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PROPOSTA #08 MARCO ZANIN

CATTEDRALI RURALI

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In tutti i Paesi europei, durante il '900 accade che l'agricoltura, da settore economico principale, lasci progressivamente spazio all'industria e al settore dei servizi. In alcune aree questo succede molto velocemente, come in Veneto, nel nord est dell'Italia, che negli anni 60 e 70 diventa da una delle regioni più povere, una delle più ricche.
E così, nella fretta di fuggire per sempre dalla 'condanna' alla terra, condizione di stenti e di fatica, si crea una profonda rottura tra la millenaria civiltà rurale, con i suoi riti, ritmi, valori etici ed ecologici, e la contemporanea, giovanissima, civiltà industriale e post-industriale.

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Le Cattedrali rurali sono le tracce di questa rottura. Non sono edifici religiosi, ma case coloniche dove vivevano le famiglie di contadini che coltivavano la terra; eppure, cattedrali, perché simboli del sacro legame che gli uomini del passato hanno saputo instaurare con la terra. Una relazione antica, da richiamare di nuovo nell'epoca contemporanea.
Luoghi nella nebbia, dove anche nell'offuscamento della mancanza di memoria, c'è una stanza sacra, in cui i suoni sono attutiti, i dettagli e il contesto si perdono, ma possiamo avvertire l'anima delle cose.

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Per tutte le immagini: Cattedrali rurali, courtesy l'artista
Questa news è stata pubblicata nell'ambito delle proposte che giungono a Platform Green. Per maggiori informazioni in merito alla procedura di invio del tuo progetto o lavoro, vai alla sezione "Contatti" o "Chi siamo".

76. OF SOIL AND WATER

THE KING'S CROSS POND CLUB

'Of Soil and Water: The King's Cross Pond Club' è il primo laghetto balneabile costruito dall'uomo nel Regno Unito, in grado di accogliere fino a 163 bagnanti al giorno. Un progetto di arte pubblica, commissionato dal King's Cross Central Limited Partnership.
Ideato dall'artista Marjetica Potrč e collocato nell'area in costruzione di King's Cross a Londra, è un ambiente con una biodiversità variegata al cui interno è stato realizzato un piccolo lago naturale. Quest'area, in costante evoluzione, è stata trasformata in un luogo dove i visitatori possono nuotare tra le piante acquatiche di un ecosistema naturalemente prodotto.

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IL LAGHETTO
Il laghetto è composto da tre differenti zone: una piscina, una zona di rigenerazione e un'area all'interno della quale si trovano le piante che fungono da filtro pulitore. L'acqua è dunque purificata mediante un processo naturale, che oltre all'impiego di piante d'acqua utilizza una serie di filtri collocati sui bordi del laghetto, la cui funzione integra la filtrazione naturale. In questo modo ogni presenza chimica è bandita; anche l'acqua che si disperde mediante il processo di evaporazione viene reintegrata automaticamente mediante nuova acqua anch'essa filtrata e depurata.
Il numero dei bagnanti che possono accedere e godere delle acque limpide è poi ristretto e strettamente vincolato dalla quantità di acqua che il sistema è in grado di ripulire. In questo modo, l'utilizzo del laghetto è controllato e costantemente in equilibrio con ciò che la natura può accogliere, assorbire e rigenerare.

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IL TERRENO
Il suolo è variegato e caratterizzato dalla presenza di aree più aride, altre dotate di piante rare, altre ancora con un terreno particolarmente ricco, dove campeggiano erba lussureggiante, fiori di campo e arbusti di vario genere. Ogni pianta è stata scelta in relazione al tipo di suolo. Man mano che queste presenze crescono, puliscono e arricchiscono allo stesso tempo il terreno. Giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, anno dopo anno i visitatori possono osservare l'evolversi di questo processo e vivere l'esperienza di un ambiente ricco in biodiversità.

