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85. ANDRECO

PARATA PER LA NATURA

Ingegnere di formazione e artista per vocazione Andreco è certamente una delle figure più interessanti della giovane scena artistica contemporanea italiana.

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Andreco, foto Alice Bettolo

Classe 1978 ma con un curriculum alle spalle di grande rilievo: ingegnere ambientale, ha infatti condotto ricerche post dottorato sui benefici del verde urbano in collaborazione con l’Università di Bologna, la Columbia University e la Nasa a New York City.
Dal 2000, parallelamente alla formazione scientifica, porta avanti la sua ricerca artistica. Tema centrale è il rapporto tra spazio urbano e paesaggio naturale e tra l'uomo e la natura, in tutte le sue declinazioni.

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Andreco, Rise and Fall, 2015, murale per Clorofilla a Casa dei Beni Comuni, Belluno, Italy

Il lavoro di Andreco nasce da una grande passione per questi temi, si fonda su basi scientifiche solide, prendendo spunto dall’analisi di problematiche reali e talvolta molto urgenti. Il più delle volte si tratta di interventi realizzati in stretta relazione con i luoghi, le comunità, le condizioni geologiche e geografiche: grandi murali, installazioni, performance, interventi site specific (ma anche disegno, pittura e video).
Innalzamento continuo dei livelli di CO2 nell’atmosfera, inquinamento dei mari e dei suoli, cambiamenti climatici, cementificazione esasperata: l’inquinamento antropico è per Andreco la causa principale dei danni ambientali. L’artista non fa propaganda, né intende provocare o denunciare troppo apertamente. Le sue opere, caratterizzate da un’estetica riconoscibile presa in prestito dalla natura, suggeriscono riflessioni, sottopongono a chiare lettere questioni allarmanti che ognuno è libero di analizzare e di scoprire.
Le forme che Andreco utilizza per realizzare buona parte dei suoi lavori traggono ispirazione dai minerali e dalla loro estetica minerale, netta, ma pur sempre inesatta.
Le forme rappresentano la natura, non sono né figurative, né astratte. Sono icone con il fascino della terra. Quello di Andreco è un processo di sintesi. Tutto disegnato a mano libera, unico modo per rendere manifesta l’imperfezione insita nell’organicità della natura.

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In ordine: Climate Change Mitigation, 2014; Nomadic Landscape, 2013; Resilient Bush, Biancospino: Superground, 2013

Tra i suoi interventi più recenti, possiamo ricordare CLIMATE01, un grande lavoro realizzato a Parigi, città che è stata recentemente sede di COP21 – Sustainable Innovation Forum 2015. Questo rappresenta il primo step di un progetto che si ispira al dibattito scientifico sui cambiamenti climatici.
Gli scienziati stimano che la concentrazione di CO2 nell’atmosfera abbia una conseguenza diretta con l’aumento delle temperature e le modificazioni del clima. 350 parti per milione di biossido di carbonio nell’atmosfera è un livello considerato sicuro. L’attuale concentrazione di CO2 si aggira attorno a 397 ppm e nell’anno in corso raggiungerà la soglia dei 400ppm.
In relazione a questo importante evento mondiale, Andreco ha dunque deciso di realizzare un grande murales sulla parete della Scuola Primaria Richomme, nel 18° distretto, che si ispira alle conseguenze dei cambiamenti climatici, oltre a un’installazione in legno e piante rampicanti nel giardino di quartiere, grazie alla partecipazione degli abitanti della zona.

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Andreco, CLIMATE01, 2015 (Parigi)

“Nell’epoca dei cambiamenti climatici, l’ambiente ha bisogno di nuovi simboli per resistere alle costanti sfide. Siamo nel secolo caratterizzato da una crisi ecologica conclamata e il mio lavoro è inevitabilmente legato e influenzato da essa. La mia ricerca si concentra sulla relazione tra uomo e natura e tra contesti urbani e paesaggio naturale. “L’uomo è natura che diventa cosciente di se stessa” (Elisée Reclus). A partire dal 2000 sto portando avanti un percorso di ricerca che ha origine dalla mia curiosità di trovare e scoprire le connessioni tra arte e scienza, simbolismo e sostenibilità ambientale, anatomia e urbanismo, corpi e città, ecologia e giustizia sociale, emozioni e azioni. Ritengo che le ricerche multidisciplinari siano molto importanti. Sostengo l’idea che le libertà di pensiero individuale e collettivo sia un valore primario. Obiettivo della mia pratica artistica è quello di generare nuovi modi di vedere, simboli e formule che siano in grado di rendere visibile l’invisibile, mostrando la bellezza dei processi naturali nascosti come un alchimista contemporaneo che impara dal passato. Non esiste un solo metodo corretto per fare tutto ciò (non seguo uno schema preciso nel mio lavoro), tuttavia il processo di creazione delle opere è molto spesso site specific e influenzato dal contesto all’interno del quale si inserisce, dalle persone che incontro e dall’ambiente stesso.
Il mio lavoro si lega a materiali ed elementi naturali, osservandone le trasformazioni e semplificando le idee attraverso le forme. In alcuni casi ricerco un equilibrio delicato tra di essi, altre volte genero forme che siano di forte impatto. Pratica comune è quella di partire da elementi naturali specifici provenienti dal paesaggio, che poi ricolloco artisticamente in contesti nuovi, cambiandone il punto di vista, le modalità di percezione, andando così a modificare il significato convenzionale degli oggetti, secondo il principio di “Natura come arte”. (Andreco)

