavera era ormai priva del loro canto. Le albe adesso erano mute; un completo silenzio dominava sui campi, nei boschi e sugli stagni. [...] le api non danzavano più...Perché tacciono le voci della primavera in innumerevoli contrade d'America?" *


* Rachel Carlson, Primavera Silenziosa (titolo originale: Silent Spring), 1962
Courtesy delle immagini: Vera Saltzman
Questa news è stata pubblicata nell'ambito delle proposte che giungono a Platform Green. Per maggiori informazioni in merito alla procedura di invio del tuo progetto o lavoro, vai alla sezione "Contatti".

58. MASSIMO VITALI

ANTROPOLOGO DEL PAESAGGIO

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Massimo Vitali, Cala Mariolù, Coda, 2014. Courtesy Massimo Vitali e Studio la Città 

Spiagge, litorali marini, piscine, scogliere, giardini, piazze, ma anche piste sciistiche, cime innevate, laghi e discoteche. Scatti fotografici avvenuti di giorno e di notte.
Massimo Vitali unisce la presenza umana, il paesaggio, la natura e i luoghi ritratti in un unico "Giuoco delle parti".
Il fotografo italiano, tra i più riconosciuti a livello nazionale e internazionale, punta l'obiettivo della sua macchina fotografica sul grande teatro che l'essere umano mette in scena ogni giorno.
Folle di bagnanti, resse di giovani in preda alla vita notturna, famiglie sapientemente distribuite nei luoghi di condivisione e di svago festivo. Presenze collocate all'interno di contesti naturali e non, che al contempo coesistono e contrastano con essi.
Il punto di vista di Massimo Vitali è sempre defilato, quasi esterno alla scena. E' un racconto attento e curioso, ma anche coinvolto ed emozionato, come quello di un antropologo.

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In ordine: Massimo Vitali, Sarakiniko, 2011; Spargi Cala Corsara, 2013; Porto Miggiano Horizontal, 2011. Courtesy Massimo Vitali e Studio la Città

Assieme alla presenza umana, quello del paesaggio è evidentemente un tema centrale, che da sempre affascina il fotografo. Un soggetto di lunga data, che ha ispirato pittori, poeti, scrittori, filosofi e intellettuali in ogni parte del mondo.
Nella lettura estetica di Massimo Vitali coesistono diversi generi di paesaggio: il riferimento al pittoresco, al sublime (letto non nell'accezione di Edmund Burke) e al romantico (che evidentemente non esiste senza il sublime).
L'Arte del paesaggio, la sua analisi come oggetto estetico e come epifania della visione, sono una presenza viva nei lavori di Massimo Vitali. Passando dalle ambientazioni più urbane e industriali (del primo periodo), alle scene in cui il contesto naturale ha preso il sopravvento, il fotografo ha riportato in auge il ruolo del paesaggio.

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In ordine: Massimo Vitali, Malbacco, 2014; Gulpiyuri, 2011. Courtesy Massimo Vitali e Studio la Città

Quella ritratta nelle sue fotografie è una natura docile, gentile, elegante, maestosa. Una presenza che, nonostante il manifestarsi di un neo antropocentrismo post moderno, risulta essere in pace con chi la vive, per nulla severa o minacciosa.
Nessun riferimento diretto a questioni etiche, tanto meno ecologiche, ma una forte consapevolezza, da parte dell'artista, rispetto alle problematiche ambientali ormai ben note e all'ordine del giorno.
"Questo aspetto lo do per scontato nelle mie fotografie, certo che la natura, seppure sfruttata, è più forte dell'uomo e sa come riappropriarsi dei suo spazi".

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Massimo Vitali, Lençois Laguna do Peixe, 2012. Courtesy Massimo Vitali e Studio la Città

Dunque nessun giudizio diretto, nessuna ammissione di colpa. L'intento del fotografo non è questo. Piuttosto, la messa al centro dell'immaginazione. Quella che ci stimola a osservare, riflettere, interpretare, costruire il senso, definire e ridefinire la relazione identitaria tra l'uomo, che vive i luoghi, e la natura, che ne accoglie silenziosamente la presenza. Un rapporto strettissimo, ancestrale, che costituisce il cuore del nuovo progetto al quale l'artista sta lavorando in questo periodo. Si tratta di Visibles / Invisibles, una nuova serie di fotografie sulla figura dei migranti, non fotografati nel momento dello sbarco, in quell'istante così tragico, che la macchina mediatica ci propone costantemente. Massimo Vitali, evita la violenza e l'invadenza del fotoreporter e decide di cogliere le loro vite nel momento successivo: quello di transito, tra la fase di abbandono di un luogo (la terra di origine) e la ricerca di un nuovo posto dove vivere. Un momento estremamente intenso, ma invisibile, all'interno del quale è necessario ridefinire e ricostruire la propria identità e la relazione con il mondo attorno a sé.

