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69. COSMA FRASCINA

CALCARENITE SERIES

Calcarenite Series è un progetto intimamente legato alla natura, ai materiali e alle tradizioni della terra di origine di Cosma Frascina: il Salento.

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Con il termine "Calcareniti del Salento" si intendono tutti quei sedimenti calcarenitici plio-pleistocenici noti con la denominazione generica ed impropria di "tufi". Si tratta in genere di calcareniti e di calcari bioclastici, a grana mediamente fine, e di colore dal grigio chiaro al rossastro, il più delle volte porosi. Ricchi di microfossili, si a interi che in frammenti, di origine marina.
Nella zona della penisola salentina, fin dai tempi preistorici, l'estrazione di calcarenite ha modificato il paesaggio attraverso la formazione di cave, disseminate capillarmente sul territorio. Sono le tipiche cave di "tufo" a cielo aperto, ad anfiteatro, all'interno delle quali il materiale viene tagliato direttamente in conci parallelepipedi di varie dimensioni.
La calcarenite è un materiale tradizionale, usato soprattutto per costruzioni di piccola entità, poichè molto tenero, poco resistente alla compressione e molto poroso.
Attualmente, la maggior parte delle cave sono inattive e spesso teatro di rilevanti disastri ambientali, non è raro infatti che vengano utilizzate come vere e proprie discariche abusive.

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"La vecchia cava in disuso, nei pressi del paese dove sono cresciuto, ha da sempre esercitato su di me una forte attrattiva. Un luogo così selvatico, da esplorare. Ed è proprio durante una delle mie recenti esplorazioni che ho trovato il materiale per un potenziale progetto. Cumuli di conci di calcarenite, materiale di scarto della vecchia attività di estrazione.
Sono rimasto affascinato dalla bellezza di quel materiale, osservando i mutamenti comatici e la formazione di vere e proprie texture naturali sulle superfici dei blocchi, segni visibili dell'azione combinata del tempo e degli agenti atmosferici. Ho notato che una particolare disposizione dei conci sui cumuli, e quindi ad una certa esposizione agli agenti atmosferici, determina differenti osssidazioni e formazioni di muschi e licheni.
Durante la prima fase del progetto sono andato alla ricerca del materiale adatto, basando le mie scelte sulle qualità estetiche delle superfici, ed affidandomi all'istinto nell'intravedere le forme degli oggetti dai blocchi di materia grezza.
I materiali selezionati mi hanno indicato una forma possibile, accompagnando la natura di un gesto e quindi di un possibile attrezzo. Ogni singolo oggetto è stato scolpito mediante tecniche ed utensili tradizionali: un martello, uno scalpello, una sega, una raspa e tanta pazienza. Ho ritenuto necessario un approccio primitivo, nel senso di istintivo, senza separazione tra ciò che si pensa e ciò che si fa, ed ho istruito me stesso provando.

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Tutti i pezzi della collezione sono caratterizzati da un forte contrasto cromatico, tra la "scorza" esterna e il materiale venuto alla luce dopo la lavorazione. Ho ritenuto opportuno evidenziare tali contrasti applicando su alcune superfici uno strato di intonaco bianco o di calce viva; sia per una questione funzionale, che per facilitare la lettura degli oggetti.
Ciò risulta evidente nelle "nicchie" degli scaffali, nei vasi e nelle ciotole modulari.
La lampada ad arco è composta da un basamento calcarenitico nel quale si innesta un tubo di rame, alla cui estremità trova collocazione uno spot led azionabile con un interruttore touch. Sfruttando le proprietà di ossidazione del rame, ho cercato di stabilire una continuità tra i due materiali attraverso ossidazioni controllate, ispirandomi alle forme e alla distribuzione dei licheni sulle superfici calcarenitiche.
Nel caso della panca, una seduta in tufo, ricavata dal taglio longitudinale di un grosso concio, è appoggiata su una struttura realizzata in tondini di ferro, anche questo ossidato per simulare l'azione del tempo sul materiale." 

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I pezzi della collezione Calcarenite Series, con la loro forte matericità e fragilità intrinseca, esprimono il bisogno dell'uomo di instaurare una relazione più significativa e profonda con la terra e con gli elementi naturali. Essi creano un ponte tattile con il passato, in una dimensione all'interno della quale questo diventa utile, poiché diviene presente e vivo. La collezione rispolvera l'archetipo della caverna: paesaggio e luogo domestico allo stesso tempo; ambiente primordiale dalle infinite possibilità, dove il confine tra gli spazi è incerto e ambiguo. Il tutto genera e da forma a veri e propri "paesaggi d'interni".

*Per tutte le immagini: courtesy Cosma Frascina

68. MOUNTAIN PASSION

NUOVI SCENARI ALPINI

Attratti dal fascino indiscusso della montagna, abbiamo visitato la mostra Mountain Passion, che vi consigliamo di non perdere. Fino al 30 giugno 2015, da Marco Noire a Torino.

