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110. BACK TO THE LAND

La mostra, visitabile fino al 4 febbraio 2017 a Studio la Città di Verona, è un progetto che coinvolge sette artisti internazionali, chiamati a riflettere sul ruolo dell'arte contemporanea all'interno della riflessione ecocritica e delle problematiche ecologiche nell'era dell'Antropocene.

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Back to the Land, veduta dell'installazione, Studio la Città, Verona, 2016. Photo credit: Michele Alberto Sereni, courtesy Studio la Città, Verona


Il progetto Back to the Land, a cura di Andrea Lerda, non è una semplice mostra, ma la tappa di un percorso virtuale che, a livello globale, ormai da tempo, chiama in causa l’arte contemporanea, quale strumento in grado di portare alla ribalta questioni ecologiche e di stimolare riflessioni ambientali. Un movimento “intestinale”, all’interno del quale l’Italia si è ritagliata da tempo un ruolo da protagonista, forte di un’eredità che, attraverso movimenti come l’Arte Povera, fin dagli anni Sessanta, ha saputo porre le basi per le attuali esperienze artistiche. Non si può poi non tenere in considerazione la presenza di alcune importanti mostre che, nel corso degli ultimi due anni, hanno riacceso i riflettori in maniera evidente su queste tematiche: innanzitutto la programmazione del PAV, a Torino, a cura di Marco Scotini con le mostre La Tenda Verde (Das Grüne Zelt). Joseph Beuys e il concetto ampliato di ecologia, WILD ENERGIES: persone in movimento, ecologEAST. Arte e Natura al di là del Muro e Earthrise. Visioni pre-ecologiche nell’arte italiana (1967-73). Anche il MAN di Nuoro, grazie alla sensibilità di Lorenzo Giusti, ha recentemente presentato i lavori di Michel Blazy, Roman Signer ed Ettore Favini, mentre il Mart ha realizzato la mostra Nature. Arte ed Ecologia presso la Galleria Civica di Trento.
Ancora a Torino, e forse non per caso, Carolyn Christov-Bakargiev ha deciso di inaugurare la propria attività con la mostra Organismi. Dall'Art Nouveau di Émile Gallé alla Bioarchitettura, la Fondazione Merz ha presentato Mario Merz. La natura è l’quilibrio mentre a Villa Panza di Biumo è andato in scena una magnifico omaggio a Meg Webster e Roxy Paine dal titolo Natura Naturans.

La necessità di allontanarsi dai ritmi frenetici della realtà contemporanea, di ritrovare un rapporto paritario con l’ambiente naturale e di espandere la coscienza ecologica ed ecocritica non è di certo un tema recente. Già a cavallo degli anni Sessanta e Settanta, in America, mentre si consuma l’esperienza della Land Art, il movimento sociale “Back to the land” raccoglie attorno a sé un buon numero di sostenitori che promuovono uno stile di vita rurale, in antitesi a quello offerto dalla società tradizionale, malata e corrotta.
Prima ancora, autori come Henry Thoreau ed Hermann Hesse vivono fisicamente l’esperienza della natura, pubblicando in seguito testi che diventeranno veri e propri capisaldi. Sempre in America, nel corso dei due secoli scorsi, si è andata affermando una tradizione letteraria tematicamente orientata, quale strumento fondamentale per la diffusione di una strategia evolutiva integrata e con l’obiettivo di proporre un’interazione uomo-natura più consapevole. Autori come Ralph Waldo Emerson, Charles Robert Darwin, George Perkis March, Aldo Leopold e Rachel Carson sono alcuni dei protagonisti che hanno dato vita a un dibattito ecocritico, oggi più che mai attuale ed acceso.

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Back to the Land, veduta della mostra, Studio la Città, Verona, 2016. Photo credit: Michele Alberto Sereni, courtesy Studio la Città, Verona


Questo grande fermento globale, stimolato da una situazione di perenne pericolo, di cui abbiamo recentemente avuto conferma in seguito all’ultimo monito ufficiale dell’ONU sul livello dei gas serra, è la reazione alla tradizione antropocentrica occidentale, nella quale l’uomo, dotato di ragione e personalità, è ritenuto il solo depositario della legge morale; il sintomo di un malessere che da tempo l’arte cerca di elaborare, a cui l’artista, quale attore e interprete, si approccia in maniera creativa e spesso non scientifica, sfruttando codici e linguaggi in grado di raccontare problematiche importanti, mediante approcci innovativi e non tradizionali.
La mostra Back to the Land, intende inserirsi all’interno di questo panorama estremamente complesso e delicato, attraverso il lavoro di 7 giovani artisti internazionalmente riconosciuti. Pur non avendo l’obiettivo di rappresentare un momento di denuncia aperta, o l’occasione per gridare ad alta voce l’ennesimo triste elenco di eventi e disastri ecologici, Back to the land, vuole riflettere sull’importanza del gesto umano, del senso di responsabilità e del potere che il linguaggio dell’arte contemporanea può rivestire in questo senso. Attraverso approcci formali differenti, i sette artisti invitati mettono in scena metodi espressivi e linguaggi che sono in grado, ognuno a proprio modo, di raccontare una comune attenzione alle questioni ambientali e alle problematiche naturali odierne.
Al centro della riflessione, i codici che l’arte usa per indagare, raccontare e presentare a livello formale lavori che nascono dall’analisi di temi di ampio respiro e di problematiche scottanti che coinvolgono l’intera collettività. Una riflessione di natura etica e morale accomuna tutte le opere che compongono la mostra, nella speranza che il messaggio veicolato non sia esclusivamente percepito in chiave negativa. La dimensione poetica della natura, il potere ancestrale della terra e le forze profonde che ci legano ad essa, devono essere ciò che ci spinge a vedere l’arte come un’opportunità, all’interno di un disegno più ampio e variegato, nel quale la sacralità di un rapporto rispettoso diventi una realtà piuttosto che un auspicio perpetuo. (A.L.)



> ANDRECO

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In ordine: Andreco, veduta della mostra nell'ambito di Back to the Land, Studio la Città, Verona, 2016; Melting and Falling, 2016, wall painting, progetto site specific sulla parete esterna della galleria. Photo credit: Michele Alberto Sereni, courtesy Studio la Città, Verona.

Nella ricerca artistica di Andreco si fondono due anime: quella dell’ingegnere ambientale, che ha condotto ricerche post dottorato sui benefici del verde urbano, in collaborazione con l’Università di Bologna, la Columbia University e la Nasa a New York City, e quella di artista, estremamente sensibile ai danni provocati dall’azione antropica nell’ambiente naturale.
Si tratta di un lavoro che si fonda su basi scientifiche solide, prendendo spunto dall’analisi di problematiche reali e spesso scottanti. Innalzamento continuo dei livelli di CO2 nell’atmosfera, inquinamento dei mari e dei suoli, cambiamenti climatici, cementificazione esasperata: l’”invasione” dell’uomo è per Andreco la causa principale dei danni ambientali. L’artista non fa propaganda, né denunce esplicite, ma un sottile rimando alle tematiche ambientaliste. Le sue opere, caratterizzate da un’estetica riconoscibile, presa in prestito dalla natura, suggeriscono riflessioni, sottopongono a chiare lettere questioni allarmanti che ognuno è libero di analizzare e di scoprire.
Le forme che Andreco utilizza per realizzare buona parte dei suoi lavori, né figurative, né astratte, traggono ispirazione dalla materia naturale, dalla loro estetica minerale, netta, ma pur sempre inesatta. Si tratta di vere e proprie icone con il fascino della terra, che diventano il mezzo attraverso il quale scoprire le connessioni tra arte e scienza, simbolismo e sostenibilità ambientale, anatomia e urbanismo, corpi e città, ecologia e giustizia sociale, emozioni e azioni.
In occasione della mostra Back to the Land, Andreco presenta un’installazione inedita, che si inserisce all’interno del recente progetto Climate01, proposto a Parigi, in occasione del COP21 – Sustainable Innovation Forum 2015, e a Bologna, nel 2016, mediante l’opera site specific dal titolo Emissions (Climate02).
Gli scienziati stimano che la concentrazione di CO2 nell’atmosfera abbia una conseguenza diretta con l’aumento delle temperature e le modificazioni del clima. 350 parti per milione di biossido di carbonio nell’atmosfera è un livello considerato “sicuro” (anche se questo rimane pur sempre il giudizio arbitrario dell’uomo). L’attuale concentrazione di CO2 si aggira attorno a 397 ppm e nell’anno in corso raggiungerà, e probabilmente supererà, la soglia dei 400ppm.
L’intervento dell’artista diventa così un grande totem evocativo, la punta di un iceberg osservata al microscopio. Dal grande wall painting al centro, Andreco inizia la sua narrazione che completa attraverso il disegno, la pittura e la scultura, tutti volti a fornirci il suo “punto di vista”.
Attraverso la realizzazione di un secondo intervento site specific sulla parete esterna della galleria, l’artista ci invita a non intendere l’opera come un semplice intervento artistico, piuttosto, il collegamento diretto con quanto accade nel mondo reale, ogni istante che passa. Le figure proposte sono presenze dinamiche, in divenire; il frame di un film che chiama in causa il fenomeno dello scioglimento dei ghiacci e dell’inquinamento atmosferico. (Andrea Lerda)



> CRISTIAN CHIRONI

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In ordine: Cristian Chironi, veduta della mostra - selezione di libri appartenenti alla serie Cutter, 2010 - 2016; veduta della mostra (sx), DATA (Farfalle d'italia), 2011-2012, carta colla 3M Re-Mount, plexiglass, 3 elementi, 60 x 60 cm ciascuno, dettaglio, (dx). Photo credit: Michele Alberto Sereni, courtesy l'artista e Studio la Città, Verona.