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Andreco, Rocks, 2013 (Chiusa Pesio - CN); Philosophical tree, 2012 (Bologna), foto Marco Monicelli

*Courtesy delle immagini: Andreco

84. MASBEDO

 SINFONIA DI UN'ESECUZIONE

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La Val di Fiemme è una delle valli più note del Trentino, vivace meta turistica conosciuta per i boschi di abeti rossi, i cosiddetti abeti di risonanza, che ne costituiscono il patrimonio naturale. Con questi preziosi alberi si realizzano gli strumenti ad arco più pregiati del mondo; si racconta che Stradivari in persona si recasse nelle foreste della Val di Fiemme per scegliere i tronchi adatti ai suoi violini. Il legno degli abeti di risonanza, particolarmente elastico, trasmette meglio il suono e i suoi canali linfatici, come minuscole canne d'organo, creano risonanza. Per strumenti eccellenti, ancora oggi, vengono impiegati alberi secolari scelti con consapevolezza, "ascoltati" e curati dai boscaioli che, di generazione in generazione, li sorvegliano e li custodiscono, tramandando un sapere unico.

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L'indagine dei MASBEDO parte da qui: dai boschi dove crescono gli abeti rossi da cui nascono i violini perfetti. Con Sinfonia di un'esecuzione gli artisti esplorano la relazione tra morte e vita, nella migrazione tra due complementarietà.
La mostra è infatti un progetto sulla rinascita, sull'atto in potenza; ma anche sulla natura, sui riti, sui gesti sapienti e sulle esecuzioni, reali o metaforiche, del nostro tempo. Dalla morte dell'albero deriva la nascita di strumenti meravigliosi, nei quali il legno rivive. La materia grezza, ruvida, irregolare, possente diventa armonia, leggerezza, fragilità.
Per giungere alla creazione del sublime è necessario un gesto distruttivo, struggente, un'esecuzione.

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"Per me gli alberi sono sempre stati i predicatori più persuasivi. Li venero quando vivono in popoli e famiglie, in selve e boschi. E li venero ancora di più quando se ne stanno isolati. Sono come uomini solitari. Non come gli eremiti, che se ne sono andati di soppiatto per sfuggire a una debolezza, ma come grandi uomini solitari, come Beethoven e Nietzsche. Tra le loro fronde stormisce il mondo, le loro radici affondano nell'infinito; tuttavia non si perdono in esso, ma perseguono con tutta la loro forza vitale un unico scopo: realizzare la legge che è insita in loro, portare alla perfezione la propria forma, rappresentare se stessi. Niente è più sacro e più esemplare di un albero bello e forte.
Quando un albero è stato segato e porge al sole la sua nuda ferita mortale, sulla chiara sezione del suo tronco – una lapide sepolcrale – si può leggere tutta la sua storia: negli anelli e delle concrescenze sono scritte fedelmente tutta la lotta, tutta la sofferenza, tutte le malattie, tutta la felicità e la prosperità, gli anni magri e gli anni floridi, gli assalti sostenuti e le tempeste superate. [...] Gli alberi sono santuari."*

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Per tutte le immagini: MASBEDO, Sinfonia di un'esecuzione, 2015, un progetto per il MART di Rovereto, courtesy MASBEDO
*Cit. Hermann Hesse, Wandering

PROPOSTA #09 GGAPART

il NEO ARREDO URBANO che GENERA MICRO PAESAGGI

Può esistere un rifiuto accettabile allʼinterno del tessuto urbano?
In fondo loro sono tracce di vita, testimonianze che raccontano la storia del luogo, la storia dei consumi, la storia di chi vive la realtà sociale. Un rifiuto che non può essere ricollocato nella catena consumistica trova una sua dimensione come arredo urbano.

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Partendo da questi presupposti GGAPART ha individuato, allʼinterno della città, 6 differenti contesti che intrecciandosi tra loro e interagendo in modo indipendente, costituiscono e compongono lʼintero sistema. Certo non rappresentano la totalità degli spazi destinati al rifiuto, ne sono stati esclusi volutamente altri, anche più noti o comunemente utilizzati, ma queste 6 aree così diverse, mostrano anche altrettanti modi dʼessere del cittadino metropolitano. Sei personalità che si rispecchino nei modi di abbandono del rifiuto.
Perciò questa è la domanda: i rifiuti che fanno parte del contesto urbano in cui viviamo posso essere considerati parte della quotidianità, tracce della presenza ed accettati in quanto tali? Se fosse "no", quali dobbiamo smaltire dalla nostra vista, e se invece "si", quali possiamo tollerare?

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Cibo:
Gli uomini urbani non affamati si nutrono spesso di cibo spazzatura. Esistono poi gli animali urbani che trovano nel rifiuto alimentare una sicura fonte di sopravvivenza. Ciò che apparentemente sembra spazzatura in realtà è la condivisione del pasto domestico.

Sacchetto:
Un contenitore statico e sempre uguale che conserva in modo ripetitivo le abitudini di consumo quotidiane. Sono i rifiuti di passaggio della società urbana.