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Olivo Barbieri, Alps, geographies and People, 2012, inkjet print on archival paper, 111x146,1 cm. Courtesy galleria Marco Noire, Torino

Mountain Passion è una straordinaria lettura del territorio delle Alpi attraverso la fotografia storica e contemporanea. Vittorio Sella (1859-1943), Olivo Barbieri, Francesco Jodice e Stefano Cerio i protagonisti di questo percorso.
Eccellente alpinista e fotografo, Sella aprì diverse vie e compì spedizioni in aree allora sconosciute e mai cartografate. Con pesantissime lastre 30x40 cm e l'attrezzatura per emulsionare, riprendere e fissare, salì sulle Alpi, Caucaso, Asia, Alaska e Africa. Grande fotografo, certamente, ma anche sperimentatore e artista. Così scrive nel suo diario del viaggio del 1889 in Caucaso centrale: "...nella nostra mente non rimane un'esatta nozione delle vedute ammirate. Sentiamo di avere provato lassù forti emozioni; ma ricordiamo soltanto in modo confuso la fisionomia dello spettacolo che esercitò quel fascino sui nostri sensi. La fotografia aiuta a scegliere, precisare ed anche a idealizzare gli elementi che possono comportare una scena alpina...". In mostra sono presenti una selezione di circa trenta immagini (albumine, panorami...) scelte grazie alla preziosa collaborazione di Angelica Sella e della Fondazione Sella Onlus.

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In ordine: Olivo Barbieri, Alps, geographies and People, 2012, inkjet print on archival paper, 111x146,1 cm;
Francesco Jodice, Mont Blanc, Just things, 2014, 100x130 cm; Francesco Jodice, Mont Blanc, Just things, 2014, 100x200 cm. Courtesy galleria Marco Noire, Torino

Alps-Geographies and People di Olivo Barbieri è invece la percezione della montagna vista dagli scalatori: cime, precipizi, crepacci, miraggi e allucinazioni nelle geografie. In queste immagini è tutto vero. Le proporzioni e le forme sono reali. Anche le persone e la posizione in cui si trovano sono reali. Gli scalatori attraversano rocce, precipizi, vette nel tentativo di rintracciare nascoste verità interiori nelle "cartine mute" della geografia.
Mont Blanc. Just things di Francesco Jodice sono cinque fiabe sul Monte Bianco. I paesaggi descritti sono dei paradigmi di condizioni culturali speciali; per l'artista non è un luogo in sé a esprimere un valore, ma piuttosto la condizione atmosferica del suo paesaggio sociale.
Una panoramica del tutto inedita di luoghi conosciuti e abituali la offre Stefano Cerio con la serie fotografica Night Ski. Di notte...le piste da sci, gli impianti di risalita, i sentieri delle montagne, diventano luoghi in cui la nostra percezione consueta si perde. L'artista svuota gli spazi turistici dalla presenza umana, per rivelare una realtà surreale e straniante. Uno sguardo profondo sull'assenza e sull'essenza del paesaggio contemporaneo.

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In ordine: Stefano Cerio, Night Ski, 2012, inkjet print, 110x135 cm; Stefano Cerio, Night Ski, 2012, inkjet print, 110x135 cm; Vittorio Sella, Dent d'Hérens dalla vetta del Tiefenmatten,1883. Courtesy galleria Marco Noire, Torino


MOUNTAIN PASSION
Olivo Barbieri, Stefano Cerio, Francesco Jodice, Vittorio Sella
Marco Noire gallery / Torino
Fino al 30 giugno 2015

67. MAARTEN VANDEN EYNDE

UN ARCHEOLOGO DELLA SURMODERNITA'

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Maarten Vanden Eynde, Plastic Reef, 2008-2012, detriti in plastica, provenienti dagli oceani, fusi, dimensioni variabili. Courtesy: Manifesta9, Genk, Belgium. Foto: Kristof Vranken

Maarten Vanden Eynde, più che un artista sensibile alle tematiche ambientali ed ecologiche, potrebbe essere definito un archeologo della surmodernità. Una figura particolarmente interessata a documentare e in un certo senso a catalogare, i prodotti dell'Era dell'Homo Stupidus Stupidus. (2009). In effetti, osservando il suo lavoro, ci troviamo di fronte ad una massiccia operazione di raccolta di materiali e di informazioni. L'enorme quantità di oggetti che quotidianamente vengono generati dalla società contemporanea sono diventati il nucleo centrale della ricerca dell'artista belga.

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Maarten Vanden Eynde, Globe, 2013, metallo, legno, plastica, 850x850 cm. In ordine, prima immagine: veduta dell'installazione a November 2013, foto Morgane Rul; seconda immagine: veduta dell'installazione nell'inverno 2015, foto: Hadrien Franceschini. Courtesy: Le Vent des Forêts, France.