Nell’era in cui il distacco dalla natura è più forte, la reazione inevitabile è quello di un desiderio sempre maggiore di ristabilire equilibri ormai persi. Questo genera un sentimento di protezione che ci spinge a mettere in atto atteggiamenti contraddittori e schizofrenici. I gesti protezionistici si trasformano infatti molto spesso in azioni effimere, corrotte dai mass media e dal potere della green economy.
Maschera da sub e boccale per respirare, Cristian Chironi si "immerge" nelle profondità marine alla scoperta di quanto ancora vi sopravvive. Che si tratti dello spazio terrestre, del cielo o del mare non importa; ciò che conta è sondare, comprendere e dare forma a quanto purtroppo sta per scomparire o che si è già estinto.
Il meccanismo è terribilmente semplice, la parola d’ordine: sottrazione. Cristian Chironi parte da atlanti geografici, erbari, libri vari, e attraverso un gesto performativo, ritaglia tutte le immagini che fanno riferimento a creature viventi, la cui esistenza è minacciata.
Pesci, farfalle, uccelli, ghiacciai, piante, fiori, animali, sono solo alcuni dei soggetti protagonisti della serie Cutter, realizzata a partire dal 2010. Un racconto per immagini mancanti, che lascia intendere quali potranno essere gli esiti futuri se non si innalza il livello di attenzione. E tutto questo interessa gli uomini in prima persona, "conquistatori dell'inutile" che per nessuna ragione possono dirsi al sicuro dalle conseguenze delle proprie azioni.
Ciò che trovo estremamente interessante all’interno delle opere di Cristian Chironi, oltre al tentativo di sottolineare un problema reale, quello dell’estinzione quotidiana di alcune specie di flora e fauna, della perdita di contatto con la natura, dell’abbandono graduale ma irreparabile con le tradizioni, i luoghi e le civiltà, sta nella capacità di dare forma al vuoto. Per comprendere tutte le possibili implicazioni connesse a questo processo, bisogna chiamare in causa la semiotica: il gioco di piani e di sfondamenti che si crea attraverso l’azione dell’artista, fanno si che i suoi libri diventino opere vive e in costante divenire.
Siamo di fronte alla formalizzazione dell’assenza, alla riconfigurazione delle basi su cui poggiano gli equilibri naturali. Questa azione diretta e “chirurgica” è altresì emblematica dell’interazione costante tra l’uomo e la natura; nel processo di asportazione, di ricomposizione, Chironi evidenzia quanto a livello pratico avviene tutti i giorni nel mondo reale, dove il divario tra la biosfera e l’antroposfera è sempre più marcato e frammentato. 
Utilizzare i ritagli di farfalle per una "composizione" ordinata e forzatamente "razionale" sono un atto estremamente emblematico, che sottolinea la natura ambigua dell’uomo “artista”: figura che incarna tutt’ora, nel bene e nel male il ruolo attivo nei processi del mondo. (Andrea Lerda)



NEHA CHOKSI

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Neha Choksi, Found Green, 2006, video, 13 min, courtesy Neha Choksi e Project88

Il fenomeno dell’urbanizzazione rappresenta uno dei temi più interessanti, ma allo stesso tempo problematici, dell’era contemporanea. E’ ormai risaputo che un numero sempre maggiore di persone preferisce vivere nelle aree urbane piuttosto che in quelle rurali, e che oltre la metà della popolazione mondiale abita le grandi metropoli. Il trend diventa ancora più significativo se si considera che il livello demografico globale è destinato a toccare quota 2,5 miliardi entro il 2050.
Dopo Tokyo, Delhi, Shanghai e Città del Messico, Mumbai è la città con il numero di abitanti più alto. Un primato che non può che portare con sé moltissimi problemi a livello urbanistico, ambientale e sociale.
Qui il presente ha letteralmente rasato al suolo il passato, su di esso sono sorti nuovi quartieri, case e baracche. Là dove sorgeva un parco, ora scorre il traffico, lo stesso accade per quelli che un tempo erano spazi aperti, ora occupati da aree mercantili o da altro ancora. "Municipal Corporation of Greater Bombay", questo si legge sulla mappa per la riqualificazione del verde urbano prevista per il ventennio 1981-2001, all’interno del distretto “E” di Mumbai. Una progettazione mai compiuta, che si è dovuta confrontare con la realtà di una megalopoli in continua espansione, all’interno della quale nulla può essere concesso allo spazio ricreativo, tanto meno al verde urbano.
In Found Green (2006), Neha Choksi compie un viaggio proprio all’interno di questa città, svuotata di ogni riferimento al mondo naturale e derubata, dalla sua stessa classe politica, della possibilità di una crescita sostenibile e integrata.
Un nostalgico ragazzo percorre i vicoli del quartiere, interagendo con presenze ormai scomparse o mai esistite. Nel suo cammino, come guidato da una presenza sovrannaturale, si fa portavoce di un messaggio che ha tutto il sapore di un rimprovero.
Nel tentativo di cercare luoghi fantasma, di cui gli stessi abitanti non hanno memoria, l’uomo prende coscienza dell’effettiva geografia della città, all’interno della quale la presenza di un albero, laddove ancora resiste, si mescola in maniera totalmente anonima con le architetture e le dinamiche della città. (Andrea Lerda)


> ANDREA NACCIARRITI

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In ordine: Andrea Nacciarriti, Lottinge 1956, 2013, c-print su dibond, nastro di imballaggio marrone , 125 x 200 cm, photo credit Giovanni Ghiandoni, courtesy Franco Soffiantino Contemporary Art Productions; veduta della mostra a Studio la Città, Verona, 2016, photo credit Michele Alberto Sereni, courtesy Franco Soffiantino Contemporary Art Productions; T102, 2013, tronco levigato dall’acqua, bicchiere di plastica, 60 x 50 x 100 cm, dettaglio, photo credit Giovanni Ghiandoni, courtesy Franco Soffiantino Contemporary Art Productions