Accumulo:
Ammassi e montagne di rifiuti creano delle reali zone d'abbandono all'interno del tessuto cittadino. Per proporzioni e dimensioni divengono anticamere delle più imponenti ed ufficiali discariche sociali.

Asfalto:
La dinamicità, caratteristica della strada, si contrappone alla staticità del rifiuto gettato sull'asfalto. Dallo scontro tra i due elementi ne deriva l'evolversi del rifiuto stesso, che subendo un processo di degrado indotto e ripetuto, diviene parte integrante dell'ambiente.

Bordo:
Il bordo del marciapiede si trasforma in una barriera che inconsapevolmente favorisce la formazione di accumuli. Vere e proprie micro discariche spontanee che l'ambiente urbano crea e regola.

Luogo:
Sono aree espropriate in modo involontario dall'uomo, che le trasforma in zone di nessun valore ambientale. Questi diventano luoghi privi di schemi dove chiunque può intervenire senza dover rispettare regole e leggi comunemente imposte ed applicate. Zone franche del rifiuto.

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Per tutte le immagini courtesy GGAPART
Questa news è stata pubblicata nell'ambito delle proposte che giungono a Platform Green. Per maggiori informazioni in merito alla procedura di invio del tuo progetto o lavoro, vai alla sezione "Contatti" o "Chi siamo".

83. EELCO BRAND

NATURE ANIMATE DI UN PITTORE DIGITALE

Eelco Brand, classe 1969, inizia il suo percorso artistico vestendo i panni del pittore tradizionale, per approdare negli anni Novanta alla 3D computer animation, creando opere video che vanno oltre l'effetto statico del dipinto canonico.

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Eelco Brand, C, pigment print, 3D-CGI, 2013, 120x184 cm. Courtesy l'artista.

Continuando a vestire i panni del pittore, l'artista dà vita a nature e paesaggi irreali: animazioni digitali che scaturiscono da una fervida immaginazione. "Quadri in movimento" che accolgono brevi sequenze video costantemente in bilico tra sogno e realtà.
Il richiamo al tema della natura nel suo lavoro è costante. Eelco Brand ci mostra varietà di forme vegetali tanto meravigliose quanto sconosciute: piante, fiori, frutti, alberi, trasportandoci nell'oscurità di misteriose foreste o sù in alto, sopra nuvole fluttuanti. Piccole porzioni di una natura rigogliosa in grado di rigenerarsi costantemente, apparentemente al riparo da qualsivoglia pericolo umano

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In ordine: Eelco Brand, HEUVELS, 2006, c-print, 110 x 178 cm, courtesy l'artista e Studio la Città, Verona; SR, 2015, pigment print, 3D-CGI, 85x160 cm, courtesy l'artista

L'immaginazione fa parte della natura umana ed Eelco Brand ne ha in abbondanza; usando allo stesso modo pittura e tecniche digitali dà vita a immagini che non sono altro che l'esternazione di una personale concezione di natura. In questo senso i suoi lavori non sono la rappresentazione di un luogo o di un evento reale, bensì la costruzione virtuale di mondi che scaturiscono dalla propria mente, modellati e ricreati nello spazio definito e iper matematico della digital art.
Osservare i suoi lavori può essere un'esperienza tanto alienante quanto profonda. Siamo di fronte a porzioni di natura tanto sature di dettagli da essere decisamente iper reali.
Oltre il velo di finzione che le immagini digitali evocano si nasconde però un potere espressivo molto forte. Sensazioni che giungono a noi in maniera diretta grazie all'attento utilizzo che Eelco Brand fa della luce e della proporzione delle forme.
Da una singola foglia che vola leggiadra, ad un fiore che sboccia in maniera perpetua, alle fronde degli alberi che fluttuano nell'aria, fino alle misteriose presenze gelatinose che scaturiscono dal sottobosco; ogni volta ci rendiamo conto che una realtà digitale può risvegliare il nostro animo romantico sopito e il nostro innato senso di protezione nei confronti della natura di cui spesso non abbiamo più traccia.

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In ordine: Eelco Brand, VWV.movi, 2015, animazione 3D, suono, schermo HD da 23", 35 x 57 cm, courtesy l'artista e Studio la Città, Verona; AE, 2015, stampa a colori, cornice in legno, 95 x 80 cm, dettaglio, courtesy l'artista e Studio la Città, Verona; HB, 2013, pigment print, 3D-CGI, 150x100 cm, courtesy l'artista; SL.movi, 2014, animazione 3D, continua, schermo HD da 23", 35 x 57 cm, courtesy l'artista e Studio la Città, Verona

"Dipingere significa in larga parte aggiungere e togliere frammenti. Il mio lavoro consiste nell'operare su un'immagine che si evolve attraverso una propria logica. Per me, dare vita a un'immagine 3D è la stessa cosa che dipingere con un pennello. Ciò che rende forse ancor più affascinante l'utilizzo del 3D è la possibilità di riuscire ad entrare in quello spazio virtuale che si trova oltre la superficie del quadro, e ancor più la possibilità di animare la scena. Questo significa che all'improvviso puoi oltrepassare la staticità del medium pittorico, aggiungendo al solo dato visivo, anche quello uditivo e sensoriale (il movimento).
Questo ha permesso di creare modi totalmente nuovi di realizzare e di presentare le mie opere. Le scene che realizzo, tanto i video quanto le fotografie, sono immagini digitali ma realizzate a mano con le nuove tecnologie e la recente strumentistica digitale. Non ricorro in alcun modo a materiale fotografico o a immagini scannerizzate come punto di partenza."*