Maarten Vanden Eynde utilizza gli scarti del mondo odierno come pretesto per indurci a riflettere.
La sua costante elaborazione estetica, formale e concettuale attorno al tema degli "rimasugli" plastici prodotti dall'uomo, prefigura la nascita di una nuova branchia per la paleontologia moderna: quella plastica. Le creazioni dell'artista si muovono tra presente e futuro. Nel momento in cui nascono, danno vita ad eccentrici souvenir (di piccole o grandi dimensioni) da osservare: presenze già museali, che testimoniano il frutto dell'eredità umana sulla Terra. Una moderna raccolta di mirabilia di ultima generazione, che inevitabilmente smuove gli animi e testimonia la devastazione in corso nei mari, fiumi e suoli.
Ma esse, allo stesso tempo, sono già nel futuro, pronte a essere riportate alla luce dalle nuove generazioni di esploratori, che in epoche lontane dalla nostra, avranno il compito di tracciare le origini del loro tempo.

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Maarten Vanden Eynde, Paleontologic Plastic, 2013, teca in legno, plastica, dimensioni variabili. Courtesy: Meessen De Clercq Gallery, Brussels. Foto: Meessen De Clercq Gallery e Maarten Vanden Eynde (per il dettaglio)

Così, Globe (2013) è una gigantesca sfera di 8,5 metri di diametro, realizzata con differenti tipi di oggetti di scarto, raccolti tra i rifiuti abbandonati. Questo enorme globo simbolizza il nostro costante bisogno di collezionare oggetti e il relativo problema di come fare a smaltirli, nel momento in cui essi perdono la loro funzione originaria. Collocata sulla vecchia discarica del piccolo villaggio di Rupt devant Saint Mihiel, in futuro diventerà una meta turistica, un luogo dove andare a riflettere sulla natura umana.
In 1000 Miles Away From Home (2009-2013), 5 piccoli mappamondi in vetro simboleggiano invece i 5 maggiori oceani, all'interno dei quali, ad opera delle correnti, si stanno formando delle vere e proprie sacche di detriti plastici, ormai ben noti. Scuotendo l'acqua presente al loro interno, si riproduce l'inquietante fenomeno dei vortici plastici nei mari.

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Maarten Vanden Eynde, 1000 Miles Away From Home, 2009-2013, base in legno, globe di vetro, acqua distillata, particelle di plastica. Courtesy: Meessen De Clercq Gallery, Brussels. Foto: Meessen De Clercq Gallery

66. 100% SAND

UN PROGETTO DI ANABELLA VIVAS

Anabella Vivas ha recentemente presentato il progetto 100% SAND in occasione del Fuori Salone 2015.
La sabbia si trasforma da elemento naturale a oggetto di design, si fonde con il vetro e ridefinisce le modalità e le finalità del suo impiego classico.

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Il progetto si propone di analizzare se e come il design possa trarre vantaggio dall'interazione con elementi naturali in termini di potenzialità costruttive e creative.
La collezione di vasi, che unisce l'utilizzo di più materiali oltre alla sabbia (calcestruzzo e vetro), punta alla ricerca di un equilibrio formale ed estetico tra gli elementi impiegati.
La lavorazione dei materiali avviene secondo un approccio innovativo: il calcestruzzo è miscelato con la quantità massima possibile di sabbia, che possa consentire di soffiare il vetro al suo interno con una temperatura inferiore rispetto al normale, permettendo così che i due elementi diventino una cosa sola.

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Una tensione visivamente osservabile è conferita al vetro, la cui superficie lucida e trasparente è in netto contrasto con quella materica e dalle tonalità terra, della sabbia e del calcestruzzo. Ogni oggetto narra qualcosa di specifico, rivelando le tracce imprevedibili del processo creativo.
Il progetto ci porta a riflettere sulla grande quantità di oggetti composti da sabbia, che quotidianamente ci circondano. Una riflessione a più direzioni che fa discutere su questo materiale e sulla molteplicità dei suoi impieghi creativi.

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Per tutte le immagini: 100% SAND, courtesy Anabella Vivas

65. MIRROR HOUSES

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Mirror Houses sono due casette immerse in uno stupendo scenario di meleti appena fuori Bolzano, nei meravigliosi dintorni delle Dolomiti altoatesine. Progettate dall'architetto Peter Pichler, le Mirror Houses offrono un'occasione unica per trascorrere una stupenda vacanza circondati da architettura contemporanea dei più alti standard a stretto contatto con uno tra i più suggestivi paesaggi che la natura possa offrire.
La richiesta del cliente è stata quella di progettare una struttura composta da due unità dedicate all'affitto, all'interno delle quali trascorrere vacanze di lusso. Gli ospiti hanno il loro piccolo appartamento autonomo e possono così godere l'esperienza di vivere in mezzo alla natura avvalendosi però di tutte le comodità offerte da una residenza dagli alti standard abitativi. Uno dei principali obbiettivi del progetto è stato quello di creare un luogo dotato della massima privacy.