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Massimo Vitali, Lençois Achrome, 2012; Lençois Laguna do Peixe NYT Cover, 2012. Courtesy Massimo Vitali e Studio la Città


Un ringraziamento speciale a Massimo Vitali e a Kate Collins per la collaborazione alla pubblicazione di questa news. 

57. WINTON WETLANDS

IL RIPRISTINO DEL LAGO MOKOAN

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Foto: John Mitchell. Courtesy TCL - Studio for landscape architecture

Lo Studio di architettura del paesaggio T.C.L. (Taylor.Cullity.Lethlean), ha vinto nel 2012 il concorso per il recupero e la rivalorizzazione di 3000 degli 8750 ettari della riserva naturale Winton Wetlands, in Australia. Questo luogo, meglio conosciuto come Lago Mokoan, racchiude in sé una grande ricchezza naturale, costituita da terre agricole fertili, centinaia di ettari di foreste di River Red Gum (Eucalipti) e una significative presenza indigenza (che copre ben tre differenti gruppi linguistici).
Questo progetto, di grande rilevanza scientifica, culturale e ambientale costituisce il più grande evento di recupero di zone paludose nel sud del mondo. L'intento, fin dall'inizio è stato quello di creare un importante contesto a livello nazionale per l'educazione e la ricerca su questa tematica, oltre alla possibilità di proporre nuove e migliori pratiche di gestione delle risorse naturali mediante lo sviluppo di attività di turismo naturalistico, ricreativo e culturale.

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Foto: John Mitchell. Courtesy TLC - Studio for landscape architecture

Il tutto è iniziato con lo smantellamento del Lago Mokoan, nel 2009. Il successivo ripristino delle zone umide ha permesso il ritorno di 44.000 megalitri di acqua all'anno, che si sono riversati nei fiumi Broken, Goulburn, Snowy e Murray, con benefici ambientali ed economici a monte e a valle.
Il piano generale è stato impostato secondo un modello dettagliato di business. Questo, per stimolare la ripresa economica di questa regione, coinvolta dagli effetti negativi della perdita del lago Mokoan, cercando di proporre queste zone come un'attrazione "eco turistica".
In parallelo alla decisione di smantellare il Lago Mokoan e di ritornare all'area originaria composta da zone paludose, era infatti necessario mettere in atto un piano a lungo termine per il futuro di questi territori.
La strategia per l'utilizzo futuro del Lago Mokoan è stata sviluppata grazie al coinvolgimento della comunità e di tutte le parti interessate e prevede la messa in pratica di azioni scientifiche, culturali, ambientali, con particolare attenzione alla formazione, la ricerca, il turismo, la ricreazione e lo sviluppo della comunità.

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Foto: Scott Hartvigsen. Courtesy TCL - Studio for landscape architecture

Le strategie per the Future Land Use:
Il ripristino delle aree di Winton Wetlands in una serie di zone paludose interconnesse e di boschi erbosi
La costruzione di passerelle, camminamenti e piste ciclabili attorno e attraverso il Winton Wetlands
Creazione di un sistema di connessioni con Benalla, Glenrowan e Wangaratta, il Warby-Ovens National Park e altre attrazioni turistiche regionali 
Sviluppo del complesso Wetland Discovery, per fornire un punto di riferimento ai visitatori e ai turisti, nonché strutture per l'istruzione e la ricerca
Coinvolgimento e partecipazione della comunità attraverso l'educazione, la ricerca e il coinvolgimento in attività di recupero e gestione del territorio

Dettagli del progetto:
Luogo: North Eastern Victoria, Australia
Anno di realizzazione: 2012
Cliente: Winton Wetlands Committee of Management
Collaborazioni: Design Flow, Sanmor Consulting, McKINNA et al, ProwseQS, Arup
Dimensione: 8,750 ettari

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Foto: Scott Hartvigsen. Courtesy TCL - Studio for landscape architecture 

56. BOTTO E BRUNO

SPAZI PERIFERICI E GEOGRAFIE MENTALI

Che cosa significa nascere e crescere all'interno delle aree urbane periferiche? Quali paesaggi mentali scaturiscono dall'interazione con questi luoghi? Più in generale, quale ruolo attribuiamo al paesaggio nel nostro quotidiano?

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Botto e Bruno, Capannoni industriali, 2012, grafite su carta, fotocollage, cm 36x29,5, courtesy Galleria Oliva Arauna, Madrid

Gli spazi che abitiamo ci condizionano, ci plasmano, fino a entrare nei nostri sogni più profondi e a disegnare fotografie mentali che formano e deformano la nostra intima identità.
Da molti anni, Botto e Bruno (Gianfranco Botto e Roberta Bruno) portano avanti un'affascinante e meticolosa riflessione sul paesaggio, in modo particolare quello periferico e dimenticato. La loro "condizione emotiva", e quindi la loro ricerca artistica, nasce nella Torino periferica, a stretto contatto con una perenne condizione di straniamento e di sradicamento.
Da qui, la necessità di raffigurarla e raccontarla, senza fuggire da essa. Il "difetto" che si celava all'interno di una particolare collocazione urbana è diventato il pretesto per esaltare la specificità di questi luoghi. Perché il bello si può trovare ovunque, anche li.