IL TEATRO DELLA NATURA
Quest'area è come un ambiente naturale in miniatura, un paesaggio in divenire, teatro di numerosi cicli ecologici: quello dell'acqua, delle piante e del terreno. Siamo di fronte a una messa in scena delle relazioni che esistono tra l'uomo, l'acqua, la terra e le piante. Tutte le forme di vita nascono grazie all'acqua; anche le piante, che scaturiscono da essa, crescono nel terreno, rendono fertile il suolo e a volte muoiono.
L'esperienza unica di nuotare in questo laghetto ricreato artificialmente ma totalmente naturale, consente alle persone di entrare in comunicazione con questo luogo in maniera immediata. Nuotando, camminandovi attorno, giocando e rilassandosi sull'erba che lo circonda, i visitatori partecipano a un laboratorio che svela la sorprendente capacità della natura di rigenerarsi da sola. Il progetto ci offre l'opportunità di comprendere meglio quale sia la grande elasticità e adattabilità di un sistema ecologico mediante momenti di esperienza e di confronto diretti.

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LA FASE DELL'ANTROPOCENE
Quando nuotiamo ci sentiamo leggeri e liberi; è un'esperienza rigeneratrice. Immergendo i piedi e nuotando nell'acqua di questo piccolo lago, i visitatori entrano senza sforzi in dialogo con l'era dell'Antropocene. Con questo termine ci riferiamo all'età geologica attuale, in cui l'attività umana ha cambiato progondamente il suo rapporto con la natura: oggi siamo diventati co-creatori di nuovi processi naturali. In 'Of Soil and Water: The King's Cross Pond Club', il laghetto costituisce una presenza relazionale, in grado di creare una relazione tra i nuotatori, e quindi le persone, e l'ecosistema del luogo. Un luogo dove sperimentare il dialogo e la convivenza con la natura.
Da questa esperienza le persone sono in grado di comprendere meglio il processo di evoluzione del quartiere che li circonda, il costante cambianto della città in quanto presenza viva e l'importanza del rapporto tra l'uomo e l'ambiente circostante.

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Courtesy delle immagini: l'artista

75. FELT PLANT COLLECTION

SENTIRSI A CASA DOVE CRESCONO LE TUE PIANTE

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Alocasia L & S, 100% feltro di lana, colori: rosa-salmone, marrone, rosso, courtesy Wandschappen

Fondato da Nicole Driessens e Ivo van den Baar, Wandshappen è uno studio di design di Rotterdam Charlois.
L'attenzione per i tessuti e per l'artigianato da origine a prodotti fatti a mano, di grande qualità. La collezione più importante è costituita dalle serie Felt Plants, Felt Vases e Felt Wall Objects. Ancora una volta il feltro veste, o meglio riveste la natura.
L'idea delle piante nasce dall'analisi del fenomeno dell'immigrazione del quartiere in cui Nicole e Ivo sono nati e nel quale lavorano.

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in ordine: Sanseveria, 100% feltro di lana, colori: smeraldo/ curry/ turchese scuro; Alocasia S, 100%, feltro di lana, colore: rosso (nr.06); Bouquet di Pasqua, 100% feltro di lana, colore: porpora-giallo (nr.24- nr.02); veduta dell'installazione al Salone del Mobile 2015, Milano. Courtesy Wandschappen

Stiamo parlando di Charlois, un'area della città di Rotterdam, all'interno della quale sono giunte nel corso degli anni persone da ogni parte del mondo. Si è trattato spesso di rifugiati, in fuga da territori di guerra, alla ricerca di una nuova vita, di un nuovo futuro. Elemento comune nel processo di rinascita e di riappropriazione di un'identità era rappresentato dal bisogno di decorare le nuove case con piante, oltre che con oggetti di uso comune.
Presenze silenziose ma in grado di dare e di ricevere messaggi confortanti e rassicuranti.
Piccoli totem dal respiro lento, che in maniera delicata ridisegnano quel clima di familiarità e di quotidianità che era stato perso all'interno di luoghi colpiti da conflitti e distruzione.
Una collezione che si sviluppa dunque dall'analisi di un fenomeno importante, delicato, globale; che mette al centro la natura come portatrice di forza rigeneratrice, il cui slogan è: "sentirsi a casa laddove crescono le tue piante".