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Le nuove unità sono orientate verso est con il proprio giardino privato, un accesso autonomo, il parcheggio dedicato e una piccola cantina con ingresso separato, per il deposito delle eventuali attrezzature sportive. Ogni unità è composta da cucina/soggiorno abitabile, un bagno e una camera da letto con grandi lucernari apribili che donano ai locali luce e ventilazione naturali.
Il progetto è suddiviso in due volumi a quote e allineamenti diversi per ammorbidire l'intera struttura e dare movimento a ciascuna unità.
Entrambe le unità sono sospese su una base al di sopra del terreno che esprime leggerezza e migliora la vista verso il suggestivo paesaggio circostante. Il volume si apre verso est con una grande facciata-vetrata che si raccorda con linee curvilinee nell'involucro di alluminio nero. Sulla facciata ovest una grande vetrata specchiata si affaccia verso il giardino catturando il panorama circostante e rendendo così le unità quasi invisibili se osservate dal retro.
Da alcune angolazioni, il giardino della casa esistente si riflette nella nuova architettura contemporanea e il tutto crea un mescolarsi di concetti architettonici diversi che si amalgamano nello stesso contesto senza disturbarsi a vicenda. 

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Per tutte le immagini: Mirror Houses, Bolzano, Italia. Courtesy Peter Pichler Architecture. Foto: Oskar Da Riz, Nicolò Degiorgis

64. ON LANDSCAPE #2

RIFLESSIONI SUL PAESAGGIO

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Minna Kantonen, Untitled [HEL1001], dalla serie Urban Vistas, 2010. Courtesy Matèria gallery e l'artista

Rimanda a qualche cosa di tangibile ed evoca sensazioni organiche; in realtà Matèria è il nome della nuova galleria che ha inaugurato venerdì 17 aprile a Roma, sotto la direzione di Niccolò Fano.
Il progetto, a nostro avviso, parte decisamente bene, con una mostra dal titolo On Landscape #2, interamente dedicata al tema del paesaggio. Le artiste sono tre: Dafna Talmor, Emma Wieslander e Minna Kantonen, fondatrici di On Landscape Project, progetto tematico che ha nel DNA l'intendo di indagare le declinazioni estetiche, gli aspetti formali, le implicazioni concettuali e relazionali legate alla dimensione paesaggistica contemporanea.
On Landscape #2, secondo step che rientra in un progetto più elaborato e complesso, consente di approfondire e ampliare una ricerca avviata in occasione della prima edizione On Landscape #1, che si è tenuta al Guest Projects di Yinka Shonibare - Londra, nel marzo 2014, favorendo così lo sviluppo di ulteriori riflessioni sulla rappresentazione del paesaggio in relazione a idee precostituite, tradizioni e convenzioni iconografiche frequentemente associabili a questo tema.
Le tre artiste sono affiancate da Marco Strappato che, in veste di guest artist, fornisce un apporto tematicamente affine al loro lavoro.

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Minna Kantonen   Urban Vistas

In ordine: Emma Wieslander, Untitled #4, dalla serie Wish You Were Here, 2010; Marco Strappato, Untitled, "Three empty frames", vetro, immagine trovate, pittura spray, 2013; Minna Kantonen, Untitled, dalla serie Urban Viastas, 2009. Courtesy Matèria gallery e gli artisti

"Incentrato sulla realtà, il lavoro Constructed Landscapes, di Dafna Talmor, ruota attorno alla creazione di spazi immaginari, secondo una modalità rappresentativa e meta-linguistica che fa della fotografia stessa l'oggetto della sua investigazione artistica. L'opera dell'artista, Israeliana di origini, ma attiva a Londra, rievoca alla mente lavori carichi di un forte Pittorialismo, nascendo dall'unione di parti di negativi ritagliati che vengono fatti collassare assieme. Creando scenari apparentemente immaginari, incorporati in una realtà decomposta, le immagini sono così rivisitate e ricostruite per diventare qualcosa di "altro".
La svedese Emma Wieslander presenta invece Wish You Were Here, costruendo il suo paesaggio con un gioco percettivo ed evocativo. Che cos'è più romantico di un tramonto? Quanti di noi, almeno una volta, non sono riusciti a smettere di guardare il sole rossastro, mentre scompariva oltre la linea del tramonto? In questo progetto, le immagini di Emma Wieslander sfruttano la dualità tra finzione e realtà, fatte coesistere in una singola ed evocativa immagine.
In contrasto, la serie Urban Vistas di Minna Kantonen propone un'estetica del paesaggio più tradizionale, meno astratta rispetto all'approccio della Talmor e della Wieslander. La fotografa Finlandese, anche lei attiva a Londra, porta avanti una ricerca artistica legata alla presenza della natura negli ambienti urbani, all'interno dei quali il verde coesiste con mattoni e cemento. Nel progetto Urban Vistas, gli alberi trovano così la loro casa, piuttosto che nel terreno, su colline asfaltate, esito e simbolo di un'incessante processo di urbanizzazione.
Il lavoro installativo di Marco Strappato, nasce invece dall'unione della fotografia, del collage e della tecnica digitale. Utilizzando immagini che provengono dalla cultura consumistica, i tre medium sono il pretesto e lo strumento necessario per dare vita a una riflessione in questo senso. Spinto dal processo di manipolazione e di rielaborazione, Strappato trae infatti ispirazione dal calderone delle immagini che, attraverso riviste, giornali e televisione, bombardano la nostra vita quotidiana. Queste, vengono così riutilizzare per generare una discussione silenziosa ma critica con lo spettatore, in merito alla percezione che abbiamo del mondo, potenzialmente contaminata e ad appannaggio dei codici della società contemporanea."*