Nel 2010 Riccardo Bocca pubblica il testo Le navi della Vergogna, all’interno del quale sostiene che al largo delle coste calabresi, in uno dei mari più pescosi d'Italia e davanti a spiagge spesso affollate di bagnanti, sarebbe sepolta una nave carica di rifiuti radioattivi, fatta naufragare e trasformata in una discarica mortale. La fonte di queste informazioni è il pentito Francesco Fonti, che avrebbe partecipato alle operazioni di affondamento. Partono le ricerche, la notizia viene smentita anche da alte cariche politiche ma l’autore, nonostante sia accusato di diffondere un panico ingiustificato, è in grado non solo di dimostrare che l'ipotesi è corretta, ma di accertare che le navi coinvolte sono molte più di una. Il libro è come un enorme macigno che cade provocando un rumore assordante. Quello che l’autore denuncia è un sistema clandestino, molto esteso, di occultamento di rifiuti pericolosi, e per questo “scomodi”, all’interno del Mar Mediterraneo. Gli attori protagonisti di questa storia sono le cosche mafiose, i servizi segreti di paesi (anche stranieri) che desiderano far sparire le proprie scorie, e il governo italiano, complice e disposto a pagare Fonti pur di evitare che la verità venga a galla.
Nonostante i tentativi di depistamento, le conseguenze dirette di questo terribile fenomeno, proprio grazie al libro di Bocca, non possono più essere nascoste. L’incidenza spropositata di tumori e di altre malattie mortali non è un evento casuale, ma la prova tangibile della denuncia scottante dell’autore.
Partendo da questo evento tragico, che possiamo sospettare sia tutt’ora in corso a livello globale, Andrea Nacciarriti riflette in prima istanza sul ruolo dei media, complici e responsabili di un’informazione superficiale, che nega costantemente ai cittadini la possibilità di sapere la verità su realtà così importanti.
Il suo fine, che prende forma attraverso il linguaggio dell’arte contemporanea, è inoltre quello di sollecitare la stessa opinione pubblica, troppo disattenta e pigra per guardare con occhi consapevoli ciò che accade nel quotidiano.
La figura dell’artista si fa dunque portavoce, attraverso la propria opera, di un messaggio che va oltre la specificità di questi eventi. L’arte si pone come strumento centrale per diffondere fatti di cronaca in grado di raccontare e di mettere in comunicazione il cittadino, il potere politico e gli accadimenti sociali che rischiano di passare inosservati.
Nella fotografia presente in mostra è ritratta la nave Lottinge, costruita nel 1956 (e col tempo denominata in modi differenti), fino a quando nel 1992 è stata affondata dolosamente, assieme al suo carico di scorie, a Cetraro, in Calabria. La necessità di coprire la sua sagoma con le strisce di scotch è un gesto emblematico, che permette all’artista di formalizzare e sottolineare proprio quella sensazione di omertà alla quale è interessato. La traccia audio permette invece di sentire la conversazione tra un pescatore e il comandante della Jolly Rubino, una nave da trasporto che speronò il peschereccio Giovanni Padre negli anni Novanta. Assieme alle sue “sorelle” Jolly Rosso, Jolly Amaranto, Jolly Grigio, Jolly Blu e Jolly Marrone, la nave fa parte di una flotta di navi (che nel 2013 contava ben 14 elementi) che si sono rese protagoniste, assieme alla sua compagnia, di eventi e “incidenti” oscuri.
Infine 04-07_T102 è ciò che resta del tronco di un albero che l’artista ha trovato sulla costa adriatica, vicino a Senigallia, sua città natale, e sul quale è appoggiato un bicchiere di plastica pieno di acqua. L’immagine evocativa di questo “residuo”, porta con sé da un lato la carezza del mare e dall’altro il segno del fuoco. Due facce della stessa medaglia che racchiudono molto della contraddittorietà della realtà contemporanea. (Andrea Lerda)


> GIORGIA SEVERI

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In ordine: Giorgia Severi: (a sinistra) Restoring The World – CURA #1, 2013, legno, stucco, cemento, paraloid, 43 x 23 x 20 cm; (destra) Restoring The World – WHAT REMAINS OF A FOREST, 2012, stampa pigmentata su carta archival matte, 40 x 60 cm; ARSA, 2013, installazione video a due canali, 15 min, un film in collaborazione con Daniele Pezzi e Giovanni Lami, photo credit Michele Alberto Sereni, courtesy l'artista

Il 19 luglio 2012, durante una calda mattinata estiva, la Riserva naturale dell’Ortazzo e Ortazzino, all’interno del Parco del Delta del Po, al Lido di Dante (Ravenna), brucia. E’ l’ennesimo incendio doloso che, anno dopo anno, affligge il paesaggio italiano.
Oltre ad essere un luogo simbolico a livello culturale (Dante Alighieri era infatti solito venire in questi luoghi) la Riserva è protetta dall’UNESCO perché rappresenta l’habitat per molte specie di uccelli migratori, per la sua particolarità ambientale e la grande varietà di flora che la abita.
Il disastro indotto dall’uomo spazza via una porzione enorme di vegetazione; gli abitanti del luogo vivono l’evento come un grande danno morale oltre che ambientale.
In maniera estremamente partecipata, da molti anni Giorgia Severi lavora su quel senso di responsabilità che John Passmore ha argomentato all’interno del testo Man’s Responsability for Nature, pubblicato nel 1974. Partendo dalla consapevolezza che la presenza antropica può avere effetti devastanti, l’artista conduce un’intensa attività artistica, analizzando aspetti antropologici, culturali e naturali, con l’obiettivo di sottolineare e divulgare l’importanza di un contatto più consapevole con il paesaggio e l’ambiente all’interno del quale l’uomo si muove.
Il trauma prodotto dall’incendio è diventato così il punto di partenza per un progetto molto ampio che l’artista ha sviluppato nel corso di un paio di anni. Da un lato un percorso di “restauro” di ciò che resta, che si manifesta con un intervento conservativo di una serie pezzi di legno non totalmente carbonizzati dal fuoco; dall’altro un gesto più “commemorativo” che, nel registrare la traccia di alcuni tronchi esanimi, ammette una sconfitta e la scomparsa definitiva della pineta.
La macchia rinascerà, ma la traccia su carta che Giorgia Severi ha registrato, rappresenterà l’istantanea di qualcosa che non esiste più e il monito affinché quanto è accaduto non si ripeta.
Proprio perché il senso di responsabilità è un sentimento che deve essere condiviso e sentito nella maniera più ampia possibile, l’artista, oltre ad aver prodotto un video che ricorda quel momento, nel 2013 ha realizzato la performance Operazione Campo Base. L’incontro con l’”altro”, all’interno di una tenda allestita in Piazza del Popolo a Ravenna, si trasforma in un rito sciamanico di purificazione. L’artista invita a riflettere sul difficile rapporto uomo-natura, chiedendo alle persone di compiere un gesto intimo: custodire o piantare i semi di quelle stesse piante andate completamente distrutte durante l’incendio. E’ un messaggio si speranza, un nuovo inizio. (Andrea Lerda)


> FRANCESCO SIMETI

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Francesco Simeti, veduta dell'installazione nell'ambito di Back to the Land, Studio la Città, Verona, 2016. Photo credit: Michele Alberto Sereni, courtesy Francesca Minini, Milano

E’ inevitabile, l’uomo deve convivere con l’ambiente che lo circonda. L’inscindibilità di questo rapporto è alla base di buona parte della ricerca di Francesco Simeti, da tempo interessato alle dinamiche ambigue e contraddittorie che esistono tra queste due entità.
In una recente chiacchierata con l’artista, avvenuta subito dopo la bellissima mostra che è stata presentata presso la Galleria Francesca Minini di Milano, Simeti mi racconta di come il senso di responsabilità sia un sentimento ancora troppo nascosto. L’uomo, tutt’ora, continua a non sentirsi parte integrante dell’universo che abita, dal quale dipende, bensì a vedersi come un abitante sbadato e inconsapevole, apparso per qualche strana coincidenza sul pianeta Terra. S’intenda, l’aspetto ecologico non è quello preponderante nell’opera dell’artista, tuttavia è evidente che con questo suo modo di intendere lo “stato delle cose”, le implicazioni in tal senso sono rilevanti. I riferimenti che lo affascinano in modo particolare, sono quelli che chiamano in causa le problematiche legate al cambiamento climatico, l’impatto antropico sulla natura e il dialogo tra dimensione vegetale e urbana nella realtà contemporanea.
Nel 1872 William Cullen Bryant scrisse l’introduzione a Picturesque America, rivendicando il valore del paesaggio degli Stati Uniti: “we have some of the wildest and most beautiful scenery in the world”. Bryant si chiede perché viaggiare in Svizzera quando in America occidentale ci sono così tante montagne selvagge dal fascino sublime. Picturesque America viene pubblicato in un momento cruciale della cultura americana, rappresentando un’inversione di marca nel pensare comune. La Wilderness, fino a quel momento considerata come un nemico, l’ostacolo alla civilizzazione e al progresso, viene apprezzata e preservata.
Partendo da alcune illustrazioni tratte principalmente da questo testo, pubblicato in due volumi tra il 1872 e il 1874 dalla D. Appleton and Company di New York, Francesco Simeti ha realizzato l’opera presente in mostra.
Il paesaggio che osserviamo è il risultato di un processo di sovrapposizione, all’interno del quale collassano assieme aspetti e temi paralleli. Si tratta di un luogo immaginario, indefinito, ma di certo non rassicurante. Un ambiente che appare ostile, non ospitale, i cui colori contribuiscono a comunicare una sensazione che potrebbe ricordare il sentimento di “orrore dilettevole” di cui scriveva Edmund Burke. Ciò che predomina è il grigio, al quale siamo ormai assuefatti, dal quale “dipendiamo”. Qua e là nuvole dai toni acidi potrebbero fare pensare a qualcosa di molto pericoloso, ma a tratti il cielo sembra essere sereno e i colori spenti lasciano spazio a una natura iper colorata e inaspettatamente viva. Comunque vadano le cose, la natura è più forte di noi, e in un modo o nell’altro, prima o poi, si riprenderà i propri spazi. È la lettura personale di Francesco Simeti. (Andrea Lerda)