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In ordine: Shape! contrast, 100% feltro di lana, colore: marrone (nr.16) rosa (nr.76); Shape!, 100% feltro di lana, colore: L. grigio (nr.37), designer: Wandschappen i.c.w. Elly Kroon.
Slide: Refelt Folklore Vase, 100% feltro di lana; Courtesy Wandschappen

74. FIORONI

LEGNO MASSELLO OLTRE LA TRADIZIONE

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Rascana, design anonimo, re-design Studio Guscetti. Immagine: courtesy Fioroni

Fioroni è una realtà aziendale situata al centro delle Alpi, al confine con la Svizzera, in un contesto alpino naturale ed ambientale di notevole fascino dove ancora vivono specifiche e sapienti tradizioni nella lavorazione del legno massello.
In un luogo ideale e stimolante per lo studio e lo sviluppo di idee fioroni realizza i prototipi nel suo laboratorio, in stretta collaborazione con architetti e designer, ed utilizza la grande abilità artigiana dell' azienda, risultato di anni di esperienza nella lavorazione del legno massello iniziata negli anni '60 dalla falegnameria di famiglia.

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Làres, design: act_romegialli. Immagine: courtesy Fioroni

Fioroni è un marchio nuovo per la produzione di mobili e complementi di qualità con un disegno contemporaneo e creativo, talvolta ripreso dalla tradizione, che si allontana dalle facili mode temporanee per affermarsi con oggetti destinati a durare nel tempo ed a diventare dei classici.
Le giuste forme in raffinate proporzioni, l'abilità costruttiva, la valorizzazione della materia.
Un marchio con una particolare filosofia, molto rigorosa, che predilige l' utilizzo del legno massello o, in alternativa, dei materiali puri, schietti e dichiarati. L'attento studio dei dettagli, unitamente alla ottimizzazione delle lavorazioni, frutto di scrupolose verifiche in falegnameria, permettono di mantenere un alto standard qualitativo con dei costi coerenti e ragionevoli di produzione.
Fioroni presenta una collezione di nuovi prodotti sobria e raffinata completata dalla reinterpretazione di un elemento di design anonimo preso dalla tradizione.

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Tintan, design: act_romegialli. Immagine: courtesy Fioroni

PROPOSTA #07 STAIN PROJECT

l' estetica della macchia

Un set di otto differenti tipi di pattern, realizzati digitalmente e tessuti su tovaglioli di cotone e lino spagnolo non trattato, simulano ed evocano la convivialità che le ha generate. L'insostenibile e totalitario tovagliolo dal classico colore bianco, con la sua pretesa di perfezione, è pronto ad accogliere la macchia e ad abbracciare sbavature e imperfezioni; presenze dotate di una loro bellezza, in quanto segni ed esito di attimi votati al piacere per il palato.

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Fotografia e tessuti sono entrambi composti e realizzati a partire da particelle e dunque naturalmente legati tra di loro. Con l'aumento e il diffondersi della produzione digitale, questi due materiali sono in grado di comunicare in maniera diretta. Le figure, lasciate in seguito alla caduta di differenti tipi si sostanze, sono state digitalizzate in quanto immagini fotografiche e successivamente riportate e cucite sul tessuto. Queste presenze colorate, tessute sui tovaglioli, invitano alla creazione di nuove macchie, che possano generare nuovi pattern, frutto di azioni di vita vissuta.
Questa esortazione alimenta il desiderio di andare oltre la tirannia del bianco e di superare la convenzionale concezione di un colore, che in quanto tale, diventa sinonimo di bello e di candido.
Le posizioni e le convenzioni estetiche hanno un impatto reale e diretto sulla natura. Le tovaglie ad esempio acquisiscono il loro candore grazie a un processo di sbiancamento che si rinnova dopo ogni loro utilizzo, rilasciando così cloro e sostanze tossiche nell'ambiente. Il progetto Stain, in questo senso, è allora l'invito a una gestione più consapevole dei prodotti quotidianamente impiegati per lavare i panni, oltre alla proposta di una nuova estetica del bello, che vada contro i canoni tradizionalmente riconosciuti.

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Abbracciare una nuova estetica della macchia, fornisce dunque un modello alternativo, che non si basa sull'idea del "bianco puro", ma che al contrario, suggerisce di evitare il candeggio quotidiano. I comportamenti che abbiamo ogni giorno nelle nostre vite, il cibo che mangiamo, (che sia acquistato o coltivato), gli abiti che indossiamo, i prodotti che utilizziamo per lavarli, tutto ha un forte impatto sul mondo che abitiamo. Riallineando le nostre concezioni estetiche a quelle morali e prestando attenzione alle azioni pratiche che compiamo, potremo riconsiderare l'impatto che il genere umano ha sul pianeta.
In quanto artisti che intendono lavorare su questo progetto al di fuori di strutture e finanziamenti societari, Laura Letinsky e John Paul Morabito sono alla ricerca di fondi che gli permettano di portare a termine il lavoro e di continuare questa riflessione sulla tensione tra estetica ed etica nell'arte, nel lavoro e nella vita in generale.