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In ordine: Botto e Bruno, La dismissione, 2012, fotocollage, cm 42x50; Paesaggio in divenire IV, 2015, collage fotografico, inchiostro di china e grafite, cm 33x40, courtesy Galleria Alberto Peola, Torino

L'analisi che Botto e Bruno da molti anni conducono è unica per genere e tecnica. Le ambientazioni scelte, corrispondono ai luoghi esplorati personalmente. I paesaggi che i due prendono in considerazione, sono gli stessi che li mettono quotidianamente alla prova, che evocano sentimenti di paura, di inquietudine e di desolazione.
Ecco allora la presenza di giovani figure, di adolescenti dei quali non siamo in grado di riconoscere il volto. Quasi a ricordarci il potere di annullamento che il mondo attorno a noi possiede. Ragazzi incappucciati, di spalle, con lo sguardo rivolto a terra e molto spesso ritratti nell'atto di ascoltare musica. Un gesto, quest'ultimo, di evasione dalla realtà, quella vera, che fa di questo strumento un mezzo in grado di salvare e di traghettare le nostre menti altrove; nella zona franca che Botto e Bruno frequentavano da giovani studenti dell'Accademia. Se infatti osserviamo attentamente, queste non sono presenze disperate o in fuga. In loro leggiamo piuttosto l'accettazione di una condizione e la ricerca costante del modo per sentirsi al sicuro.

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In ordine: Botto e Bruno, Colours and the kids I, 2009, stampa vutek su banner, cm 150x141; Colours and the kids II, 2009, stampa vutek su banner, cm 150x141, courtesy Galleria Alberto Peola, Torino. This is the place where I feel at home, 2013, stampa vutek su banner, cm 555x493, courtesy PAV, Torino

Il lavoro fotografico di Botto e Bruno nasce da centinaia di scatti dai quali vengono individuati e ritagliati piccoli particolari, che vanno poi a comporre un unico paesaggio mentale costruito (come in un set). Mille frammenti di realtà collassano nel medesimo istante per mettere in scena solo la replica di uno spettacolo già recitato.
Ma di certo una fotografia sarebbe limitativa ed allora ecco che queste ambientazioni si appropriano dell'intero palcoscenico (anche quello di un teatro), di spazi più grandi e ci richiamano al loro interno. La riproduzione di interi scenari urbani, sempre secondo il metodo di una comunione della parti, non è un esercizio di mimesi bensì un momento di relazione con la figura umana (quindi lo spettatore).
E' per noi l'occasione di entrare fisicamente nella mente degli artisti, di osservare e tentare di vestire i loro panni. L'energia dei luoghi ritratti (scenari ibridi, dotati comunque di un carattere complesso) entra in comunicazione diretta e immediata con il nostro sentire, con la nostra memoria emotiva, andando a generare tante piccole visioni che formano un'unica grande immagine dello spazio e della condizione periferica.

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In ordine: Botto e Bruno, La rivolta I, 2012, stampa vutek su banner, cm 180x183, courtesy Galleria Oliva Arauna Madrid; Small town VI, 2004, stampa vutek su banner, cm 250 x 178, courtesy Galleria Alfonso Artiaco, Napoli. This is the way, step inside, 2010, installazione permanente, Courtesy ETS, Banchette, Ivrea 

La cosa più interessante nel lavoro di Botto e Bruno, oltre al notevole esercizio di stile e all'abilità innegabile nel creare luoghi emozionali perfettamente studiati dal punto di vista estetico e formale, è la chiamata in causa del concetto di identità.
Il dialogo serrato tra sogno e realtà racconta la condizione di esclusione e di solitudine dell'essere umano. Un'esperienza certamente insita nella nostra natura, ma sensibilmente accentuata dalle realtà urbane che essa stessa ha col tempo generato.

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Botto e Bruno, See the sky about the rain, 2014, wallpaper, veduta installazione, courtesy Galleria Alfonso Artiaco, Napoli

55. GIANFRANCO GALLUCCI

DALLE ALPI AI CALANCHI

Parlare di abbandono implica chiamare in causa il trascorrere del tempo, il susseguirsi dei cambiamenti della storia; significa ragionare sulla fragilità del nostro tempo, dei luoghi, del paesaggio, del ruolo della cultura e della società contemporanea.