*Parti del testo sono estratti da un saggio di Francesca Orsi

Dafna Talmor    Constructed Landscapes

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Dafna Talmor, Untitled; Untitled (BR-1414-1); Untitled (EA-131313-4), dalla serie Constructed Landscapes II, 2014. Courtesy Matèria gallery e l'artista

Uno degli elementi cardine che contraddistingue il progetto consiste in una collezione di libri d'artista, autoprodotti e di bassa tiratura. Le 44 pubblicazioni incluse in On Landscape #2, frutto di un bando internazionale, sono state selezionate da una commissione formata da sette giudici: Chiara Capodici e Fiorenza Pinna, fondatrici di 3/3, Gianpaolo Arena, editor di Landscape Stories, Niccolò Fano, direttore di Matèria e Dafna Talmor, Emma Wieslander e Minna Kantonen, team di On Landscape Project. L'esposizione dei libri mira ad ampliare il dialogo sul tema del paesaggio, realizzando una piattaforma volta a favorire una riflessione approfondita grazie all'inclusione di un numero esteso e diversificato di lavori.

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ON LANDSCAPE #2
Matèria gallery / Roma
Fino al 16 maggio 2015

63. SILVIA CAMPORESI

LO SPAZIO FANTASMA

di Marinella Paderni

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Atlas Italiae è un viaggio fotografico durato due anni in un mondo che non c'è più, una geografia di luoghi fantasma che abitano un'Italia invisibile e lontana dalle cronache. Borghi disabitati da decenni che sembrano non esistere nemmeno sulle cartine geografiche, architetture fatiscenti divorate dalla vegetazione selvaggia, archeologie industriali che paiono imbalsamate nel tempo del "non più" ci raccontano di un'Italia che resiste e sopravvive a se stessa malgrado l'apparente stasi del presente, di un oblio che si sostituisce all'incuria umana modellando le cose di una bellezza tremenda, diversa, che in controluce rivela l'anima in potenza del paesaggio italiano.
Nel lavoro di Silvia Camporesi il velo dell'anonimato si squarcia mostrando l'anima di luoghi congelati nelle nebbie dell'amnesia generale. Qui il suo sguardo va oltre la pura registrazione di uno stato della realtà, è indirizzato a cogliere la tensione di un'Italia degli estremi in cui scorgere l'incanto anche laddove si pensa scomparso.
Com'è la vita delle cose che si sono dimenticate? I paesi deserti, le architetture abbandonate, gli oggetti perduti sono soltanto gusci vuoti che si stanno sfaldando sotto la pressione delle temperie o hanno il dono di continuare ad esistere oltre l'uomo?

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Silvia Camporesi ci fa entrare in un tempo scomparso in cui fare esperienza del vuoto che l'uomo ha prodotto smarrendo il senso originario dei luoghi. Si tratta di spazi e di oggetti non più connotati da chi li viveva, che hanno cambiato natura; forme aperte al tempo e alle sue potenzialità in essere, da saggiare con i sensi, in cui poter percepire quello che Marcel Proust ha cercato di trasmetterci con la sua ricerca del tempo perduto - il risuonare del passato come continuità del Tempo, base sicura per non precipitare nell'amnesia tutta digitale di un presente istantaneo, indistinto, pieno di informazioni ma carente di esperienze e di ricordi. Un presente digitale che non possiede sfumature, toni, colori, perché è fatto di una materia diversa; non di sogni, immaginazioni e rȇverie, ma di telepresenza, bit e velocità. Un tipo di presente che non va mai oltre l' "ora e adesso", cieco rispetto alla memoria del passato e all'avvenire del futuro.
Invece, nella memoria involontaria delle cose lasciate in una condizione fantasma, noi possiamo esperire un tempo ritrovato. "Le gambe, le braccia sono pieni di ricordi in letargo" scrive Proust nell'ultimo capitolo Le temps retrouvé della Recherche. Gli oggetti dismessi e lasciati al loro posto come se fosse ieri, le incrostazioni dei muri e le macchie di muffa degli intonaci, gli scheletri di architetture private della loro funzione, sono quei ricordi in letargo che i luoghi hanno trattenuto nelle loro membra, che sfuggono ad ogni forma di controllo o di alienazione, fondamentali per generare una continuità temporale, ossatura dei nostri corpi e del mondo secondo il grande scrittore francese.
Ma sono anche ombre della dimenticanza umana che parlano di come l'oblio e la memoria giochino una partita sul tempo intrecciandosi e scambiandosi i ruoli. La storia c'insegna la necessità di dimenticare, affinché l'oblio possa alleggerire una memoria a tratti troppo ingombrante o troppo drammatica da elaborare.