* Eelco Brand
Video: in ordine, 3.movi, 2014, animazione 3D continua, courtesy l'artista; VWV.movi, 2015, animazione 3D continua, suono, courtesy l'artista e Studio la Città, Verona

82. GROWING DESIGN

COLTIVAZIONE VS PRODUZIONE
OVVERO BIO-ARTIGIANATO CONTEMPORANEO

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Mycelium Design, courtesy ©Officina Corpuscoli | Maurizio Montalti

Mycelium Design è un progetto di ricerca interdisciplinare in cui il micelio dei funghi è utilizzato nello sviluppo di nuovi materiali che possono essere utilizzati in architettura e design. Attraverso un importante lavoro di studio e di analisi scientifica condotto da Maurizio Montalti e da Officina Corpuscoli, prende forma quello che è stato definito "Growing Design": un progetto che impiega il micelio dei funghi come collante naturale per la creazione di materiali.

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"Da un'attenta osservazione dei processi naturali e in particolare delle caratteristiche di molte specie di funghi nasce una progettazione che guarda alla natura non semplicemente come qualcosa che si offre spontaneamente al nostro sguardo ma come materia prima da "coltivare" alla ricerca di nuove possibilità produttive e creative. Maurizio Montalti è dunque una sorta di bio-artigiano contemporaneo, che tocca con mano la materia per meglio percepirne il comportamento e le proprietà. Si assiste ad un profondo cambiamento di alcuni paradigmi fondativi: alla produzione di sostituisce la coltivazione. Un dispositivo creativo che mette in gioco una serie di qualità: la lentezza, l'imperfezione, l'essenzialità. Nasce così il "Growing Design", un design in movimento, che tiene conto del divenire e delle molteplicità della contemporaneità."*

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Mycelium Design, courtesy ©Officina Corpuscoli | Maurizio Montalti

In un periodo caratterizzato da una sempre maggiore attenzione per le questioni ambientali, per i problemi ecologici, questa può rivelarsi una soluzione interessante, anche se non priva di complessità e problematicità. Se pensiamo però al design come a un'entità in grado di contribuire ad affrontare e risolvere determinate problematiche, allora possiamo pensare di dare vita a un nuovo periodo storico, in cui non solo trarre ispirazione dalla natura (cosa che da sempre accade) ma generare nuove tipologie ibride con la natura.
Il materiale proposto dal progetto Mycelium Design è sostenibile, ha una gradevolezza estetica e costi di produzione bassi. Tutti elementi che sembrano deporre a suo favore.

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Mycelium Design, courtesy ©Officina Corpuscoli | Maurizio Montalti


* Marco Petroni, da Un altro mondo è possibiletesto al catalogo della mostra The Future of Plastic, Fondazione Plart, 2014

81. MORGANE DENZLER

RITAGLI DI PAESAGGIO E NUOVE POTENZIALITA' ESTETICHE

Paysage (Landscape) è il progetto dell'artista francese Morgane Denzler che è stato recentemente presentato dalla galleria Bendana | Pinel Art Contemporain in occasione dell'edizione 2015 di Artissima.

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Morgane Denzler, Paysage (Landscape), 2015. Courtesy l'artista e Bendana | Pinel Art Contemporain

Proseguendo nella sua ricerca relativa alla memoria e al paesaggio, Morgane Denzler si appropria di due visioni che decide di mettere in relazione: "il totale" è così opposto al parziale e al "punto di vista".
Due filosofie, due approcci, vengono confrontati. Il risultato è una serie di nuovi lavori all'interno dei quali il paesaggio è materialmente piegato e dispiegato nello spazio. In occasione della fiera torinese, dieci piedistalli di differenti altezze fungono così da supporto per altrettante stampe fotografiche su alluminio lavorato e modellato.
L'artista presenta una cartografia ibrida relativa ai paesaggi alpini (luoghi meravigliosi a due passi dal capoluogo piemontese), invitando lo spettatore a dimenticare l'osservazione del paesaggio secondo un'unica prospettiva, in favore di una sua visione decentralizzata e destrutturata.
E' infatti necessario passeggiare attorno ai lavori per permettere al paesaggio di apparire ai nostri occhi (non tutto è svelato all'istante); lasciandosi guidare alcune sue parti si rivelano mentre altre si nascondono.
Morgane Denzler decostruisce così fisicamente un rapporto con la natura che lei considera distorto ed errato. L'approccio comune all'osservazione (frontale, totalizzante) viene deviato verso un'esperienza poetica (visiva e sensoriale) del paesaggio, le cui declinazioni esperienziali sono potenzialmente infinite. Chi osserva è così catturato dalle correlazioni e dalle possibilità formali ed estetiche che da esso nascono.
Se la tradizione occidentale ha creato e introdotto un'idea, oltre ad una visione estetica, ben definita del paesaggio, l'artista decide che è tempo di ripensare alla vastità, la profondità e la densità che lo caratterizzano.
Nel suo lavoro il paesaggio non è solamente la sede di incontro tra uomo e ambiente naturale ma è soprattutto lo spazio e il luogo all'interno del quale nascono tutte le "esperienze del mondo".