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Per supportare il progetto e per ricevere un set di tovaglioli STAIN, potete visitare il sito: http://www.hatchfund.org/project/l_m_stain

*Courtesy delle immagini: gli artisti
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73. MARION BELANGER

MORFOLOGIE E SCENARI DEL PRESENTE

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Marion Belanger, dalla serie Fault, 2008-2012, courtesy l'artista

Andrea Lerda
Da dove nasce il tuo interesse per il paesaggio?
Marion Belanger
Sono cresciuta nella valle manifatturiera del Connecticut, nella quale scorreva uno dei fiumi più inquinati del Paese. Vi si potevano vedere striature dal colore rosso, blu e verde, lasciate da prodotti chimici che, provenienti delle vicine fabbriche, venivano riversati nell'acqua. Anche l'aria era altrettanto tossica, tanto da farmi pungere e lacrimare gli occhi. Ma al di là dell'area produttiva, la maggior parte del paesaggio era incontaminato e bellissimo. Erano dunque evidenti i fattori economici che definivano l'uso del territorio, il suo aspetto e la sua contaminazione. Il passaggio dalle aree inquinate a quelle pastorali era piuttosto improvviso; a quella giovane età ho dunque compreso che, ideologicamente, il paesaggio un concetto complesso e influenzato da molti aspetti economici. La mia passione per il paesaggio nasce quindi da tutte queste esperienze vissute in età giovanile.

Ho fotografato lo stesso fiume lo scorso anno. La perdita delle manifatture e la generazione di una regolazione in ambito ambientale, hanno trasformato questa zona, originariamente inquinata, in un luogo molto più pulito e verde. Il paradosso e la conseguenza è che mentre la perdita delle aree produttive ha permesso al fiume di tornare a essere nuovamente pulito e salubre, molte persone hanno perso il lavoro e le città non hanno più attratto l'insediamento di nuove industrie.

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Marion Belanger, dalla serie Fault, 2008-2012, courtesy l'artista

A.L.
Fotografare significa ritrarre, portare qualche cosa alla luce, fissare un evento, una specifica situazione o un determinato contesto, incoraggiare lo sguardo e l'attenzione per un luogo. Che cos'altro secondo te?
M.B.
La fotografia appartiene tanto allo spazio immaginativo della mente quanto al mondo esterno. La combinazione di questi due aspetti può creare una narrativa unica, all'interno della quale concetti, forme, contenuti definiscono significati e suscitano emozioni. Mentre la mia pratica è fondata su una ricerca, le mie fotografie sono come le parole di una poesia, che invitano lo spettatore ad impegnarsi attivamente, intellettualmente e in maniera personale oltre che visiva. L'arte, per sua stessa natura, ci provoca, dandoci bellezza me non risposte alle domande.

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Marion Belanger, dalle serie Rift, 2006-2009, courtesy l'artista

A.L.
Perché parlare di paesaggio oggi?
M.B.
Conosciamo tutti le terribili condizioni nelle quali versa il nostro pianeta al giorno d'oggi; credo dunque che un dibattito interdisciplinare sia cruciale. I nostri paesaggi rivelano molto della nostra cultura. L'ambiente che abbiamo costruito e che quotidianamente costruiamo è come il riflesso in una piscina di tutti gli atteggiamenti culturali: desideri, sogni, paure che si manifestano all'interno del paesaggio. Di default, questo tema diventa spesso una questione politica, pur non essendola. Non c'è niente da fare, gli esseri umani hanno la tendenza a modificare molto rapidamente il pianeta, ad alterare l'atmosfera, a cambiare gli equilibri degli oceani e della biosfera, ad alterare la terra in maniera significativa. Con questo tipo di situazione è impossibile fotografare il paesaggio senza porsi delle domande, che vedano coinvolte questioni e problematiche ambientali.