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Nelle fotografie dell'artista l'immagine dell'abbandono assume un significato inedito proponendo una diversa prospettiva sulla realtà: le rovine della nostra modernità sono lasciate necessariamente morire lontano dallo sguardo pubblico poiché l'uomo di oggi teme più di ogni altra cosa misurarsi con la propria finitudine e doversi mettere in contatto con la propria mortalità. Lasciando che le cose ideate e costruite da lui stesso periscano lontano dalla vista quotidiana, l'uomo del ventunesimo secolo può rimandare l'idea stessa della sua sparizione concentrandosi piuttosto sull'eterna "telepresenza" del mondo digitale, che registra ogni cosa sotto forma di documenti, immagini, filmati. All'invisibilità di codici e file si relega la memoria del mondo, incapaci di trattenerla dentro i nostri corpi e dei nostri luoghi.
Permeata di metafisica del sublime, la fotografia di Silvia Camporesi coglie l'essenza di spazi fantasma non come traccia di una morte annunciata ma quale promessa di una vita che non si esprime solo tramite l'aura digitale di un mondo raddoppiato e modificato dalla tecnologia.
Nella scoperta di realtà che sfuggono alla telepresenza, il paesaggio si manifesta finalmente per quello che è, una forma di conoscenza dell'intimo valore dell'uomo e della sua presenza nel mondo.

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Per evitare l'appiattimento digitale che restituisce sempre lo stesso sapore anodino delle cose, l'artista riattualizza la fotografia intervenendo sui suoi processi formali, sulla resa visiva della memoria e dell'identità. La coloritura a mano delle fotografie, stampate precedentemente in bianco e nero, ricorda la patina del tempo che non si esaurisce nel passato ma continua ad esistere nella polvere del presente. I pigmenti naturali aggiungono qualcosa di più, una bellezza autentica che la fotografia digitalizzata non riesce ancora a clonare.
L'utilizzo di un'antica pratica orientale di piegatura della carta - il kirigami - è cosa insolita e singolare nell'universo del fotografico. Invece, per Silvia Camporesi la realtà ha bisogno di maggior corpo fisico, di una consistenza concreta, per non alienare se stessa e smarrirsi. Magicamente le sue fotografie si tagliano, si scompongono in una tridimensionalità nuova che allude alla fisicità dei luoghi e delle cose che stiamo guardando. In questo lavoro non solo il senso della vista è potenziato ma pure la tattilità e la sensorialità epidermica del mondo, trasformando la fotografia in un linguaggio dell'arte che non si appiattirà mai alla digitalizzazione della bellezza e alla stereotipia delle identità.

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Per tutte le immagini: Silvia Camporesi, Atlas Italiae, courtesy l'artista

PROPOSTA #05 MICHELE RAVASIO

BROKEN FLOWERS

"Milano è una città grigia. Sostanzialmente un'uniforme colata di asfalto e cemento. Portare del colore nelle sue strade è un'impresa assai ardua."
Il progetto fotografico Broken Flowers, del giovane artista Michele Ravasio, è dedicato ai moltissimi e variegati chioschi dei fiorai, che si trovano disseminati in ogni quartiere della città.

Racconta di una sfida impossibile, persa in partenza, contro un ambiente ostile e nella bella stagione, anche contro il caldo e il sole, che rischiano di bruciare i fiori: fragili istanti di "natura urbana". Per questo, per una buona parte dell'anno, i fiorai si devono ingegnare per coprire scrupolosamente la loro merce tramite tende e teli di ogni tipo, di ogni fantasia e di ogni materiale, da spostare a seconda del movimento del sole. Brandelli che donano un aspetto spesso pittoresco a queste piccole casupole, rendendole presenze aliene, parte integrata di un paesaggio urbano, ma allo stesso tempo elementi che si slegano dall'ambiente circostante.

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Simile, peraltro, è la condizione stessa di chi si trova, oltre ai fiori, al di là di quelle tende: nel 90% dei casi sono ragazzi del Bangladesh, che non conoscono l'italiano e a fatica riescono a capire e farsi capire dagli ormai pochissimi clienti. Tre realtà ai margini che collassano nel medesimo istante: la prima, quella di una natura come presenza che stenta a sopravvivere nel contesto urbano milanese; la seconda, quella rappresentata da esistenze complesse, frutto degli esodi postmoderni; la terza, quella tristemente nota e costituita dalla soppressione delle piccole attività individuali a discapito della grande distribuzione.

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Michele Ravasio, Broken Flowers2014. Courtesy l'artista
Questa news è stata pubblicata nell'ambito delle proposte che giungono a Platform Green. Per maggiori informazioni in merito alla procedura di invio del tuo progetto o lavoro, vai alla sezione "Contatti"

62. DANIELLA ISAMIT MORALES

ACTA HERBARIUM – IL GIARDINO PRIMORDIALE

L'Acta Herbarium è un progetto realizzato dall'artista venezuelana Daniella Isamit Morales, in occasione della mostra "Les sentiers battus sont pleins de fictions endormies" (che si è recentemente svolta presso il Filatoio di Caraglio, a cura di a.titolo) e nell'ambito del percorso di formazione e residenza del progetto "Acteurs transculturels / Creatività giovanile: linguaggi a confronto".