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Morgane Denzler, Paysage (Landscape), 2015. Veduta dell'installazione ad Artissima 2015. Courtesy l'artista e Bendana | Pinel Art Contemporain


In conversazione con l'artista

Andrea Lerda
Cara Morgane, innanzitutto grazie per la tua disponibilità e complimenti per il tuo lavoro, molto interessante. Per cortesia, mi potresti spiegare come mai hai deciso di realizzare il progetto Paysage (Ladscape)?
Morgane Denzler
Il progetto Beyond Landscape, da cui questo progetto prende vita, si è sviluppato naturalmente dopo un periodo trascorso nelle Alpi. Si è trattato della prosecuzione di una ricerca sul paesaggio e sulla cartografia, iniziata nel 2012, dal titolo "Cartographie". Questo primo step indagava già quello che è il modo in cui l'occidente rappresenta il paesaggio.

A.L.
Che cosa rappresenta il paesaggio nella tua vita e poi nella tua pratica artistica? Inoltre, che cos'è oggi il paesaggio?
M.D.
Ritengo che le questioni siano due: innanzitutto c'è il paesaggio che l'uomo genera in seguito alla sua presenza e azione, al fine di condurre un'esistenza quotidiana. Esiste poi il paesaggio naturale con il quale egli interagisce in maniera totalmente differente: si tratta di luoghi caratterizzati da limiti che vanno oltre lo spazio fisico, in cui l'essere umano sperimenta i propri limiti fisici e intellettuali. A questo proposito il paesaggio secondo me è un vasto terreno di sperimentazione, di scoperta e comprensione di sé.

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Morgane Denzler, Paysage (Landscape), 2015. Veduta dell'installazione ad Artissima 2015. Courtesy l'artista e Bendana | Pinel Art Contemporain

A.L.
Se interpreto correttamente, tu proponi di decostruire quella che è una visione consueta e tradizionale nel modo di osservare il paesaggio (parliamo dell'approccio occidentale ed europeo di guardare e vivere il paesaggio) e sostieni la necessità di tornare a essere di nuovo parte di esso.
M.D.
In realtà è una questione aperta, che non vuole essere l'unico modo corretto di approcciarsi al paesaggio. La necessità di decostruirlo, di spezzarlo, di piegarlo e ridurlo in piccole parti, rappresenta per me il bisogno di comprendere la storia e le modalità secondo cui la mia stessa cultura lo percepisce. Molto spesso si tratta proprio del contrario delle mie intuizioni naturali in materia di paesaggio. Devo molto alle mie ricerche e alle letture di Vivre le Paysage (2014) di François Julien, che mi ha permesso di scoprire l'esistenza di modi totalmente diversi di percepire, guardare e vivere il paesaggio in relazione alla cultura.
Il mio lavoro tende a proporre differenti sentori di pensieri e visioni sperimentali che appartengono a tutti noi. Accolgo e comprendo il diritto all'errore, alla confusione e all'evasione, in un mondo dove la nostra percezione è estremamente influenzata dai media, dunque guidata e preconcetta. Tutto questo è per me l'occasione per generare una distanza tra l'uomo e tutto ciò che lo circonda. In ogni caso questo tentativo di individuare e catturare tutte le modalità possibili di osservazione del paesaggio in relazione alle predisposizioni e alle culture individuali è molto affascinante.

A.L.
Che cosa accade esattamente dopo la decostruzione del punto di vista unico?
M.D.
Non sono sicura di essere in grado di rispondere a questa domanda perché non posso in ogni caso evadere da questo punto di osservazione unico. (europeo). Tuttavia sono convinta che dopo la decostruzione di questo unico punto di vista possa esistere un modo certamente affascinante di relazionarsi con l'ambiente.

A.L.
"Il paesaggio non è solamente il luogo di incontro tra uomo e ambiente naturale, è soprattutto dove tutte le esperienze del mondo accadono." Che cosa intendi?
M.D.
Citi queste parole da un bel testo scritto dal critico d'arte Julie Crenn. Penso che lei intendesse dire che l'uomo necessita di comprendere la sua stessa presenza in questo mondo attraverso le azioni e le prese di posizione fisiche e non, all'interno di un ambiente vasto tanto quanto lui.

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Morgane Denzler, Paysage (Landscape), 2015. Veduta dell'installazione ad Artissima 2015. Courtesy l'artista e Bendana | Pinel Art Contemporain

80. NATURA NATURANS

ROXY PAINE A MEG WEBSTER A VILLA PANZA 

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Roxy-Paine, Amanita Virosa Wall, 2001, foto Sergio Tenderini

Dopo la mostra al Filatoio di Caraglio (Orti del Paradiso. Capolavori d'arte dal XV al XXI secolo), quella presentata alla Galleria Civica di Trento (Nature. Arte ed ecologia), concludiamo questa breve panoramica sulle proposte culturali che i musei italiani hanno recentemente dedicato al tema della natura, con una mostra tutt'ora in corso presso la Villa e Collezione Panza a Varese.
Si tratta di Natura Naturans. Roxy Paine e Meg Webster (Opere dal 1982 al 2015), organizzata dal FAI – Fondo Ambiente Italiano.