> JULIUS VON BISMARCK

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Julius von Bismarck, Landscape Painting (Desert), 2015 video HD, 23 min, courtesy l'artista e Alexander Levy Gallery

Percepire l’esatta natura del paesaggio diventa sempre più complesso e domandarsi se esistono ancora luoghi non contaminati dalla presenza antropica è certamente qualcosa di lecito. Non è questa l’occasione per riflettere sul mutare costante dell’idea di paesaggio, anche se il video di Julius Von Bismarck si presta a una lettura estremamente interessante sotto questo punto di vista. Painting Landscape (Desert) documenta un’azione invasiva ai danni dell’ambiente. L’artista interviene fisicamente all’interno di alcune porzioni del paesaggio messicano, “cancellandole” nel vero senso della parola. Ambienti naturali che si prestano in maniera tacita agli esperimenti provocatori di natura estetica, concettuale e formale dell’artista tedesco. Attraverso l’aiuto da parte di volontari locali, Julius Von Bismarck chiede di dipingere piante, cactus e rocce di bianco, per poi riportarli ai loro colori originali, mediante un secondo strato di pittura.
Un intervento al limite del lecito, che suscitando riflessioni di natura morale, richiama alla mente alcuni interventi ambientali della Land Art americana, già protagonisti di un dibattito acceso e controverso in merito all’eticità della loro natura.
Nel video, l’uomo viene descritto come una figura egocentrica che, in maniera del tutto indisturbata, agisce deliberatamente su tutto ciò che incontra.
Il paesaggio, il ruolo che l’azione umana ha su di esso sono temi ricorrenti nella ricerca artistica di Julius Von Bismarck. Già in altri lavori l’artista ha analizzato questi temi, facendo ricorso ad un approccio che chiama in causa l’etica, la semiotica oltre alle scienze cognitive. E’ possibile citare il film Den Himmel muss man sich wegdenken, del 2014; Forest Apparatus, del 2013; Kunst (2012-2015) e Punishment (2011-2012). Su tutti, meritano un commento speciale l’opera Some Pigeons Are More Equal Than Others, del 2012, in cui decine di piccioni hanno subito un processo di “colorazione indotta”, secondo una modalità del tutto simile a quella avvenuta per gli interventi nel deserto. I volatili, diventati presenze multicolor dai colori sgargianti, riaccendono l’attenzione sul rapporto tra l’uomo e le creature animali più in generale. Infine Others Baumanalyse, del 2013, nel quale l’artista, attraverso l’utilizzo di un taglierino, è ritratto mentre è intento a tracciare un solco sempre più profondo attorno al tronco di un albero. (Andrea Lerda)

 


BACK TO THE LAND
Andreco, Cristian Chironi, Neha Choksi, Andrea Nacciarriti, Giorgia Severi, Francesco Simeti, Julius Von Bismarck
a cura di Andrea Lerda
con un contributo in catalogo di Serenella Iovino, una delle voci più accreditate dell’ecocritica internazionale 
e Professore di Letterature Comparate all’Università di Torino
Studio la CIttà / Verona
Fino al 4 febbraio 2017

109. ORIZZONTI

“Viviamo tutti sotto il medesimo cielo, ma non tutti abbiamo lo stesso orizzonte” (Konrad Adenauer)

Orizzonti Vistamare galleria PescaraMimmo Jodice Armin Linke Darren Almond Mario Air Bethan Huws Man Ray Linda Fregni Nagler Luigi Ghirri Mario Giacomelli 2

Armin Linke, Restaurant view, Cairo Egypt, 2006, stampa fotografica su alluminio con cornice in legno, cm 150 x 300, crediti fotografici: Giorgio Benni, courtesy Vistamare, Pescara


Il progetto “Orizzonti” nasce da un desiderio di collaborazione visiva, umana e concettuale, grazie al quale lo sguardo di ogni artista riesce a soffermarsi sul lavoro dell’altro, dando luogo a una incredibile sinergia creativa. Tutte le opere in mostra rivelano un comune punto di vista, nelle diverse sensibilità, rivolto a quella linea da sempre identificata come “l’apparente congiunzione tra cielo e terra”. L’orizzonte è tema di largo fascino, su cui i grandi pensatori hanno storicamente dibattuto. La sottile linea visiva che separa e ricongiunge la terra e il mare al cielo, riunendo così gli elementi sostanziali della nostra vita sulla Terra, è stata oggetto di riflessioni per astronomi, filosofi, matematici, poeti e marinai. Anche gli artisti in mostra volgono lo sguardo a questa linea, curva nella sua realtà fisica, nel tentativo di descrivere e svelare agli occhi degli astanti il collegamento enorme tra finito e infinito, il desiderio tutto umano di riconnessione all’assoluto, che si traduce visivamente in un semplice bordo.

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Bethan Huws, veduta dell'installazione, crediti fotografici: Giorgio Benni, Courtesy Vistamare, Pescara


Le opere in mostra di Mimmo Jodice (Napoli, 1934), grande maestro della fotografia italiana, appartengono ad alcune delle serie che maggiormente ne hanno contraddistinto la lunga carriera: Marelux e le Attese. In entrambe, attraverso un bianco e nero realizzato grazie a una molteplicità di grigi, il maestro partenopeo indaga la linea orizzontale volgendo lo sguardo alternativamente al mare e a immagini che, nella loro staticità, richiamano i paesaggi vuoti e come congelati delle opere metafisiche di De Chirico. Le due grandi opere di Armin Linke (Milano, 1966) scrutano l’orizzonte per sottolinearne non solo la prestanza fisica, come nella distesa di ghiaccio e neve di Ice pack, ma anche la presenza umana e la controversa relazione che essa stabilisce con i luoghi abitati, andandone a modificare in maniera definitiva il profilo iniziale. Nelle foto di Darren Almond (Wigan, UK, 1971) la poesia incontra il concettuale. I suoi paesaggi, ravvivati da scie luminose, possiedono una qualità spettrale, rivelando un sentimento di malessere, assai contemporaneo, che ricorda nel suo valore arcano lo stesso svelato da Leopardi nelle liriche de “L’infinito”. Gli orizzonti presentati da Mario Airò (Pavia, 1961) e Bethan Huws (Bangor, Galles, 1961), la cui arte si propaga con mezzi diversi in molteplici direzioni, sintetizzano appieno i percorsi di entrambi: in Airò attraverso l’immagine dei fili luminosi che riannodano i vecchi legami spezzati con la natura e nell’artista gallese, andando una volta ancora a rivelarne l’essenza altamente poetica, nello studio continuo delle proprie origini rurali e in immagini che mostrano il gioco costante del nonsense. Le opere di Man Ray (Filadelfia, 1890 – Parigi, 1976), con la loro tipica e sferzante provocazione dadaista, svelano un orizzonte diverso, lontano da quello geografico, realizzato attraverso silhoutte femminili, profili umani che ricordano dolci pendii collinari, in un gioco di rimandi a tratti spiazzante.

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Orizzonti Vistamare galleria PescaraMimmo Jodice Armin Linke Darren Almond Mario Air Bethan Huws Man Ray Linda Fregni Nagler Luigi Ghirri Mario Giacomelli 5

In ordine: veduta della mostra, Linda Fregni Nagler, Fujiyama from Hanoke Lake, 2016, stampa fotografica ai sali d’argento dipinta a mano, cm 20,8 x 27,4; Luigi Ghirri, Versailles, 1985, cromogenica da negativo 6 x 7, cm 20 x 25, con cornice cm 35,4 x 40,6, crediti fotografici: Giorgio Benni; courtesy Vistamare, Pescara


Delle foto in mostra di Luigi Ghirri (Scandiano, 1943 – Roncocesi, 1992), Versailles richiama l’immagine da cartolina, con quelle tipiche sfumature pastellate in auge alcuni decenni fa; qui la linea di confine si incastra anche coi giochi prospettici delle linee di forza date dalle sfarzose architetture francesi. Mario Giacomelli (Senigallia, 1925 – 2000), altro grande maestro nella storia della fotografia italiana, trasmette anch’esso nel contrasto netto e accecante del suo bianco e nero, memore di esperienze e processi tipografici, l’anelare costante dell’artista all’infinito, rincorso anche in versi, attraverso paesaggi che da luogo si fanno immagini poetiche e astratte. L’opera di Linda Fregni Nagler (Stoccolma, 1976) indaga la fotografia attraverso uno sguardo critico e intento a una rilettura storica. Le sue foto rivelano, nella volontà di collezionare e intervenire su vecchie immagini anonime, il desiderio di stabilire nuovi rapporti col passato in una lettura originale ed energizzante.
Il tema dell’orizzonte, cercato e ripensato nelle opere in mostra, a volte con afflato intimistico e poetico, altre con la forza dell’indagine antropologica e geopolitica o attraverso una lettura scientifico-razionale, risorge nelle mille sfaccettature degli orizzonti personali dei singoli artisti.