A.L.
Quale aspetto del paesaggio ti interessa maggiormente? Il dato naturale dell'ambiente? Le sue caratteristiche morfologiche e le sue caratteristiche geologiche? La relazione tra uomo e natura?
M.B.
Lo studio del paeaggio è un modo per comprendere meglio il nostro ruolo nella complessità del mondo. Il mio lavoro fotografico analizza le modalità attraverso le quali gli aspetti geologici e culturali interagiscono. Sono interessata a come le persone vivono all'interno dell'ambiente. In maniera simile a come fa un antropologo, io osservo le tracce lasciate dall'uso del territorio.
Non ci sono molti momenti o eventi significativi nelle mie fotografie. Mentre la ricerca solitamente informa, le mie immagini lasciano immaginare; molto dipende dalla luce e da ciò che vedo davanti alla lente dell'obiettivo.

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Marion Belanger, dalle serie Fault and Rift, courtesy l'artista

A.L.
Da dove nasce il tuo interesse per le placche tettoniche?
M.B.
Fotografando un paesaggio decisamente in crisi come quello delle Everglades, in Florida, mi fu chiaro come le decisioni prese nel passato possano generare danni ambientali tali da portare al collasso ecologico. In quel periodo poi l'uragano Katrina aveva anche portato devastazione a New Orleans. Tutto ciò ebbe un forte impatto su di me, soprattutto perché ho vissuto in quella città per anni, prima del passaggio dell'uragano. Mi stavo facendo delle domande relative all'ingegneria della natura e mi interrogavo sulla reale esistenza della "wilderness", oggi così dipendente dalla gestione delle risorse.
Mentre facevo delle ricerche sui fenomeni geologici, ho letto il testo "Krakatoa and A Crack in the Edge of the World" di Simon Winchester. Winchester scrive cose molto belle a proposito della geologia e alcune teorie in merito alle placche tettoniche. Il mio interesse per i limiti della terra non era cosa nuova, così l'approfondimento di questo tema specifico si è rivelato un luogo ideale per esplorare e investigare le mie preoccupazioni. I confini sono spesso contestati e politicizzati, eppure sono figure instabili, in evoluzione, pronte al cambiamento. Il loro comportamento è per la maggior parte imprevedibile e incontrollabile. Esistono due tipi di confini relativi ai bordi delle placche tettoniche: uno laddove due calotte si incontrano, l'altro costituito dal terreno stesso che le costituisce; da un lato le forze primordiali e invisibili della natura, dall'altro la vita che ha definito il paesaggio soprastante. Concettualmente mi ha affascinato molto la tensione tra l'invisibile e l'immaginato, oltre ai bordi della placca tettonica Nord Americana.
In California, la Faglia di Sant'Andrea offre pochi esempi visibili di bordi piatti ma l'ambiente costruito sembra ignorare le caratteristiche e la realtà di un territorio così particolare.
In Islanda, l'instabile, la terra viva, le acque bollenti e la lava incandescente, hanno reso impossibile il non riconoscere ciò che si trovava al di sotto del suolo. La pericolosità che esso possiede, rappresenta un costante monito all'attenzione e alla cautela nell'atto di camminare sulla terra, in senso più ampio.
La dicotomia crea così una tensione che ci porta a interrogarci sul difficile rapporto tra forze geologiche e limiti dell'intervento umano.

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In ordine: Marion Belanger, Rift serie; Fault serie, courtesy l'artista 

A.L.
Qual'è il potere della fotografia di paesaggio all'interno del contesto odierno?
M.B.
Non c'è mai stato tanto interesse nella fotografia di paesaggio come in questo momento. In parte questo può essere dato dal fatto che il futuro del pianeta è decisamente precario, così come lo è il nostro, in quanto specie umana. La proliferazione di forum online, blog, riviste e siti internet (come Platform Green) hanno permesso una condivisione più democratica e semplice delle informazioni. Fotografia e tecnologia sono sempre state intrecciate fin dalla nascita del mezzo. Planet Labs, una giovane azienda californiana, ha inventato satelliti piccoli, agili e poco costosi: il loro nome è Dove (colomba), (https://www.planet.com) e fungono da scanner per il pianeta, raccogliendo dati ogni 24 ore sulle sue condizioni.
Le opportunità di utilizzare questa sorta di fotografia di paesaggio è qualcosa di assolutamente rivoluzionario ed entusiasmante.