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In ordine: Roxy-Paine, Amanita Virosa Wall, 2001, foto Sergio Tenderini; Meg Webster, Volume for Lying on Flat, 1989, foto Sergio Tenderini

Mai come oggi è attuale il tema di come l'uomo si relazioni a essa: madre o matrigna, entità che mettiamo in pericolo o pericolo che può anche ferirci? La sostenibilità dell'ambiente è resa sempre più difficile dall'intervento dell'uomo, che non sa rinunciare a modificarlo per migliorare la qualità della propria esistenza. È su questi problemi, che toccano anche la sfera della relazione uomo-cosmo, che si incentra la mostra Natura naturans: una doppia personale dedicata a due artisti americani di linguaggio e generazione diversi, che partono da punti di vista opposti. Li accomuna un'idea della natura come ciclo continuo di crescita e decadimento, come descritta dall'espressione del filosofo Baruch Spinoza che dà il titolo all'esposizione.

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In ordine: Meg Webster, Stick spiral, 1986, foto Sergio Tenderini; Roxy Paine, Crop (Poppy-Field), 1997-1998, foto Sergio Tenderini

Roxy Paine lavora seguendo il principio dell'imitazione e della trasformazione, con materiali sintetici di provenienza industriale, colonizzando gli ambienti con opere che riproducono fedelmente fiori, piante e funghi. Meg Webster declina questa stessa tematica realizzando veri e propri monumenti dedicati alla terra, vista come sorgente instancabile di vita.
Ventotto grandi opere e installazioni, realizzate tra il 1982 e il 2015, sono ospitate lungo un percorso che si snoda tra gli spazi interni ed esterni della villa, cercando un armonioso equilibrio fra natura, architettura e opere della collezione permanente.

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Roxy Paine, Dinner of the Dictators, 1993-95, foto Sergio Tenderini


La mostra è curata da Anna Bernardini, direttore di Villa Panza e della Collezione Panza e da Angela Vettese, critico d'arte 

79. NATURE. ARTE ED ECOLOGIA

LA MOSTRA ALLA GALLERIA CIVICA DI TRENTO

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Francesco Mattuzzi, BLAST, 2015, courtesy l'artista

Fino al 31 gennaio la Galleria Civica di Trento propone una mostra incentrata su un tema tanto attuale quanto urgente: l'ecologia. Partendo dalla definizione originaria coniata dallo scienziato Ernst Haeckel nel 1866, Margherita de Pilati, curatrice della mostra, sviluppa un percorso espositivo che include i diversi aspetti che oggi il termine "ecologia" implica. Dall'impegno degli ambientalisti, ai doveri politici, passando per la filosofia, l'economia, il consumismo, la mostra Nature. Arte ed ecologia vuole evidenziare il ruolo primario del senso di responsabilità, esplorando la relazione tra esseri umani e natura, alla ricerca di nuove e differenti empatie.

Platform Green Su Mei Tse eco natura incontaminata romanticismo sublime

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In ordine: Su-Mei Tse, L'écho, 2003, Mart; Marcelo Moscheta, A line in the Artic #3, 2012, courtesy Galleria Riccardo Crespi


In conversazione con Margherita de Pilati, curatrice della mostra

Andrea Lerda
Il tema che la mostra Nature. Arte ed ecologia tratta è a mio avviso tanto affascinante quanto importante. Dalla Land Art, all'arte ambientale, fino alle recenti esperienze dell'Eco Art, si è pian piano diffusa una sensibilità sempre maggiore nei confronti della natura (ma anche del paesaggio) e delle questioni ambientali. Grazie anche al prezioso contributo offerto dell'ecocriticism, a piccoli passi la coscienza collettiva comprende l'importanza di una posizione anti antropocentrica.
Che cosa vuole raccontare di nuovo questa mostra rispetto a tematiche più volte affrontate?
Margherita De Pilati
La riflessione che poni è la stessa da cui siamo partiti per realizzare questa mostra. 
Con "Nature. Arte ed ecologia" sappiamo di proporre uno sguardo parziale su un tema articolato; si tratta, in particolare, dello sguardo che emerge da alcune opere presenti nelle Collezioni del Mart alle quali sono state affiancate opere site specific e altre di galleristi e collezionisti privati. Partendo quindi dalla nostra identità, abbiamo deciso di rilanciare l'attenzione su una tematica globale che proprio in questo periodo è nuovamente oggetto di discussioni politiche che in qualche modo influenzano la vita di ognuno di noi. Le questioni ambientali non vanno affrontate in modo nuovo, al contrario vanno affrontate seriamente, con impegno e costanza. Le opere in mostra, appartenenti a periodi e geografie differenti, lo dimostrano. Non è più il tempo dei proclami, non c'è nulla di nuovo da dire, ora è il momento di agire!

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In ordine: Olafur Eliasson, Untitled (islandeserie #25), 1997, Collezione Mauro De Iorio; Robert Gschwantner, Eye land, 2014, courtesy Paolo Maria Deanesi Gallery, Trento; Giuseppe Penone, Lo spazio della scultura, 2001, Mart, deposito Collezione privata; Michelangelo Pistoletto, 5 tronchi divisione moltiplicazione, 1996, Mart, collezione privata

A.L.
L'equilibrio precario sul quale si poggia il rapporto uomo natura è sempre più evidente. Pensi che l'arte possa realmente influenzare un sentimento ecologista?
M.D.P.
L'arte ha anticipato il sentimento ecologista a partire dagli anni '70 e non ha mai smesso di occuparsene, ampliandolo e sostenendolo. Come in tutte le epoche, talvolta gli artisti sono anticipatori (è il caso di Joseph Beuys), altre volte si fanno interpreti del proprio tempo.