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In ordine: veduta dell'installazione; Mario Giacomelli, veduta dell'installazione, crediti fotografici Giorgio Benni, courtesy Vistamare, Pescara

 

ORIZZONTI
Mario Airò, Darren Almond, Linda Yasmine Fregni Nagler, Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Bethan Huws, Mimmo Jodice, Armin Linke, Man Ray
Vistamare / Pescara
Fino al 14 gennaio 2017

PROPOSTA #14 ENZO CALIBE'

A LANDSCAPE IS A LANDSCAPE IS A LANDSCAPE

by Stefano Taccone

Enzo Calib artista    galleria E23 Napoli paesaggio landscape stefano taccone


Per Enzo Calibè non c’è distinzione tra arte e vita, ma in una accezione molto diversa dalla continuità arte-vita cui le avanguardie hanno alluso. Tutto nasce da un profondo amore per la natura nella sua totalità, per tutte le specie che la compongono, e dall’intuizione di essere, in quanto uomo, parte integrante di essa, ma anche da una altrettanto profonda pulsione verso la creatività, come attitudine che se da una parte si aggiunge alla natura – così, secondo Van Gogh, sorgerebbe l’arte - dall’altra pure dalla natura stessa deriva. Da qui però anche un sentimento di grande sconforto e turbamento, prodotto dalla coscienza di come gli uomini stessi – nessuno escluso, neanche l’artista, il curatore o il gallerista – siano oggi più o meno consapevolmente risucchiati in un meccanismo che violenta e depreda la biosfera e si sta già rivoltando loro contro. Lo stesso armamentario linguistico e comunicativo attraverso il quale negli scorsi decenni l’ecologia ha tentato di fronteggiare il potenziale distruttivo di uno sviluppo insostenibile appare oggi completamente sussunto dai guru del marketing, che si sono inventati «l’impossibile capitalismo verde». (Daniel Tanuro).

Enzo Calib artista    galleria E23 Napoli paesaggio landscape02 stefano taccone

Enzo Calib artista galleria E23 Napoli paesaggio landscape01 stefano taccone

L’incontro tra sensibilità etico-ambientale ed estetico-creativa si risolve così per Enzo, ormai da diversi anni, nella messa a punto di un controdiscorso che possa contribuire minimamente a disinnescare tale incanto, fin troppo consolante nella sua problematica prospettiva di essere “ecologicamente corretti” pur mantenendo i medesimi stili di vita. Le sue indagini, avvalendosi di differenti media e linguaggi, dimostrano quanto l’immagine del paesaggio naturale sia oggi fondamentale per le strategie pubblicitarie e comunicative in generale, ma anche come, in tal modo, la natura stessa si sia tramutata in un mero segno senza contenuto. La natura reale – quella che si tocca e si odora perché ha uno spessore ed una fragranza, oltre che un’immagine da contemplare – è così baudrillardianamente scomparsa a causa della iperproduzione delle sue immagini mediate, immagini che possiedono la medesima (non) verità della grande narrazione postmoderna della green economy.

Enzo Calib artista  - galleria E23 Napoli paesaggio landscape05 stefano taccone Enzo Calib artista  - galleria E23 Napoli paesaggio landscape06 stefano taccone Enzo Calib artista  - galleria E23 Napoli paesaggio landscape07 stefano taccone
 

Per tutte le immagini: courtesy l'artista
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108. ALLORA & CALZADILLA

the great silence

AlloraCalzadilla the great silence quartz studio torino video Ted Chiang1


"Gli umani usano Arecibo per cercare forme d’intelligenza aliena. Il desiderio di contattarle è tale da averli spinti a creare un orecchio capace di sentire fin nell’universo.
Eppure noi pappagalli siamo qui. Perché agli umani non interessa ascoltare la nostra voce?
Siamo una specie non umana in grado di comunicare con loro. Non è proprio quello che cercano?"

E’ con queste parole che inizia il racconto di Ted Chiang, scritto per “narrare” il video The Great Silence, di Allora & Calzadilla.
Un solo lavoro, ma estremamente potente e coinvolgente quello che Quartz Studio ha deciso si presentare nel suo spazio torinese. I due artisti, di base a Porto Rico, hanno realizzato una versione ad un solo canale della loro famosa video installazione pensata per essere trasmessa su tre canali. Esposto per la prima volta nel 2014 presso il Philadelphia Museum of Art, il video ha come protagonista il radiotelescopio ad apertura singola più grande del mondo, situato ad Esperanza, Porto Rico. Si tratta di un telescopio che trasmette e cattura onde radio da e per gli angoli più remoti dell’universo.
Il sito dell’Osservatorio Arecibo è anche il luogo dove resiste l’ultima popolazione di pappagalli portoricani Amazona vittata, ormai in via di estinzione.

AlloraCalzadilla the great silence quartz studio torino video Ted Chiang6

AlloraCalzadilla the great silence quartz studio torino video Ted Chiang


Il paradosso che questo enorme strumento contemporaneo rappresenta, si carica di una valenza inquietante, resa ancora più significativa della sua presenza fredda e imponente. Un enorme totem al desiderio umano della scoperta, al bisogno del varcare i confini terrestri, che stride in maniera emblematica con la natura fragile e minuta delle creature che abitano la foresta circostante.
Per questo lavoro, Allora & Calzadilla hanno collaborato con lo scrittore di fantascienza Ted Chiang ad uno script, corredato da sottotitoli, che esplora la traduzione come espediente per individuare ed esaminare il divario incolmabile fra attori viventi, non viventi, umani, animali, tecnologici e cosmici. Ispirandosi alla fiaba, il racconto riporta i commenti del pappagallo sulla ricerca di vita degli umani fuori dal pianeta ricorrendo al concetto di apprendimento vocale – comune a pappagalli e umani, e a poche altre specie – come spunto di riflessione sulle voci acusmatiche, il ventriloquismo e le vibrazioni alla base del linguaggio e dello stesso universo.
Attraverso un impianto poetico e inquietante allo stesso tempo, il video pone quesiti di grande importanza che toccano temi come il potere dell’uomo, il senso del mondo e della vita, il ruolo della tecnologia e della morale.

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*Per tutte le immagini: courtesy gli artisti e Quartz Studio, Torino 

ALLORA & CALZADILLA
The Great Silence
In collaborazione con Ted Chiang
Quartz Studio / Torino
FIno al 7 gennaio 2017

107. JOSEPH BEUYS

La Tenda Verde (Das Grüne Zelt)

La Tenda Verde (Das Grüne Zelt), a cura di Marco Scotini si pone come il terzo capitolo di un’ideale trilogia, concludendo il ciclo di mostre con cui il PAV si è proposto di ricostruire una possibile genealogia del rapporto tra pratiche artistiche e coscienza ecologica negli anni ’70 in Europa.

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Facendo seguito a Earthrise. Visioni pre-ecologiche nell’arte italiana (2015) ed ecologEast. Arte e natura al di là del Muro (2016), questa nuova mostra intende focalizzare la propria attenzione sull’attività di uno dei più noti artisti della seconda metà del secolo scorso come Joseph Beuys, privilegiando il suo rapporto con le istituzioni politiche e la minaccia della crisi ambientale.
La mostra che coincide con il trentennale della scomparsa di Beuys (1986), vuole rendere omaggio all’autore della ‘scultura sociale’, proprio nel luogo fondato da Piero Gilardi che già nel 1967 fu il primo a scrivere di Beuys in Italia.
Nonostante la sterminata letteratura critica sull’attività dell’artista tedesco, soltanto in rari casi questa è riuscita a trasformare la matrice romantica e spirituale della parola natura in quella politica del termine ecologia. Tutto questo a dispetto del fatto che la prospettiva di Beuys militasse in quella direzione tanto da condurlo a presiedere alla fondazione del movimento tedesco dei Verdi che, per un breve periodo, lo ha visto candidato al Parlamento.