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Il progetto Dalle Alpi ai Calanchi, di Gianfranco Gallucci, mira a documentare tre tipologie di abbandono, in relazione a tre differenti contesti. Il primo è il borgo di Paraloup (tra le montagne cuneesi), luogo cruciale della lotta partigiana, lasciato "morire" in seguito al processo di spopolamento delle valli che è seguito all'inevitabile periodo di industrializzazione e recentemente riqualificato grazie all'intervento della Fondazione Nuto Revelli. Poi la cittadina di Onna (l'Aquila), devastata dal terremoto del 2009 e infine Craco, in provincia di Matera, che in seguito ad una frana, a partire dal 1963, ha assistito ad un inesorabile esodo.

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In conversazione con Gianfranco Gallucci:

Andrea Lerda
Da dove nasce la scelta di un tema così particolare?
Gianfranco Gallucci
La scelta di questo tema in realtà è nata un po' per caso e non è tra quelli specifici che sono solito sviluppare, nonostante la mia ricerca ruoti molto attorno al tema dei luoghi, di cui mi servo per raccontare storie legate agli stessi e nonostante sia sempre stato affascinato dai contesti devastati, abbandonati o simili, come quelli ritratti negli scenari del film Stalker di Tarkovskij. Ricordo che da bambino, con gli amici si andava a fare scorrerie nei campi, a visitare vecchie case abbandonate, vecchie fabbriche dismesse e pericolanti, quindi, forse, anche per questo ho conservato il fascino verso questi luoghi. Ma in realtà il progetto Dalle Alpi ai Calanchi è nato da un lavoro che ho portato avanti per due anni sulla città di Craco Vecchia in Basilicata. Sono per metà di origini lucane e stavo lavorando sul concetto di terra, di luogo di appartenenza, così ho iniziato un lungo lavoro su questa regione, che va avanti ancora oggi e al quale appartiene proprio il progetto su Craco. Da questo poi è nata l'idea di estendere il lavoro al resto dell'Italia, scegliendo simbolicamente un paese al Nord, uno al Centro e uno al Sud. Paraloup (in provincia di Cuneo), Onna (in provincia dell'Aquila) e Craco in Basilicata. Ciascuno di loro è inserito in contesti territoriali e paesaggistici differenti e ha le proprie storie e tradizioni culturali. Oltre a queste differenze, mi interessava che emergesse anche la molteplice coniugazione del tema dell'abbandono dei luoghi. Avrei quindi potuto estendere il lavoro alle svariate centinaia di realtà simili, sparse su tutta la penisola, ma ritengo che per questo sia necessario il lavoro di una vita, quindi preferisco lasciarlo alla straordinaria figura degli "abbandonologi" come Antonella Tarpino o Carmen Pellegrino, con le quali ho avuto modo di collaborare per realizzare questo progetto.

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A.L.
Cosa ti affascina nello specifico di questi soggetti e cosa vuoi eventualmente sottolineare?
G.G.
Mi è sempre piaciuta la loro natura "extra-terrestre" e umana allo stesso tempo, come quando ti trovi immerso tra i calanchi che circondano Craco, nei quali hai la sensazione di trovarti in un luogo fuori dal tempo, o almeno fuori dalla contemporaneità. Forse, il fascino di questi luoghi risiede nella loro personale identità temporale, che non sembra far parte del normale corso del tempo, e non parlo della presunta immortalità, legata al concetto di memoria storica, delle rovine. Questi luoghi paiono essere collocati in uno spazio temporale altro. Come se vivessero in un loro tempo, assente, che si manifesta soltanto attraverso il loro aspetto mutevole (dovuto alla trasformazione della materia) e ugualmente immutabile. L'identità spaziale degli stessi, si manifesta quindi nel loro essere contenitori del tempo, il tempo storico, responsabile del loro cambiamento e associato al concetto di memoria di cui sono portatori, e di un tempo altro, sospeso, quasi assente, che li definisce e li rende così diversi dagli altri luoghi. Forse mi interessa sottolineare che questi luoghi hanno un'anima, una storia, una vita, ancora oggi. Là dove sembra non esserci più, se guardi bene, riesci ancora a vederla.

A.L.
Sei interessato a mettere in evidenza evidenziare aspetti formali particolari dei paesaggi che fotografi?
G.G.
L'aspetto formale nel mio lavoro non è mai una finalità diretta e lo stesso vale quando lavoro sul paesaggio. Diventa piuttosto una risultante, intrinseca al paesaggio e alla fotografia stessa, che se ne serve come mezzo di lettura per tradurre in immagine la visione, restituita agli occhi, di ciò che uno vede. Ogni paesaggio ha la sua forma, la sua estetica, la sua identità. Sta al fotografo tradurre ed interpretare quella forma, unica per ogni paesaggio, come per ogni persona, per comunicare qualcosa di quel paesaggio, al fine di affiancargli un messaggio, di attribuirgli un significato personale, che porta l'oggetto fotografato ad acquistare una particolare valenza semiotica, sia essa scientifica, naturalistica, emotiva o quant'altro, non ha importanza. Mi interessa andare oltre l'aspetto formale, al massimo servirmene inconsciamente per tradurre ciò che io personalmente vedo o leggo in quel determinato paesaggio. Non credo assolutamente che la natura formale di un paesaggio sia l'unica lettura possibile, significherebbe fermarsi alla superficie delle cose, alla prima impressione. Cerco sempre di cogliere l'invisibile attraverso il visibile. Non è forse questo la fotografia, se non servirsi della superficie per andare oltre e mostrare, o provare a farlo, l'essenza stessa delle cose, di ciò che ti circonda, al di là delle finalità, sempre attraverso il proprio personalissimo punto di vista? Mi piace pensare ad un paesaggio come una persona, che ti racconta la propria storia, o come un libro da leggere.