A.L.
Il termine Ecologia, come tu scrivi nell'introduzione alla mostra, è diventato un mantra sociale e culturale. Non credi che anche l'arte possa rappresentare un semplice esercizio di forma e stile senza portare ad esiti concreti?
M.D.P.
È nostro dovere non caricare l'arte di responsabilità che non le competono, pur riconoscendole un fondamentale ruolo sociale ed educativo. Va però detto che l'arte contemporanea, che talvolta sconta il pregiudizio di essere di complessa lettura, in realtà arriva molto spesso in maniera diretta alle persone, anche agli strumenti di cui si avvale, come il video, la fotografia, l'installazione e il suono, che sono elementi che connotano la vita quotidiana e quindi codici molto facilmente interpretabili.

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In ordine: Stefano Cagol, The ice monolith, 2013, courtesy l'artista; Christo, The Gates Central Park N.Y., 1991, Mart, collezione Domenico Talamoni; Willy Verginer, Tra idillio e realtà, 2014, courtesy l'artista

NATURE. ARTE ED ECOLOGIA
A cura di Margherita de Pilati
Galleria Civica di Trento I Mart
Fino al 31 gennaio 2016

78. GIARDINI DEL PARADISO

CAPOLAVORI D'ARTE DAL XV AL XXI SECOLO

E' questo il titolo della mostra che l'Associazione Culturale Marcovaldo di Caraglio ha presentato nell'ambito di un progetto più ampio dal titolo "Gusto e bellezza dal giardino alla tavola", incentrato sull'orto e il giardino.

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Chiara Camoni, Porcellane, 2008, matita su fogli di porcellana, 37x130x8 cm. Monza, collezione privata

Un itinerario pensato da Martina Corgnati e Paolo Pejrone che ha presentato un centinaio di opere dedicate al giardino dal Quattrocento ad oggi: un racconto di bellezze e di delizie ma anche di spazi produttivi, orti e frutteti.
I capitoli attraverso i quali si è sviluppato il progetto sono quattro: Gan Eden: l'ideale giardino; Le Quattro Stagioni; Ritratti di giardini e per finire Dal giardino alla tavola.
La prima sezione è stata dedicata al giardino ideale. Il tema è quello del giardino simbolico, molto presente nell'arte medievale e rinascimentale, nelle sue varie diramazioni quali l'Eden, l'hortus conclusus, l'orto del Getsemani.
La seconda sezione della mostra è stata invece pensata per affrontare il tema delle Quattro Stagioni, da porsi spesso in relazione con le Tre età dell'uomo e in generale con le iconografie legate al tempo; tema che trova ampia giustificazione nella stagionalità delle coltivazioni degli orti e dei giardini.

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In ordine: Renato Guttuso, Passeggiata in giardino a Velate, 1983, olio su tela, 121x149 cm. Varese, Fondazione Francesco Pellin; Bartolomeo Bimbi, Il cedro, secondo decennio del XVIII secolo, olio su tela, 51x65 cm. Poggio a Caiano, Villa Medicea, Museo della Natura Morta, inv. Poggio Imperiale n. 200; Christian Berentz, Casino dell'Aurora a Palazzo Rospigliosi, seconda metà del XVII secolo, olio su tela, 48x39 cm. Roma, Galleria Nazionale d'Arte Antica in Palazzo Corsini; Giulio Paolini, Giardino all'italiana, 2013, litografia, 42x32 cm. Monza, collezione privata

Nella terza sezione i due curatori hanno concesso ampio spazio al vedutismo e alle suggestioni che gli artisti hanno dato a varie tipologie di giardini: da quelli reali a quelli delle ville private, fino ai luoghi vaticani. Infine un focus sui frutti della terra che dal giardino giungono in tavola: è l'ora delle nature morte, delle vedute dei mercati in piazza e delle tele che ritraggono i prodotti nati dal lavoro dell'uomo nei campi: frutta e verdura di ogni genere.

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In ordine: Oscar Ghiglia, La signora Ojetti nel roseto, 1907, olio su tela, 48,5x50,5 cm. Courtesy Società di Belle Arti, Viareggio; Caretto & Spagna, Recinto. Azione di recinzione di porzione di spazio. Recinto 04_Pecetto Torinese, 2006, stampa inkjet su carta di cotone, 20x27. Collezione degli artisti; Plinio Nomellini, Bambini in giardino, 1913-1914, olio su tela, 92x103 cm. Firenze, collezione privata; Giuseppe Pellizza da Volpedo, Passeggiata amorosa - Idillio Verde, 1901, olio su tela, diametro 100 cm. Ascoli Piceno, Pinacoteca Civica 


"Che cos'è un giardino? Uno dei mezzi a disposizione dell'uomo per accedere al Grande Risveglio, ovvero alla conoscenza della realtà che sta oltre al sogno."* 

Cit. Sakuteiki, Annotazioni nella composizione dei giardini, Le Lettere, Firenze 2001.