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Veduta della mostra presso il PAV, Torino, 2016

“Ovunque in futuro si dovranno innalzare tende verdi su tutto il pianeta! Dovranno essere le incubatrici di una nuova società” è il noto appello di Beuys che, nel 1980, accompagna la nascita del partito. Proprio un grande tendone di colore verde è, infatti, quello che fa la sua comparsa la mattina del 28 settembre 1980 nella Gustaf-Gründgens-Platz di Düsseldorf, di fronte all’edificio dello Schauspielhaus, opera di Alvar Aalto. La tenda allestita da Beuys assieme ai suoi collaboratori serve come reale e ideale punto di riferimento - di raccolta e di organizzazione - della prima campagna elettorale dei Verdi. Nell’autunno del 1980, di fatto, Beuys è candidato diretto dei Verdi per le elezioni del Bundesstag, assieme a Otto Schily, l’ex-avvocato difensore della RAF e successivo ministro degli interni. Come è noto, questa proposta sarà destinata all’insuccesso come già lo era stata la sua precedente candidatura con i Verdi tedeschi per il Parlamento europeo e per cui Beuys aveva concepito il suo noto poster elettorale L’invincibile (Bei dieser Wahl). Nonostante il ritiro immediato di Beuys dalla scena politica e l’astrattezza costitutiva di certe sue posizioni, una personalità fondamentale come Petra Kelly continuerà a considerare Beuys l'ideologo verde (der grüne Vordenker). E, senza questa esperienza, non sarebbe stata pensabile una delle più grandi azioni della sua ‘plastica sociale’: il progetto del 1982, 7000 Querce.

Nella mostra, oltre questo capitolo, vengono presentate tutte quelle operazioni artistiche che, a partire dall’inizio degli anni ’70, hanno visto il progressivo consolidamento della consapevolezza ecologica di Beuys, indissociabile da una concezione della rigenerazione ambientale in senso allargato. L’azione Űberwindet endlich die Parteienddiktatur (Superate una volta per tutte la dittatura dei partiti) contro l’abbattimento di un’area boschiva di Düsseldorf; l’Aktion im Moor (Azione nella palude) contro la distruzione dell’equilibrio idrogeologico in Olanda assieme all’operazione Difesa della Natura e alla Fondazione per la rinascita dell’agricoltura, così come molti altri interventi fino al progetto 7000 Querce, sono al centro dell’esposizione.

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Veduta della mostra presso il PAV, Torino, 2016



LA TENDA VERDE (DAS GRÜNE ZELT)
a cura di Marco Scotini
PAV - Parco Arte Vivente / Torino
Fino al 19 marzo 2016

106. BEYOND LANDSCAPE

VISIONI DI PAESAGGIO NEL III MILLENNIO

Il progetto espositivo, promosso da Platform Green e curato da Andrea Lerda, è visibile fino al 29 ottobre 2016 presso la galleria Renata Fabbri arte contemporanea di Milano. Sophie Ko, Petra Lindholm, Laura Pugno, Marco Strappato, Giorgia Severi, Cosimo Veneziano e Adéla Waldhauserová sono gli artisti che partecipano al progetto.

Il testo di Andrea Lerda è un estratto dal catalogo alla mostra

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Adéla Waldhauserová, Landscape as the object of photography, 2015, tecnica mista, installazione ambientale

Proseguendo nel lungo percorso di analisi del topos del paesaggio, Beyond Landscape è una mostra che, attraverso il lavoro di 7 artisti italiani e internazionali, intende monitorare e presentare la ricerca di alcune tra le giovani figure protagoniste dell’arte contemporanea che procede in questa direzione.
Il termine paesaggio identifica da sempre una porzione di ambiente naturale che viene per convenzione circoscritta e contraddistinta da specifici caratteri estetici e formali; tuttavia, dopo svariate letture critiche e innumerevoli argomentazioni in merito, possiamo affermare che quei paesaggi sono costruzioni mentali che l’uomo si è imposto.
Partendo da questa premessa, il progetto Beyond Landscape intende sottolineare come la dimensione del paesaggio possieda confini di difficile demarcazione, costantemente in evoluzione e in dialogo con le dinamiche e gli accadimenti sociali, culturali ed economici.
Si tratta infatti di un luogo indefinito e indefinibile, ma allo stesso tempo riconoscibile nella sua “realtà plurale”(1) , che Pier Paolo Pasolini ha ampiamente tentato di descrivere e di argomentare nei suoi scritti e nei suoi film. Un paesaggio che “non è solo natura né solo cultura. E’ piuttosto la forma del loro stratificarsi e concrescere nel corso della storia”(2) ; il palcoscenico all’interno del quale recitano la loro parte cultura, ambiente naturale, uomo, potere politico ed economico.
Per questa ragione, il progetto costituisce il pretesto per andare oltre, sollevando riflessioni e considerazioni più ampie ed articolate rispetto alla semplice esperienza estetica o contemplativa, che fin dalle sue origini ha contraddistinto questo genere.

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 Beyond Landscape, veduta della mostra da Renata Fabbri arte contemporanea, Milano

Dunque, paesaggio non solo come tipologia artistica, ma come mezzo di analisi, carico di nuovi valori, in stretto dialogo con il presente.
Varcare i limiti per configurare altri paesaggi è quanto ha già indicato Gerardo Mosquera, che nel catalogo alla mostra Perduti nel paesaggio (Mart 5 aprile - 31 agosto 2014) evidenzia come, a seconda dei differenti approcci “i paesaggi possono cambiare quello che ci comunicano: possono risultare più “sociali”, “soggettivi”, “culturali” piuttosto che “mistici”, “estetici” e così di seguito. E la nostra soggettività, esperienza, cultura, ideologia e situazione sociale condizionano il modo in cui percepiamo, organizziamo e interpretiamo i paesaggi”(3).
L’esperienza estetica del paesaggio, quello naturale, nella realtà contemporanea si consuma molto spesso senza una relazione diretta con esso. La pratica odierna, generalizzata, dell’utilizzo di supporti tecnologici come iPad e Smartphone ha dato vita a paesaggi surrogati, arruolati per un unico fine: veicolare immagini accattivanti in grado di catturare l’attenzione di milioni di soggetti identificati come fruitori commerciali. Dunque, la fotografia, e con essa il video, dopo aver surclassato la carta stampata, sono i luoghi all’interno dei quali sempre più di frequente si consuma un confronto intimo tra l’uomo e ciò che viene definito paesaggio, assieme ai suoi valori, le criticità e le problematiche che lo riguardano.
Questo significa che i confini stessi del termine paesaggio sono deflagrati verso una pluralità di direzioni estremamente ampia. Le sue modalità di rappresentazione sono inevitabilmente cambiate e il nostro bisogno di esprimere una relazione con esso non si manifesta più secondo visioni idilliache, tanto meno mediante inquadrature e ritratti bucolici o fedeli. L’allontanamento progressivo dell’uomo dalla natura e al tempo stesso il suo incessante e crescente bisogno di ritrovarla, anche laddove questo non sia possibile, generano un fenomeno di mercificazione del paesaggio, che attraverso persuasione e retorica (4) , ha contribuito alla nascita di quello che Michael Jakob definisce “onnipaesaggio” (5). 

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Marco Strappato, Untitled (Ground), 2015, cemento, marmo Portoro 10cm Ø, iPad (video in loop), dimensioni variabili; Untitled (35-5), 2013, stampa fotografica, pagina di rivista, pellicole di plastica, pittura spray dittico, 40x60cm ca. ciascuno

Questa nuova condizione ha probabilmente due origini molto precise: la prima è lo sbarco sulla Luna, che nel 1969 ci restituisce l’immagine del nostro pianeta visto dal suo unico satellite naturale: un “geroglifico totale”(6) che comprende tutti i paesaggi possibili. Il secondo è l’avvento di internet, la rete globale che dalla sua nascita ha permesso di annullare ogni tipo di distanza, consentendo l’accesso ad ogni angolo del mondo attraverso un semplice monitor.
Ma questi sono solamente i due grandi cambiamenti che hanno portato alla genesi di un nuovo modo di relazionarsi con il paesaggio, di sentire e di vedere ciò che ci circonda. Da quegli episodi storici, tutto si è sviluppato secondo un principio di causa-effetto, con esiti imprevedibili ed estremamente rapidi.
Come non tenere dunque in considerazione tutto ciò? Come non considerare questo bombardamento di immagini digitali che caratterizza il nostro quotidiano? Il modo di vedere e di relazionarci alle immagini, condiziona inevitabilmente la maniera in cui sentiamo il paesaggio. Lo sguardo, nuovo, e le sue problematiche, non possono essere tenute fuori dal campo di azione degli artisti che modificano il loro modo di creare e di dare forma al paesaggio e al mondo.