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A.L.
Qual'è, se c'è, il ruolo dell'estetica in questi luoghi?
G.G.
Ogni luogo credo abbia la sua estetica, come ogni autore la propria. Il bello è che quando un luogo diventa oggetto di osservazione, lettura, interpretazione, moltiplica esponenzialmente le proprie potenzialità estetiche, che finiscono con il coincidere con le differenti letture che ogni autore può fare, attraverso la propria visione di quel luogo. Un po' come con le persone, "uno, nessuno, centomila", lo stesso luogo, visto da occhi diversi, appare diverso ad ognuno, perché letto attraverso il proprio modo di vedere che è unico e irripetibile. Ma al di là delle differenti letture che di un luogo si possono dare, nel caso specifico, per me la loro estetica ha in qualche modo un ruolo narrativo e scenografico, del quale mi servo per cercare di raccontare altro, di provare a vedere la memoria degli stessi luoghi, come se fossero davvero persone, dotati pertanto di questa facoltà. Certo, non è un processo "immediato" leggere dentro la memoria di un luogo, dentro il cuore, lo stomaco, e la testa di un luogo, ma può essere un modo per provare a raccontarlo.

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A.L.
L'identità di un luogo è strettamente legata all'identità dell'uomo. Quali prospettive vedi in questo senso, dopo aver realizzato la serie Dalle Alpi ai Calanchi?
G.G.
Penso che si dovrebbe tornare a godere di questi luoghi, non necessariamente andandoci a vivere, ma riappropriandosene ove possibile. Recuperarli, valorizzarli, tornare a farli sentire parte del paesaggio e non delle isole strumentalizzate a scopi di lucro, come in alcuni casi. Quando mi capita di vedere luoghi simili, osservando l'intorno e il paese o ciò che ne resta, mi rendo conto che solitamente emerge tanto lampante la presenza umana (proprio in un posto dove essa è dimenticata da tempo, come se in realtà non fosse mai andata via) quanto quella della natura incontaminata. Osservando il contrasto tra l'intorno, dove la natura si è nuovamente impossessata dei propri spazi, e ciò che resta dell'intervento dell'uomo su di essa, "l'alterazione del paesaggio ad opera dell'uomo", emerge vivo il legame imprescindibile tra i due, anche lì dove sembra essere svanito. Per questo penso che dovremmo tornare a fruire di questi luoghi, in realtà più dimenticati che abbandonati del tutto.

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Per tutte le immagini della serie Dalle Alpi ai Calanchi, courtesy Gianfranco Gallucci.

54. ALVAR AALTO

SECOND NATURE

Con la mostra Alvar Aalto - Second Nature, il Vitra Design Museum presenta la più grande retrospettiva del leggendario architetto finlandese, rivelando nuovi aspetti legati alla sua importante opera.

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Armin Linke, 2014: Viipuri (Vyborg) City Library, Vyborg, Karelia (oggi Russia), Alvar Aalto, 1927-1935. Courtesy Armin Linke, VG Bild-Kunst, Bonn 2014

Mentre le mostre e le pubblicazioni realizzate in passato hanno letto il suo linguaggio architettonico e naturale, come una conseguenza diretta dell'influenza della natura e del paesaggio finlandese, la mostra Alvar Aalto – Second Nature, osserva con occhi nuovi il suo lavoro, dandone una lettura più contemporanea.
La mostra, rivela infatti come l'affinità con le forme organiche e naturali, fu mediata attraverso un dialogo molto stretto con il lavoro di altri artisti del suo tempo, come ad esempio László Moholy-Nagy, Jean Arp, Alexander Calder o Fernand Léger.
Alvar Aalto ha creato spazi abitativi che appaiono caldi e organici. Luoghi dove una perfetta combinazione di materiali, volumi, pavimenti, soffitti, terrazze, coreografie di luce naturale e artificiale, danno vita ad ambienti che trasformano le suggestioni provenienti dal mondo dell'arte e dall'ambiente naturale, in una seconda natura per l'uomo moderno.

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In ordine: Armin Linke, 2014: Villa Mairea, Noormarkku, Finlandia, Alvar Aalto, 1939; Experimental House, Muuratsalo, Finnland, Alvar Aalto, 1952-1953. Courtesy Armin Linke, VG Bild-Kunst, Bonn, 2014.