Disegno Dicksonia antarctica giardino primordiale piante preistoricheTriassico Inferiore fossili di piante

Dicksonia Anctartica, tavola botanica della pianta 

L'Acta Herbarium colleziona un elenco di piante, ancora viventi nelle zone transalpine, le cui antenate risalgono al periodo geologico del Triassico Inferiore. L'opera è un'installazione-giardino di conifere, lycopodium, cycas e felci, nel tentativo di descrivere un paesaggio primordiale.
Il progetto di un Giardino Triassico è nato dall'intuizione avuta durante un viaggio compito presso le Gole del Verdon. Navigando sull'altipiano, lungo il letto del fiume s'intravedevano le piante acquatiche affiorare in superficie. Il pensiero delle Alpi sommerse nel mare, duecento milioni di anni fa, a confronto con quelle piante ancora lì, ha stimolato la curiosità dell'artista, che ha immaginato che l'acqua conservasse un paesaggio nascosto, fatto di piante particolari, forse le più antiche del mondo. Da questa esperienza è nata la ricerca condotta a stretto contatto con l'Orto Botanico di Torino, l'Associazione Verde Antico, il Naturmuseum Südtirol di Bolzano e il Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino.

Daniella Isamit Morales Filatoio di Caraglio piante preistoricheTriassico Inferiore fossili di piante

Daniella Isamit Morales Filatoio di Caraglio giardino primordiale piante preistoricheTriassico Inferiore fossili di piante

Daniella Isamit Morales, Acta Herbarium, 2015, veduta dell'installazione presso il Filatoio di Caraglio (Cn). Foto Nadia Pugliese

Immaginando l'attuale altopiano della Gardetta, in Valle Maira, come un litorale con delle piccole isole, esistito in epoca giurassica, (proprio qui, nel 2008, sono state scoperte le impronte del dinosauro Ticinosuchus ferox), Daniella Isamit Morales ha scelto i fossili vegetali che si trovavano nelle vicinanze delle zone transalpine. Prendendo a esempio l'elenco dei fossili presenti nel Monte San Giorio, tra Italia e Svizzera, dove sono stati trovati i resti della stessa specie di dinosauro, l'artista ha selezionato e individuato un index di piante che costituiscono il cuore del progetto: Araucaria Heterophylla, Dicksonia Antarctica, Cycas Revoluta, Zamia Skinneri, Encephalartos Arenarius, Selaginella, Isoetes, Equisetum, Lycopodium Carinatum, Wollemia, Encephalartos Princeps.

Cycas revoluta giardino primordiale piante preistoricheTriassico Inferiore fossili di piante

Dicksonia Antarctica giardino primordiale piante preistoricheTriassico Inferiore fossili di piante

Araucaria Heterophylla giardino primordiale piante preistoricheTriassico Inferiore fossili di piante

Cycas revoluta, Dicksonia Antarctica, Araucaria Heterophylla. Foto Nadia Pugliese. Courtesy l'artista


In conversazione con Daniella Isamit Morales:

Andrea Lerda
L'idea di lavorare su questo giardino primordiale è nata dal viaggio nelle Gole del Verdon, ma che cosa ti ha spinto a porre l'attenzione su questo particolare soggetto?
Daniella Isamit Morales
Durante quel viaggio sono combaciate linee di pensiero emerse in parte durante i precedenti viaggi fatti durante la residenza.
Da tempo riflettevo su concetti come quello di "tradizione" e di "origine", notando come quest'ultima sembrasse d'estinguersi nel momento in cui il tempo inizia ad esercitare il suo effetto. Data l'impossibilità di bloccare e definire un tempo specifico in cui "avviene" un'origine, ho iniziato a notare due aspetti contrastanti: da un lato un fenomeno culturale completamente fluido in cui l'origine abita in un presente continuo che viene costantemente espanso, da un altro un gesto di resistenza, un tentativo di "salvare" il tempo, bloccandolo in un'origine utopica.
Quando venni a sapere che Verdon custodiva dei reperti archeologici provenienti da diversi periodi geologici stavo navigando sul lago di quest'altipiano e ho osservato delle piante che spuntavano dall'acqua e scomparivano verso il fondo torbido. Ho immaginato che sotto di me ci fosse un paesaggio "conservato" da quelle acque, fermo in un tempo indefinito, in cui si potessero trovare le piante più antiche del pianeta.
Quindi iniziai a domandarmi se potesse esistere la remota possibilità che certe specie di piante ancora viventi fossero esistite già durante un periodo geologico remoto, senza la presenza di vita umana, e forse ancora più indietro nel tempo.

1. Araucaria heterophylla 2. Encephalartos arenarius 3. Cycas revoluca 4. Zamia skinnery 5. Selaginella 6. Equiseti 7. Dicksonia antartcica 8. Lycopodium carinatum


A.L.