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Cosimo Veneziano, Il pallido contorno del sole, 2013-2014, disegni a china su acetato e carta cotone, 50x60 cm ciascuno, basi in ferro, 140x120x40 cm ciascuna

Complice dunque l’epoca in cui viviamo, l’uomo si rifugia all’interno di mondi virtuali, fuggendo molto spesso dalla riscoperta autentica di quel contatto primordiale che fin dalle origini del mondo lo ha portato ad essere parte integrante della natura e con essa del paesaggio.
La complessità poi di una sua definizione semantica precisa, così come avviene nel caso del termine natura, evidenzia ancora una volta il fatto che uomo, natura e paesaggio non sono altro che la medesima cosa. Inoltre, essa cela al suo interno la problematica dalla quale siamo partiti, ossia che non è più possibile identificare e riconoscere questo genere mediante parametri nettamente definiti.
In quest’ottica, Beyond Landscape, vuole sottolineare come la costruzione di senso relativo a questo termine e genere, e al tempo stesso la sua decostruzione, sia un fenomeno più che mai in atto.
I lavori degli artisti presenti in mostra, evidenziano come la sua dimensione venga formalizzata secondo modalità totalmente distanti da quelli che sono i suoi tratti comunemente riconoscibili e riconosciuti.

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Laura Pugno, Textures, 2016, mixed media, environmental installation

Beyond Landscape presenta una serie di opere che smontano dunque l’idea precostituita di paesaggio. L’esperienza estetica che viene fornita allo spettatore non segue le sue caratteristiche tradizionali di presentazione e rappresentazione, al contrario, esso è proposto secondo modalità formali differenti, che solo in parte alludono a ciò che tradizionalmente riconosciamo e identifichiamo come tale, suggerendo punti di vista nei quali non esiste un’unità tra visione e rappresentazione. I medium utilizzati: scultura, installazione, fotografia, pittura e disegno, propongono un risultato estetico che evidenzia una dissonanza tra il dato oggettivo e quello soggettivo. Proprio in questo punto fondamentale risiede l’intento della mostra: parlare di paesaggio senza il paesaggio. Poiché esso è oltre, al di là di ogni consuetudine, ridefinito ogni istante dal tempo che passa e dagli eventi che si susseguono, all’interno di un mondo globalizzato, nel quale non esistono più limiti spazio-temporali o barriere mentali che impediscano al pensiero di assecondare collegamenti ipertestuali e di deflagrare in ogni direzione possibile.

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In ordine: Installation view con al centro: Giorgia Severi, Albedo, 2016, telo bianco di tessuto geotessile, 5x2,5x1,5 mt; Petra Lindholm, Sky Burial, 2015, seta, poliestere, getti d'inchiostro e pigmenti su legno, 49x68 cm; Falling into Sea, 2015, seta, poliestere, getti d'inchiostro e pigmenti su legno, 40,5x52,5

BEYOND LANDSCAPE
Sophie Ko, Petra Lindholm, Laura Pugno, Marco Strappato, Giorgia Severi, Cosimo Veneziano e Adéla Waldhauserová
a cura di Andrea Lerda
Renata Fabbri arte contemporanea, Milano
Fino al 29 ottobre 2016

(1) Serenella Iovino, Ecologia letteraria. Una strategia di sopravvivenza, Edizioni Ambiente, 2006, p.105.
(2) Ibid., p. 105.
(3) Gerardo Mosquera, Perduti nel paesaggio, testo al catalogo della mostra, Mart 5 aprile - 31 agosto 2014, p. 23.
(4) Il riferimento nasce dalla constatazione che dopo lunghi anni di oblio, la retorica, applicata alla pubblicità, è tornata in auge come potente strumento persuasivo moderno. Per una lettura completa e approfondita si veda: Annalisa Cattani, Pubblicità e retorica. Meccanismi argomentativi della persuasione. Lupetti Editore, 2009.
(5) Michael Jakob, Il paesaggio, Universale Paperbacks Il Mulino, Bologna, 2009, p. 7.
(6) Elena Re, Omaggio a Livio, in Paesaggi d’aria. Luigi Ghirri e Yona Friedman / Jean-Baptiste Decavèle, Quaderni del Fondo Luigi Ghirri, Corraini Edizioni, 2016. 

Ogni riproduzione totale o parziale del presente testo è vietata in alcuno modo.

105. UOVODESIGN

SUPERORGANISM

Le api e i derivati dell’alveare sono il punto di partenza per una riflessione sulle possibilità espressive che il “superorganismo” dello sciame può produrre.

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Cera, propoli, miele, sono le materie utilizzate da Uovodesign per creare un’intera collezione di oggetti che vuole analizzare l’operosità di questi insetti e il potere creativo insito nel loro DNA.
Uovodesign ha così elaborato dei sistemi specifici per integrare l’azione delle api nella realizzazione degli oggetti, o parte di essi. Questo è quanto è accaduto ad esempio nella creazione delle ampolle di vetro destinate alla conservazione del miele, chiuse e sigillate dalle api stesse. Un sigillo autentico, frutto del lavoro minuzioso di queste straordinarie creature, che coniuga perfettamente esigenze pratiche, forza poetica e qualità estetica.
Partendo da un’analisi attenta delle architetture organizzative delle api, le loro dinamiche e strategie produttive, coniugandole con quelle delle aziende apistiche, Superorganism mette in dialogo l’azione umana con quella della natura, alla ricerca di una sinergia e di un punto di incontro che conduca ad un prodotto finale commercialmente spendibile. 

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Per tutte le immagini, courtesy Simone Benvenuto - Uovodesign

PROPOSTA #13 GOLA HUNDUN

NATURE URBANE

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Quelli di Gola Hundun sono interventi urbani site specific in grado ridisegnare le geografie e gli spazi dei luoghi. Opere dal sapore organico, i cui soggetti provengono evidentemente dal mondo vegetale. Nature colorate, multiformi e rigogliose, che sanno catturare l’attenzione, incuriosire e allo stesso tempo suscitare riflessioni. L’arte di Gola Hundun si colloca a metà strada tra la street art, la social art e la public art. Lavori immediati, diretti, che possiedono una comunicatività molto potente.

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La ricerca dell’artista (nella quale rientra l’impiego diretto degli elementi naturali così come l’utilizzo del video e della tela) mette in evidenza la relazione constante tra il genere umano e la biosfera; gli universi che di volta in volta crea, sono interpretazioni simboliche e letture allegoriche all’interno delle quali collassano influenze provenienti da mondi e culture differenti.
Installazioni, disegni, grandi murales, ma anche azioni performative e oggetti, uniscono l’attenzione per il gesto pittorico, il disegno grafico e per l’attenzione all’uso del colore e delle proporzioni. La dimensione artistica, quella sociale e privata dialogano in maniera energica con gli intenti educativi e formativi alla base di tutta la sua opera.

 

Per tutte le immagini, courtesy Gola Hundun
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104. FRANCESCO SIMETI

NATURA E’ SOPRAVVIVENZA

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Distichous, Corniculate, Runcinate, 2016, acquerello su carta, 45,5 x 30 cm ciscuno. Courtesy l'artista e Galleria Francesca Minini, Milano

Artemisia, stramonio, sorghetta e papavero. Avanti popolo delle erbacce, proletariato del mondo vegetale, rovesciate il trono delle specie orticolturali più raffinate, decapitate gli ibridi ipercivilizzati. Partite lancia in resta e destituite la rosa, regina del giardino. Sono con voi i Romantici e i poeti, Emerson e Thoreau. Già canta Gerard Hopkins, “vivano sempre le erbe, le selve selvagge!” Ma ecco che pronta giunge la mano del giardiniere—creatore, guardiano e giudice dei paesaggi artificiali—e subito la rivolta è sedata. Un colpo di vanga alla radice e gli infestanti sono estirpati. Ogni giardino affidato alle cure dell’uomo è un golpe mancato, una rivoluzione fallita.

Non questa volta, non nella recente mostra realizzata da Francesco Simeti presso la Galleria Francesca Minini di Milano (Armed, Barbed and Halberd-Shaped, a cura di Nicola Ricciardi, maggio-luglio 2016). Nel giardino disegnato da Francesco Simeti non c’è posto per le rose: su questo campo di battaglia vincono piuttosto l’amaranto e l’ortica, la bardana e la morella. Lontana è la vagheggiata utopia Occidentale di spazi verdi ammansiti e sempre in fiore, dove gli insetti non mordono e le foglie non pungono. Il paesaggio immaginato da Simeti non segue la rassicurante ripetitività delle aiuole, l’ordine gerarchico degli orti botanici, il rigore geometrico dei campi arati: l’ispirazione non viene dagli idilli floreali di Monet ma piuttosto dalle terre paludose, dai prati incolti e dai terreni trascurati dall’uomo dipinti da Charles Burchfield.