A.L.
Infine, quali sono i tuoi progetti futuri?
M.B.
Sto lavorando alla serie Extinct and Newly Found (il titolo è ancora in corso di definizione): un progetto fotografico sulle specie di piante estinte dell'Everglades National Park e allo stesso tempo su alcune nuove specie di licheni ancora non identificate. Negli ultimi 40 anni, la metà di tutte le forme di vita che abitavano la terra si sono estinti e molte migliaia sono a rischio. Scoprirne di nuove è qualcosa di molto bello. Inoltre, sto portando avanti il lavoro Open Space, che documenta la rapidità con la quale stanno scomparendo le fattorie e le aree verdi nelle aree in cui vivo.
Infine sono in fase di ricerca per un progetto di scala più grande (ma credo sia troppo presto parlare di questo) e sempre aperta a collaborazioni e altre opportunità.

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Marion Belanger, Landfill, courtesy l'artista


PROPOSTA #06 POST-LANDSCAPE

SUI MATERIALI POST-DEMOLIZIONE

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Post-landscape, courtesy From Outer Space

I cosiddetti "materiali post-demolizione" sono il risultato di demolizioni di edifici o infrastrutture e di ristrutturazioni. Consistono essenzialmente di ceramica, cemento, mattoni, inerti (ghiaia, sabbia), rivestimenti duri (marmo, granito).
Sono considerati parte della più ampia categoria dei rifiuti.
Oggi sono utilizzati prevalentemente come materiali con basse prestazioni (la cui richiesta nel mercato è piuttosto elevata), per esempio come sottofondi stradali, ma la produzione di aggregati provenienti da questi riciclati, sia in Italia che in Europa, rappresenta solo una piccola percentuale del totale di materiale che finisce nelle nostre discariche.
Ma è possibile utilizzarli per rispondere anche a diverse esigenze tecniche ed estetiche? Il «Terrazzo alla veneziana» era in origine fatto con gli scarti, perché quindi non credere nelle potenzialità di questi rifiuti?
Dare una nuova vita a questi materiale è non solo una buona pratica sociale e ambientale, ma anche un modo per non dimenticare il nostro passato. 
La ricerca di From Outer Space, studio di progettazione di Milano, si basa sul riutilizzo in modo innovativo dei cosiddetti rifiuti post-demolizione.
I designer hanno iniziato questa ricerca in occasione di LOWaste for action, progetto di cui hanno fatto parte nel 2014, promossa dall'Assessorato all'Ambiente del Comune di Ferrara, con La Città Verde, Impronta Etica, Hera, RREUSE e con il sostegno del Programma Life + dell'Unione Europea. L'obiettivo primario del progetto LOWaste era quello di diminuire la produzione locale di rifiuti attraverso lo sviluppo di mercati per i prodotti riutilizzati e riciclati. Da questa occasione From Outer Space ha intrapreso tre progetti principali: Recreo, Ritorneraj e Post-landscape.

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01 RECREO

concept e ricerca – Ferrara - 2014
gruppo di progettazione: Anna Paola Buonanno, Serena Vinciguerra, Stefano Nafissi con il sostegno di: Città verde soc. Coop.Sociale, Paver spa, LIFE + LOWaste per azione.

RECREO è un pannello di rivestimento progettato per la realizzazione di costruzioni a secco, a basso budget, e che ha la possibilità di essere smontato e riutilizzato.
RECREO è creato da una miscela, ottenuto con materiali post-demolizione e calcestruzzo.
I vari aggregati sono selezionati in base alle dimensioni: quindi ogni pannello sarà unico, grazie alla presenza di impurità (mattoni, sabbia, marmi).

02 RITORNERAJ
concept e ricerca – Milano - 2014
team di progettazione e direzione artistica: Anna Paola Buonanno, Piergiorgio Italiano con il sostegno di: Città verde soc. Coop.Sociale (Ferrara)

Negli ultimi decenni stiamo diventando consapevoli di come un singolo evento catastrofico possa mettere in discussione il concetto stesso di città: il centro, la casa, lo spazio pubblico.
È ciò che è successo a L'Aquila, a Crevalcore, o in Irpinia: ancora oggi terre con ferite aperte a causa del terremoto. È importante prevenire che accadano altri disastri come questi, e un modo per prevenirli è sicuramente quello di comunicare queste storie per ricordare gli errori del passato.
Abbiamo quindi deciso di lavorare sui residui di questi disastri: le rovine, macerie ormai difficile da recuperare.
Il progetto si propone di dare una nuova vita alle pietre accumulate in discarica a causa di catastrofi naturali, trasformandole in oggetti, souvenir, testimoni di un'architettura morta.
Ogni pietra selezionata è tagliato in un solido regolare, di ingombro massimo 10x10x10cm.
La pietra inutile torna ad essere viva, non come un prodotto funzionale, ma come simbolo di speranza e di rinascita, integrandosi nel nostro orizzonte di oggetti di uso quotidiano.