Alvar Aalto – Second Nature, fornisce un'ampia panoramica della produzione dell'architetto, inclusi alcuni storici modellini, disegni originali, mobili, luci e oggetti in vetro, oltre alla presenza di opere di artisti acclamati, come Alexander Calder e Jean Arp. La mostra prende in considerazione i più importanti progetti architettonici e di design ma allo stesso tempo mette in risalto quelli meno conosciuti come l'Experimantal House a Muuratsalo (1952-1953): esempio dello straordinario connubio di differenti materiali tale da fare apparire l'edificio come una sorta di collage architettonico del 21° secolo. L'originalità della prospettiva, che i curatori della mostra hanno voluto analizzare mediante questa grande mostra, è enfatizzata dalla presenza del lavoro dell'artista tedesca Armin Linke, alla quale è stato commissionata la realizzazione di un progetto fotografico e un film su alcuni degli edifici realizzati dall'architetto finlandese. Il lavoro della Linke, si pone così in dialogo, in tutta la mostra, con il materiale documentativo della Fondazione Alvar Aalto e di atri partner internazionali.

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In ordine: Armin Linke, 2014: Villa Mairea, Noormarkku, Finlandia, Alvar Aalto, 1939; Experimental House, Muuratsalo, Finlandia, Alvar Aalto, 1952-53; Maison Louis Carré, Bazoches-sur-Guyonne, Frankreich, Alvar Aalto, 1956-1959, 1961-1963. Courtesy Armin Linke, 2014, VG Bild-Kunst, Bonn, 2014.


Soprannominato "the Magus of North", dal critico di architettura Sigfried Giedon, Alvar Aalto (1898 – 1976) è conosciuto come il più importante architetto finlandese della sua generazione e il fautore capo di un modernismo che pone al centro la figura dell'uomo. I suoi edifici come il Paimio Sanatorium (1933) o la Villa Mairea (1939), incarnano un sapiente gioco di volumi organici, forme e materiali. La Sedia Paimio (1931-1932) e Stool 60 (1933) sono state delle pietre miliari per gli sviluppi del mobile moderno; il suo emblematico Vaso Savoy (1936) è poi diventato il simbolo del design finlandese.
Nel 1935, con l'obiettivo di realizzare e promuovere la sua personale linea di oggetti di design, Alvar Aalto, assieme alla moglie e due collaboratori, ha fondato Artek, concepito allo stesso tempo come un'azienda di mobili e oggetti, e come una galleria. Ben presto Artek è diventato il punto di riferimento dell'avanguardia e della cultura modernista. La sua notevole diffusione riflette l'internazionalità della figura e del lavoro dell'architetto, che gli ha permesso di svolgere un importante ruolo all'interno del dibattito sociale e politico, consentendogli nel dopoguerra, di ottenere importanti commissioni in paesi come l'Italia, la Svizzera, la Francia, la Germania e gli USA.
Alvar Aalto ha realizzato progettati molto diversi tra loro: tra questi, un sistema di case prefabbricate in Finlandia e un edificio di appartamenti nel quartiere Hansaviertel, a Berlino, in occasione della International Building Exhibition Interbau del 1957. La carriera prolifica di Alvar Aalto copre un periodo storico che va dai primi anni Venti fino agli anni Settanta, con una produzione di oltre 400 edifici e dozzine di pezzi di arredamento e design, oggetti in vetro e luci. Essa è culminata nella realizzazione della Finlandia Hall a Helsinki (1975), solamente un anno prima della sua morte, e dell'Opera House a Essen, il cui completamento avvenne postumo alla sua scomparsa, nel 1988.

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Prima slide: Armchair, Alvar Aalto, 1932; Pendant Lamp A331, "Beehive, Alvar Aalto, 1953. Courtesy Vitra Design Museum. Foto: Andreas Jung, VG Bild-Kunst, Bonn, 2014.
Seconda slide: Finnish Pavillon, World's Fair, USA, 1939. Courtesy Alvar Aalto Museo, Esto Photographics. Foto Ezra Stoller / Esto Photographics Inc, VG Bild-Kunst, Bonn, 2014; Savoy Vase, Alvar Aalto, 1936. Courtesy Vitra Design Museum, Alexander von Vegesack, VG Bild-Kunst, Bonn, 2014.