77. UGO LA PIETRA

ABITARE LA CITTA'

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Bosco in città, acquerello su carta, 25x35 cm, 2014

Architetto di formazione, artista, cineasta (e attore), editor, musicista, fumettista, docente, Ugo La Pietra rimane un osservatore critico della realtà, che ha sondato, analizzato, criticato, amato, riprogettato con una profondità rara, disvelando le contraddizioni insite nella cultura e nella società. In termini teorici la sua completa attività - così eterogenea e complessa da risultare di difficile collocazione critica e disciplinare - è da interpretare come una lunga militanza all'interno della categoria dell'anti-progetto.
La Pietra fa della quotidianità e dei comportamenti il proprio campo d'azione e discussione, utilizzando se stesso, il proprio corpo, gli amici, la propria casa, la città e il Paese - senza mai tralasciare ironia e sarcasmo - per narrare il rapporto individuo-ambiente. Dove per ambiente non si considera mai il fattore strettamente urbano o ecologico, ma la fenomenologia della realtà, amplificando il significato non solo del contesto progettuale, ma dell'intero bagaglio emotivo, antropologico, esistenziale del nostro stare nel mondo.

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Da sinistra: Verde in casa, l'esterno verso l'interno. Non c'è bisogno di giardini e parchi urbani, basta coltivare piante, pianticelle e arbusti nella nostra casa, fotomontaggio e disegno, 72x92 cm, 2013; Bosco Verticale. Col tempo ci viene fuori anche una dépandance!, fotomontaggio e disegno, 50x60 cm, 2014. 

Da anni Ugo La Pietra riflette sul meccanismo di presa di coscienza della città e dei modi di abitarla, in modo da elaborare il giusto equilibrio tra uomo e natura. Così una fioriera dove crescono spontanee erbe e piantine i cui semi sono stati portati dal vento non rappresenta un errore, uno sbaglio da estirpare, e non è più brutta, ma è un "memento" costante e un "monumento" a considerare transitoria, se non proprio abusiva, la nostra presenza sulla superficie del pianeta.
"Abitare la città" è la nuova area progettuale di cui l'artista parla da tempo e che dovrebbe essere sviluppata nella pratica quotidiana, partendo proprio dai "luoghi di decompressione", luoghi in cui solo con il verde è possibile sviluppare l'immaginazione, la fantasia, il piacere che dalla materia porta verso la spiritualità.

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In ordine: Verde urbano, Tra la natura e l'architettura, col tempo vince sempre la natura, fotomontaggio e disegno, 72x92 cm, 2014; Aiuole per il verde. Aiuole per segnare i posti di carico e scarico, a qualsiasi ora del mattino, nell'isola pedonale di via Paolo Sarpi, fotomontaggio e disegno, 72x92 cm, 2014; Orti urbani. Lasciamo la campagna! Andiamo a coltivare i tanti spazi disponibili in città, fotomontaggio e disegno, 72x92 cm, 2013; Il verde risolve. Strutture per occultare la spazzatura, fotomontaggio e disegno, 72x92 cm, 2014

Perché l'architettura si ostina a costruire case, strade, quartieri, città introducendo nel costruito "il verde", inteso come elemento capace di assolvere o "risolvere" diverse funzioni.
Dimentica sempre – l'architettura – che il verde, al contrario del costruito, ha una propria e un proprio sviluppo e nel tempo ha sempre avuto la meglio. Un tempo si dava importanza a certi luoghi costruiti, giardini riservati esclusivamente alle divinità, come a certi giardini riservati esclusivamente alle divinità, come a certi giardini protetti perché era in seno alla natura che l'uomo avvertiva la presenza del divino.
Oggi il verde in città è costretto a fare i conti con il traffico, i parcheggi, è soffocato dall'asfalto, è collocato in aiuole con pochi centimetri di terra, è organizzato in giardinetti dove il verde generico fa da cornice ai troppi monumenti ai caduti.
L'arredo urbano, la disciplina nata all'inizio degli anni Ottanta che avrebbe dovuto dare senso, valore e identità ai luoghi, si è trasformata in breve tempo in un ambito progettuale impegnato a dare forma ai dissuasori di sosta, portarifiuti, panchine, barriere.
Superando l'idea di un'architettura sempre più spesso fatta di monumenti all'ambizione dell'archistar (l'architettura monumentale è l'estetizzazione di una società invece della sua realizzazione"), limitando la crescita degli oggetti dove il design sembra impegnato solo ed esclusivamente a soddisfare i nostri vizi e placare le nostre angosce nel chiuso degli spazi domestici, dovremmo invece sviluppare un ambito disciplinare capace di innescare processi di coinvolgimento creativo, facendo buon uso di conoscenze che vanno dall'antropologia urbana alla sociologia, all'arte, architettura, e design "nel" e "per" il sociale. 

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Da sinistra: Fioriere urbane. Sensori della ricolonizzazione spontanea della città, fotomontaggio e disegno, 72x92 cm, 2013; Il nostro tappeto quotidiano, fotomontaggio e disegno, 72x92 cm, 2013


Crediti per i testi: Ugo la Pietra, Il verde risolve! Dal giardino alle delizie al nostro verde quotidiano 1980-2014.
Per tutte le immagini courtesy l'artista.