Perché il giardino e perché un passato naturale così lontano?
D.I.M.
Tornando su quello che dicevo, in cui ragionavo sul mutare dell'origine rispetto ad un rapporto col tempo, ho notato la corrispondenza che hanno queste piante con quella premessa. Ho pensato alle prime piante comparse sul pianeta come materia vivente in grado di riuscire ad accogliere in sé un ampio arco temporale, rispetto agli altri elementi presenti sul pianeta. Il gesto più naturale per me divenne raggrupparle in un'installazione, che in maniera metaforica può essere inteso come un "giardino", un giardino-diorama che funzionasse come installazione e che contenesse questo tempo.

A.L.
C'è una relazione tra questo paesaggio arcaico e l'uomo odierno, o è un discorso puramente legato alla ricerca minuziosa su specie quasi del tutto estinte?
D.I.M.
Si, c'è una piena relazione tra il passato lontano e il modo in cui l'uomo decide di raccontare la storia a se stesso e questo rapporto porta in luce un nuovo piano di lettura del lavoro.
Mi affascinava poter tentare di descrivere uno scenario che non fosse stato contaminato dallo sguardo e dalla presenza umana. Il passato lontano porta con sé questa caratteristica, questa probabilità, con cui sia la metodologia di ricerca della paleobotanica, sia l'immaginazione, si devono per forza confrontare. Nel campo della paleobotanica, una traccia viene legata alla successiva da invenzioni e speculazione. La cultura per certi versi ha un'origine simile: inventiamo e trasmettiamo dei concetti, che vengono ripetuti da altri chiamandoli "citazioni", e quando questo modello viene ripetuto nel tempo gli diamo il nome di "cultura". Questo avviene anche a ritroso nel tempo, infatti costruiamo il passato utilizzando ciò che ci circonda, e questo è il modo in cui vengono costruiti i diorami. Il mio lavoro non è un vero e proprio diorama, ma un tentativo di rendere esplicito il rapporto tra un passato lontano e lo sguardo dell'uomo contemporaneo.

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Arenarius encephalortos, Zamia skinneri. Foto Nadia Pugliese. Courtesy l'artista

A.L.
Quale significato riveste per te questa natura così arcaica? Quali sensazioni o dimensioni vuoi evocare in chi guarda?
D.I.M
Il confrontarmi con una natura così antica per me ha un significato molto ampio, che mi ha permesso di sbozzare, in modo forse sobrio e poco retorico, l'immaginario legato al concetto di "primitivo", spesso legato alle simbologie e ai miti dell'esotico, sottoposti spesso a dei cliché e degli stereotipi.
E' un tentativo di raccontare un paesaggio primordiale, un oggetto che fa soffermare il tempo e che in quel gesto "sposta" l'origine geografica: ci sono infatti delle piante le cui antenate risalgono alle zone transalpine che però oggi si possono trovare soltanto in Costa Rica, Panama e Sud Africa.
A un primo sguardo è probabile che non siano evidenti tutte le suggestioni da cui sono partita. Il titolo Acta Herbarium potrebbe essere letto come un concetto tautologico, una verità da accettare e su cui non ragionare ulteriormente: c'è un titolo che riporta a delle piante e nell'installazione ci sono delle piante. Vorrei che il progetto suscitasse interrogativi, piuttosto che limitarsi alla soddisfazione passiva di una curiosità.

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Equiseti, Lycopodium carinatum. Foto Nadia Pugliese. Courtesy l'artista

61. THE 14 FACADES' HOUSE

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14 facades' house è un progetto realizzato dallo studio m architecture & V.O. di Bruxelles.
L'intero progetto, collocato all'interno di un'area della cittadina di Ragnies e ben integrato nel verde è stato concepito secondo il principio di economicità, con l'obiettivo di razionalizzare l'impiego dei materiali e di ottimizzare il rapporto tra il contesto in cui esso si inserisce e i costi di costruzione; il tutto senza compromettere la qualità del risultato finale. Il costo per la costruzione di questa abitazione è stato di circa 3.000 euro al metro quadrato.
Le scelte che hanno guidato questo progetto sono quelle della semplicità, dell'economicità, del rapporto ecologico, della flessibilità ma allo stesso tempo un'attenzione all'aspetto estetico, all'integrazione con il contesto naturale, alla sicurezza e alla gestione del calore.

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Everything was realized by using local products and manufacture: the pine wood comes from neighboring areas as well as for the local craftsmen.
According to the principle a "km 0", the house was built in perfect harmony with the natural environment. The specific choice of the owner and architect did not discounted at the same time architectural quality or spatial functionality. Thus, for example, the choice to develop a light, wood construction for the whole house, allowed the choice of a design that can be simple and flexible; a structure that can be quickly and easily built, and which can readily adapt to the sloping ground, reducing the cost of construction.
Moreover, several small and simple structures that are interconnected, create varying views, delineating areas of the house (the entryway, private terrace, and dining room, which has a view of the valley) that fit into the ground slope and the landscape and could in the future be complemented by additional structures as required by the inhabitant.

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Per tutte le immagini: courtesy m-architecture & V.O. studio. Foto ©bepictures