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Armed, Barbed and Halberd-Shaped, 2016. Veduta dell'installazione presso Francesca Minini, Milano. Courtesy l'artista e Galleria Francesca Minini, Milano

Le piante di Simeti crescono sui plinti, sbucano come lame dal cemento, si arrampicano sui muri fino a ricoprire pareti intere. La loro vitalità, irruenza e autonomia è celebrata; eppure allo stesso tempo appare negata: la materia di cui sono fatte è inorganica, la loro forma scolpita da quelle stesse mani che sono solite temere, quelle degli uomini. In questa palude-giardino, dove anche la bruma è un manufatto umano, la fotosintesi ha lasciato il posto alla fusione a cera persa, alla cottura ceramica. Il confine tra natura e cultura evapora come nebbia, tutto è selvatico e tutto è artigianale.
Ecco allora la prima intuizione: questi fiori di bronzo, queste foglie di argilla, questi arbusti di tela materializzano l’impossibilità di immaginare la natura selvaggia al netto della natura umana: dalla riduzione della biodiversità al mutamento del clima, l’ecosistema è già di per sè un prodotto antropico. Una forma di giardinaggio è ormai ritenuta inevitabile anche nelle oasi e nelle riserve, in quei luoghi che vorremmo preservare a monumenti della nostra assenza. Simeti tuttavia non si limita a indicarci questo paradosso ma, scolpendo le sue erbacce come alabarde, elmi, scudi, ci pone davanti a una seconda verità: per quanto siamo convinti che la sopravvivenza della natura dipenda esclusivamente da noi, la natura ha dimostrato di essere in grado di difendersi bene anche da sola. Per ogni strattone che l’uomo ha dato alla biosfera, le piante hanno sempre risposto affilando le armi, facendosi più agili e versatili, attrezzandosi per meglio resistere al nostro impatto. Cosa sono le infestanti se non la dimostrazione empirica della capacità degli organismi vegetali di sopravviverci? Che l’uomo possa adattarsi ai cambiamenti determinati dalle sue stesse azioni è invece ancora tutto da dimostrare. E dunque, chi è più fragile e chi è più disarmato— sembra chiederci Simeti—chi ha più bisogno di essere difeso: noi o loro?

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In ordine: Armed, Barbed and Halberd-Shaped, 2016. Veduta dell'installazione presso Francesca Minini, Milano; The wilds VI, 2015, Sodafire e smalti per ceramica, 41 x 30 x 30 cm; The wilds V, 2016, woodfire ceramic, 38 x 20 x 21 cm. Courtesy l'artista e Galleria Francesca Minini, Milano


In conversazione con Francesco Simeti

Andrea Lerda
Dal tuo ultimo progetto Armed, Barbed and Halberd-Shaped, che ha recentemente presentato da Francesca Minini, a Milano, mi sembra di capire che dichiari l’inscindibilità tra l’uomo e la natura, identificandoli come un tutt’uno. Credo personalmente che la cosa sia oggettiva, nonostante i due mondi (che appunto non esistono) sembrino così distanti tra loro e nonostante le letture a riguardo siano da secoli discordanti. Ma secondo questo tuo approccio, come giustifichi il rapporto impari che esiste tra i due? Come e dove collochi il senso di responsabilità?
Francesco Simeti
Il grosso problema è che in realtà questo aspetto non è per nulla scontato e l’uomo si comporta invece quotidianamente come se la sua presenza sia scissa da quella della natura. Gran parte delle persone non è consapevole di come e quanto le proprie azioni siano strettamente legate al mondo naturale del quale fanno parte. L’azione dell’essere umano sull’ambiente è sempre e comunque un’azione su se stesso.
Strategicamente, sarebbe forse più importante riflettere sul fatto che stiamo distruggendo noi stessi. Questo aspetto potrebbe sembrare un cavillo, però noi continuiamo ad associare i problemi ecologici ad immagini spot come la scomparsa dell’orso bianco, delle api, e via dicendo, senza pensare a cosa potrebbe accadere a noi in quanto specie umana.

A.L.
Il tuo lavoro è legato in maniera importante alla dimensione vegetale e naturale, non necessariamente secondo accezioni ambientaliste o ecologiche. Qual’è la ragione di questa ricerca? E quale pensi che sia la motivazione di questa necessità da parte dell’uomo di un dialogo costante con ciò che non gli è dato comprendere?
F.S.
L’aspetto ecologico non è necessariamente quello predominante ma certamente costituisce una parte importante. Non mi interessa presentare questo tema secondo una lettura pessimistica o sfruttando l’estetica del disastro; la natura che ritraggo non è mai apertamente devastata, pur celando al suo interno elementi e rimandi molto significativi da un punto di riflessione eco critica. Infatti, entrando nel lavoro ed osservando attentamente, è possibile notare come evidentemente qualcosa non funziona, alcuni alberi sono ormai privi di vita, altri oppressi e in procinto di morire.
Penso che la natura abbia la capacità di rinascere sempre e comunque e di prendere il sopravvento, tuttavia, se continuiamo in questo modo, renderemo questo pianeta totalmente inospitale a noi stessi.
All’interno di questa situazione, l’arte ha certamente la capacità di diffondere messaggi educativi, io stesso, con il mio lavoro, voglio piantare dei semi che costituiscano l’occasione di crescita per una maggiore consapevolezza futura.

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In ordine: Billows V, 2015, ceramica, dimensione variabile; Black reef I, 2016, ceramica, 56 x 23 x 13 cm. Courtesy l'artista e Galleria Francesca Minini, Milano 

103. SHOOSHIE SULAIMAN

MALAY MAWAR

Quando vediamo gli alberi, non dimentichiamo la foresta, e quando vediamo la foresta, non dimentichiamo gli alberi

Testo di Jenniffa Hanum Dadameah

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Il lavoro dell’artista malese Shooshie Sulaiman si sviluppa in diverse direzioni, dalle installazioni site-specific, alle performance outdoor, fino alla pratica quotidiana della scrittura e del disegno.
Una carriera artistica iniziata negli anni Novanta, quando il suo paese, aprendosi al libero mercato è diventano più internazionale, non senza impatto psicologico sulla società. In questo senso, la sua è una ricerca che può essere vista come la testimonianza preziosa delle vicessitudini storiche della Malesia; il paesaggio emozionale di avvenimenti politici e sociali di quel periodo.
Come pratica affine alla scrittura e al disegno, Shooshie Sulaiman si dedica da tempo al giardinaggio nella sua città, Kuala Lumpur. Invitata di recente a realizzare la mostra presso il Kadist, a Parigi, l’artista si è confrontata con la realtà all’interno della quale si è trovata ad operare.

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In Francia, nel corso dei secoli, la tradizione del giardinaggio è diventata una vera e propria pratica artistica codificata, caratterizzata da periodi e movimenti storici che sono stati il riflesso dello spirito di epoche diverse. Ma com’è possibile che un’attività da lei considerata come qualcosa di naturale quanto bere un bicchier d’acqua, possa essere celebrata al pari dell’arte? E artista il giardiniere o giardiniere l’artista?
Interrogandosi sulla possibilità che un esperimento scientifico possa avere una piacevolezza estetica, Sulaiman ha deciso di creare una nuova specie di rosa dall’incrocio di due tipologie botaniche: una proveniente dal cespuglio che cresce sulla tomba della madre, l’altra prelevata da una fattoria nei pressi di Parigi. Posto che la terra rimane terra e che spetta alle bioscienze la facoltà di creare e di clonare, chi lo dice che dall’incontro tra una rosa malese e una francese non possa nascere qualcosa di originale e di interessante?

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Negli spazi del Kadist, dove il “matrimonio” ha avuto luogo, l’artista non solo a fuso due entità e due culture differenti, ma ha dato vita a una mostra viva che in quanto tale necessita di cura costante.
In parallelo, Shooshie Sulaiman ha ritenuto necessario coinvolgere gli spettatori al fine di disseminare i suoi disegni nei giardini parigini, una procedura che chiama Planting Drawings (Piantare Disegni).
Questo tipo di ricerca estende i confini tradizionali della mostra medesima e fa parte di un progetto a lungo termine che l’artista sta sviluppando assieme alla sua comunità, mediante l’acquisizione di un lotto di terra nella foresta che si trova a due ore e mezza di distanza da Kuala Lumpur. L’idea è quella di dare vita ad un ecosistema nel quale il giardinaggio si configura come fonte di vita.
La domande che l’artista si pone è dunque se un esperimento estetico ha il potere di porre le basi per definire un modello di sostenibilità nel lungo periodo. A voi la parola.

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Per tutte le immagini: Shooshie Sulaiman “Malay Mawar” veduta dell'installazione presso il Kadist, Parigi, 2016. Courtesy l'artista e Kadist, Parigi / San Francisco. Photo: A. Mole