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Ritorneraj, courtesy From Outer Space

03 POST-LANDSCAPE
una visione per i materiali post-demolizione – Milano - In corso
concept: Anna Paola Buonanno, Piergiorgio Italiano

POST-LANDSCAPE è una visione innovativa per riutilizzare materiali da costruzione dopo la demolizione, comunemente considerati rifiuti. Basandosi su ricerche e sperimentazioni effettuate in periodi precedenti, riteniamo possibile creare un nuovo materiale: una miscela ottenuta aggiungendo un materiale post-demolizione ad un legante colorato.
Il risultato è un materiale unico e mai uguale a sé stesso (perchè diversi saranno i materiali di recupero dalle demolizioni).
Possiamo avere infinite variazioni a seconda del legante selezionato (cemento, resina) o a seconda delle dimensioni e del tipo di aggregato utilizzato (piastrelle, mattoni, pietre).
Una volta che la miscela è decisa, la varietà di oggetti che è possibile ottenere da questa è potenzialmente infinita.

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Post-landscape, courtesy From Outer Space 

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72. LES ANGLES

DIAMANTI E QUASICRISTALLI IN FELTRO

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Les Angles è un progetto di Stéphanie Marin, presentato di recente nell'ambito della mostra Goodesign – The Natural Circle, presso Cascina Cuccagna a Milano.
Protagonista assoluto il feltro, un prodotto naturale che nasce dall'uso e dalla lavorazione del pelo animale. Questo materiale diventa tessuto grazie all'infeltrimento delle fibre, che danno vita a questo straordinario soggetto dalle proprietà più che sostenibili.
Il progetto Les Angles è un'interessante elaborazione e rilettura di un paesaggio marino: onde dal colore blu intenso disegnano lo spazio e si modellano per offrire relax e riposo. Ma si potrebbe trattare anche di un cielo da toccare con mano; un mare di nuvole sul quale rifugiarsi per trovare pace e conforto.

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Les Angles è allo stesso tempo una soluzione per stare seduti in maniera informale e la possibilità di disegnare lo spazio attraverso l'assemblaggio ogni volta diverso degli elementi. I moduli costruiscono una presenza geometrica che si assembla in maniera semplice e veloce, con la possibilità di modulazioni e arrangiamenti differenti, per fare accomodare ora singoli, ora gruppi di persone.
I differenti elementi si uniscono per formare un pavimento che trae ispirazione dalla ricerca matematica sui piani solidi di Roger Penrose (evocando la forma di due diversi tipi di diamanti), e dalla ricerca del fisico Dan Schechtman. La forma che questi assumono non è infatti periodica e conferisce un aspetto unico e affascinante a ogni pezzo. Andando contro le nozioni conosciute, nel 1982 il ricercatore americano di origini israeliane, scoprì che l'ordine può essere rintracciato anche fuori dalla nozione di periodicità, nella forma dei quasicristalli, che per loro natura, sono composti da atomi disposti secondo una struttura deterministica ma non ripetitiva.

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Per tutte le immagini: Les Angles2015, courtesy Smarin design


71. VICTORIA STOIAN

CODRI EARTHQUAKE

Chi l'ha detto che un evento così terrificante e devastante come un terremoto deve necessariamente evocare dimensioni cupe e tristi? Il progetto "Codri Earthquake", della giovane artista moldava Victoria Stoian, recentemente presentato presso la galleria Alberto Peola di Torino, è un omaggio dai tratti multicolor ma al contempo intimo e sofferto alla biografia di un popolo e alla feroce bellezza della natura che con un colpo secco cambia linee, colori e vite.