ALVAR AALTO / SECOND NATURE
Vitra Design Museum / Weil am Rhein
A cura di Jochen Eisenbrand e Katariina Pakoma
Fino al 1 marzo 2015

La mostra si sposterà presso:
La Caixa Forum / Barcelona / 3.06.15 - 23.08.15
La Caixa Forum / Madrid / 29.09.15 - 6.01.16

53. JELLYFISH BARGE

UNA SERRA PER COLTIVARE IL FUTURO

In un pianeta dove le risorse sono sempre più scarse, come sarà prodotto il cibo di cui le comunità hanno bisogno, dove reperiremo l'acqua necessaria e dove troveremo nuove aree destinate alle coltivazioni? Un team multidisciplinare di architetti e botanici propone una rivoluzionaria risposta a queste domande. Jellyfish Barge è una serra agricola galleggiante che produce cibo senza consumare suolo, acqua dolce e energia. Pensata per comunità vulnerabili alla scarsità di acqua e di cibo, la struttura è costruita con tecnologie semplici e con materiali riciclati e a basso costo.

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La Banca Mondiale stima per il 2050 una popolazione del pianeta vicina ai 10 miliardi di persone e una conseguente richiesta globale di cibo in aumento del 60-70% rispetto a oggi. Riuscire a soddisfare questo crescente bisogno di cibo in maniera ragionevole, senza incidere eccessivamente sulle risorse esistenti sembra essere al momento un obiettivo di difficile realizzazione, principalmente a causa della scarsità di acqua e di terreni disponibili per la coltivazione. Gran parte dei terreni potenzialmente coltivabili è concentrata in poche aree geografiche, mentre molte nazioni del Medio Oriente, Nord Africa e Asia del Sud, a elevata crescita demografica, hanno già̀raggiunto o sono prossimi a raggiungere i limiti della disponibilità di terra agricola.
L'agricoltura, utilizzando il 70% dell'acqua dolce del pianeta, è l'attività umana che pesa di più sulle risorse idriche esistenti. In molte aree del mondo, come in India, Pakistan e nel sud della Spagna, il crescente fabbisogno di acqua a fini agricoli è soddisfatto dall'estrazione da riserve sotterranee, consumate a un ritmo più veloce di quanto le precipitazioni restituiscano. In molte aree del Medio Oriente, invece, l'acqua è ottenuta con energivori processi industriali di dissalazione. La scarsitàdi acqua e di terreni disponibili per l'agricoltura sarà verosimilmente aumentata dai cambiamenti climatici. L'innalzamento del livello del mare, per esempio, contribuirà all'inondazione con acqua salata di fasce sempre più estese di terra fertile. Questo fenomeno ha già iniziato a presentarsi con preoccupante frequenza in tutto il Golfo del Bengala.

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Jellyfish Barge è un progetto a cura di Pnat, coordinato dal professore Stefano Mancuso, dell'Università di Firenze, direttore del LINV - Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale e progettato dagli architetti Antonio Girardi e Cristiana Favretto, di Studiomobile. Si tratta di una serra modulare costruita su una piattaforma galleggiante, in grado di garantire sicurezza idrica e alimentare, fornendo acqua e cibo senza pesare sulle risorse esistenti.
Le strategie appropriate per fornire l'accesso al cibo e all'acqua in gran parte dipendono dalle condizioni culturali, sociali ed economiche delle comunità di riferimento. Le soluzioni che hanno più chances di successo a lungo termine sono quelle in grado di adattarsi a differenti situazioni e alle diverse esigenze delle diverse aree. Perciò, Jellyfish Barge è stato concepito come una struttura flessibile che utilizza tecnologie costruttive semplici e a basso costo e, dove possibile, materiali riciclati.
La struttura è composta da un basamento in legno di circa 70 mq che galleggia su dei fusti in plastica riciclati, ingabbiati da travi reticolari in legno che corrono lungo il perimetro ed i raggi dell'ottagono. I fusti sono avvitati alla pavimentazione superiore che supporta la struttura della serra e dei dissalatori solari.
L'acqua dolce viene fornita da 7 dissalatori solari disposti lungo il perimetro, ideati dallo scienziato ambientale Paolo Franceschetti. Questi sono in grado di produrre fino a 150 litri al giorno di acqua dolce e pulita da acqua salata, salmastra o inquinata. La distillazione solare è un fenomeno naturale: nei mari, l'energia del sole fa evaporare l'acqua, che poi ricade come acqua piovana. In Jellyfish Barge il sistema di dissalazione replica questo fenomeno naturale in piccola scala, risucchiando l'aria umida e facendola condensare in dei fusti a contatto con la superficie fredda del mare.