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Victoria Stoian, Codri Earthquake 44", 2015, cm 90 x 140, acrilico su tela. Courtesy Galleria Alberto Peola, Torino

Come recita il titolo del progetto, le opere rappresentano il caos e l'instabilità prodotti dalla catastrofe naturale, in particolare dal terremoto che colpì la Moldavia nel 2011. Di quell'esperienza, che ha coinvolto la sua famiglia, l'artista ricorda: «Quel 25 agosto alle 04:30 del mattino si verificò un violento terremoto di magnitudo 7,5 con epicentro a breve distanza da Chișinău, dove sono nata e cresciuta. Due onde sismiche si sono succedute per una durata di 52 secondi: migliaia di persone senza riparo, linee elettriche, strade e ferrovie distrutte; dighe rotte e villaggi allagati con fuoriuscita di sostanze tossiche. Le Codri, le foreste più grandi della Moldavia, sono state gravemente danneggiate da questo evento".

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In ordine dall'alto: Victoria Stoian, Codri Earthquake 46", 2014, cm 170 x 150, acrilico su tela; Codri Earthquake 42", 2014, cm 185 x 115, acrilico su tela; Codri Earthquake 43", 2015, cm 200 x 300, acrilico su tela. Courtesy Galleria Alberto Peola, Torino

Come ha scritto Clara Sofia Rosenberg, "il mondo organico che emerge da questo repertorio visivo rimanda alla vitalità della natura - dal magma terrestre a correnti marine e paesaggi abissali - e all'immaginario anatomico - dalla riproduzione cellulare a filamenti, globuli e terminazioni nervose. Attraverso un soggetto fortemente autobiografico l'artista riesce ad affrontare temi collettivi, come il terremoto o la migrazione, che riguardano il rapporto degli esseri umani con la storia e con il territorio, in una ricerca che crea uno spazio di condivisione aperto e flessibile".
Le opere già realizzate ed eposte costituiscono solo una parte di un work in progress composto da 52 opere che completeranno nel tempo il progetto, ognuna delle quali corrisponde a un'unità di tempo specifica del terremoto: il secondo. 52 secondi è infatti l'esatta durata del terremoto che ha devastato il territorio moldavo.

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In ordine: Victoria Stoian, Codri Earthquake 8", 2015, cm 90 x 80, acrilico su tela; Codri Earthquake 23", 2015, cm 75 x 70, acrilico su tela. Courtesy Galleria Alberto Peola, Torino


70. ICELAND15

Viaggiare a passo lento attraverso natura, popoli e culture

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Iceland15 è parte di un macro progetto chiamato Frostscape, che ha l'obiettivo di parlare di natura, popoli e culture in maniera innovativa.
I viaggi che il progetto ambisce a realizzare sono tutti slow e local, ovvero a passo lento, pensati per immergersi nel luogo vistato ed esplorato, entrando così̀ a far parte della vita quotidiana, dei modi di fare delle persone e volendo andare oltre i limiti culturali e gli stereotipi.
Per assecondare questa vocazione nasce Iceland15, un trekking in solitaria e in autosufficienza della lunghezza di circa 800 km, che questa volta arriva in Islanda, la terra del ghiaccio e del fuoco. Si parte il 30 luglio, con spostamenti quasi interamente a piedi e una tenda al seguito come casa. Attraverso il Parco Nazionale del Vatnajökull, Mattia Vettorello, si immergerà così nella diversità paesaggistica islandese, fatta di vulcani, ghiacciai, deserti di lava, laghi, cascate, crateri e canyon.
Askja, Snaefell,Lónsöræfi, Joekulsarlon, Skaftafell, Fjaðrárgljúfur, Maelifell, Laugavegur Trekking sono le tappe, per concludere il viaggio a Vik, dopo aver incontrato persone, tradizioni, luoghi, emozioni, e nature differenti.

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Un viaggio che, partendo dalla figura dell'esploratore, intende rileggerne il ruolo. L'uomo, come un moderno avventuriero che decide di attribuire al proprio viaggio delle connotazioni introspettive e antropologiche, che possano essere di aiuto a se stesso e agli altri.
Questo l'obiettivo ultimo di Frostscape: riesumare l'essenza del viaggiare, "perdersi in se stessi", stare in mezzo alla natura e godere del privilegio del contatto diretto con gli elementi, ritrovano la centralità del ruolo della Madre Terra.
Perché la natura non ci appartiene; siamo noi ad essere parte di essa.

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"Lasciatemi vivere dove desidero, da questa parte c'è la città, da quella la natura selvaggia, e con sempre maggior frequenza io lascio la città e m'inoltro nella natura."

Henry David Thoreau, Camminare, 1851