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La poca energia necessaria a far funzionare le ventole e le pompe è fornita da pannelli fotovoltaici integrati nella struttura. La serra incorpora un innovativo sistema di coltivazione idroponica. L'idroponia è una tecnica di coltivazione fuori terra che garantisce un risparmio di acqua fino al 70% rispetto alle culture tradizionali, grazie al riuso continuo dell'acqua. Jellyfish Barge in più utilizza circa il 15% di acqua di mare che viene mescolata con l'acqua distillata, garantendo un'efficienza idrica ancora maggiore. Il complesso funzionamento del sistema colturale è garantito da un impianto di automazione con monitoraggio e controllo remoto.
Jellyfish Barge è stata pensata per sostenere circa due nuclei familiari, quindi è appositamente di dimensioni contenute per rendere semplice e fattibile la sua costruzione anche in condizioni di ristrettezze economiche. È modulare, per cui un singolo elemento è completamente autonomo, mentre più serre affiancate possono garantire la sicurezza alimentare per un'intera comunità. La forma ottagonale della piattaforma consente di affiancare diversi moduli collegandoli con semplici basamenti galleggianti a base quadrata, che possono diventare mercati e luoghi d'incontro di una piccola comunità sull'acqua.
Jellyfish Barge è il risultato di un percorso – coerente e strutturato – condotto da Studiomobile fin dal 2009 sull'uso delle risorse naturali. In particolare, ripensando il rapporto con il mare tramite i progetti Jellyfish Farm e Networking Nature: miniserre galleggianti dal forte sapore evocativo realizzate con materiale di recupero e presentate, tra l'altro, al Salone del Mobile di Milano e alla Biennale di Architettura di Venezia.

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Jellyfish Barge
è un progetto a cura di Pnat, coordinato dal professore Stefano Mancuso, dell'Università di Firenze, direttore del LINV - Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Negetale e progettato dagli architetti Antonio Girardi e Cristiana Favretto, di Studiomobile. Il prototipo funzionante, realizzato dal LINV (Università di Firenze) grazie al contributo della Fondazione Ente Cassa di Risparmio di Firenze e della Regione Toscana è installato dall'ottobre 2014, nel canale Navicelli, tra Pisa e Livorno. Courtesy delle foto: Matteo de Mayda.

52. FLORILEGIA

RACCONTI DI FIORI

In epoca medievale un florilegium era una raccolta di testi; il termine deriva da flos (fiore) e leger (mettere assieme). Partendo da questo termine, la mostra Florilegia, da Grimalgi Gavin a Londra, presenta diversi lavori, all'interno dei quali fiori e piante propongono una lettura particolareggiata su riflessioni sociologiciche e poetiche, nate dall'incontro tra arte e natura.

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Sinaida Michalskaja, C-print, diasec, 145 x 195 cm. Courtesy l'artista e galleria Grimaldi Gavin

Florilegia include il lavoro Nympheas (2007), di Goldschmied & Chiari: una fotografia di grande formato che prende spunto ed evoca deliberatamente i celebri dipinti di Claude Monet. Sovvertendo il ritratto idilliaco, di una natura incontaminata e pura, offerta dal pittore impressionista, quelli di Goldschmied & Chiari sono fiori realizzati con borse di plastica; presenze di scarto che galleggiano nel fiume Tevere a Roma.
Quelle di Fabio Zonta sono invece fotografie ad alta definizione, nelle quali i fiori messi in primo piano sono decontestualizzati rispetto al loro ambiente di origine, fluttuando leggeri all'interno di una dimensione candida. Ognuno di essi è colto nello specifico momento della massima apertura o già in procinto di sfiorire, proprio nell'attimo in cui i bordi dei petali iniziano a colorarsi di marrone. Si tratta di una riflessione sul concetto di momento mori, dunque sulla morte e la caducità della bellezza.
In mostra è presente anche una selezione di lavori di Laura Letinsky. Le sue fotografie evocano le vanitas olandesi del 17° secolo; petali, fiori appassiti ma anche stoviglie, candele, ceramiche sono abbandonati su tavole ancora imbandite e alludono ad una presenza umana nascosta all'occhio di chi guarda.

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In ordine: Laura Letinsky, Untitled no. 23 from Hardly More than Ever, C-print, 47x60 cm; Sinaida Michalskaja, Leon & Johannes, 2014, C-print, 145x195 cm. Courtesy gli artisti e galleria Grimaldi Gavin.  

Le fotografie di Jonny Brigg appaiono invece come delle messe in scena. Fiori e oggetti domestici potrebbero infatti sembrare irreali o ritoccati. Le opere sono parte di una serie in corso di realizzazione nella quale l'artista esplora la realtà costruita della famiglia e i confini tra adulto e bambino, natura e cultura, reale e irreale.
Infine, le opere di Sinaida Michalskaja, una serie di fotografie di grandi dimensioni incentrate sulle finestre delle abitazioni. Traendo ispirazione dal valore simbolico e metaforico della finestra, questi lavori mostrano allo stesso tempo la natura addomesticata e confortevole di ciò che che si trova all'interno e quella più insicura e selvaggia dell'ambiente esterno, il tutto mediato dalla cornice e dal vetro della finestra

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Fabio Zonta, C-print, 50x50 cm. Courtesy gli artisti e galleria Grimaldi Gavin


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ArtistI: Goldschmied & Chiari, Fabio Zonta, Laura Letinsky, Jonny Briggs e Sinaida Michalskaja
Grimaldi Gavin / Londra
Fino al 28 febbraio 2015