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119. ADRIANO VALERI

PAESAGGI AL MARGINE

Colori acidi, ambientazioni in bilico tra reale e irreale, o per meglio dire, surreali.
Luoghi pensati ma anche vissuti, esito dell’immaginazione e frutto della contemporaneità. La pittura di Adriano Valeri è decisamente espressiva e comunicativa. Parla in modo chiaro, nonostante le allusioni incomplete a dimensioni che solo in parte intendono esprimere qualcosa di certo.

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Adriano Valeri, Dogs of the Sinai, 2015, disegno, collage e pittura acrilica su carta, 22x29 cm. Courtesy l'artista e Galleria Marcolini, Forlì


Nato a Milano nel 1987, ma da tempo trapiantato a New York, Adriano Valeri ha sperimentato diversi medium prima di sentire quello pittorico come il più adatto alla sua sensibilità artistica.
La genesi del suo lavoro nasce da un confronto diretto con lo spazio, lunghe camminate, escursioni e tanto tempo speso in solitaria nella natura e affonda le radici nel bisogno che fin da piccolo lo portava a copiare le immagini naturalistiche presenti nei libri di storia naturale. Valeri ripropone gli elementi di scarto della vita urbana che ritrova all’interno di paesaggi transitori e marginali, tanto più interessanti perché fuori dalle consuete narrative.
Le sue ambientazioni non rispondono alla chiamata ecologica, né si interessano in maniera specifica a un’idea di natura da amare o salvare. Piuttosto, l’allusione sottile che l’artista fa, richiama alla mente le letture critiche di Pier Paolo Pasolini e la sua critica aspra alla società corrotta e spregiudicata. Una chiave dunque più politica, che porta alla ribalta le esperienze di vita “ai margini” e che rivela la presenza di un grande fermento e una grande energia anche là dove apparentemente tutto sembra abbandonato e compromesso.
In questo, la scelta dei colori provocanti, delle forme non nitide, volutamente “sfocate” evocano una dimensione sospesa, tipica degli adolescenti e dei meno abbienti, principali protagonisti che quotidianamente vivono e abitano tali luoghi e condizioni.

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In ordine: Adriano Valeri, The Florida Room, 2015, olio su tela, 160x140cm; Air Handlers, 2015, olio su tela, 140x160 cm; Araucarie, 2014, olio su tela, 220x180 cm. Courtesy l'artista e Galleria Marcolini, Forlì


“Fra le cose che mi danno la maggiore soddisfazione c'e' la pittura e l'osservazione del mondo naturale, e per me le due attività sono ormai profondamente complementari, anzi li sento personalmente necessari.
Con ciò non intendo un'attività terapeutica, o conoscitiva in modo oggettivo, ma credo che per molti pittori, dipingere sia una forma specifica per reintegrare le esperienze che sfuggono alla verbalizzazione, di tradurle, fissarle e rivisitarle al di fuori della lingua. Quindi quando guardo il paesaggio, sento il bisogno di indagarlo pittoricamente, non di celebrarlo, né di descriverlo fedelmente, ma proprio di costruirne delle immagini utili a riviverlo e fissarlo.”

 

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In ordine: Adriano Valery, Memory Disc, 2016, olio su tela, 140 cm d.; Yours Truly, 2016, olio su tela, 140 cm d.; Rubberneckers, 2017, olio su tela, 140 cm d.; Memory Disc, 2016, olio su tela, 140 cm d.; courtesy l'artista e Galleria Marcolini, Forlì


“Se consideriamo il paesaggio come una matrice che registra l'azione di tutte le forze che vi agiscono: biologiche, meteorologiche, antropiche, allora gli spazi marginali diventano molto significativi, i nostri scarti parlano della nostra cultura materiale, gli impianti termici e i ventilatori parlano dei nostri corpi, di come la tecnologia agisce sulle nostre esperienze dei luoghi.
Quando raffiguro le lattine, i sacchetti di plastica, i fazzoletti sporchi, i tubi delle condotte, le confezioni alimentari e i cavi elettrici, mi concentro su tutti questi materiali collocati ai margini del nostro vivere, che sono pur sempre presenti che ci piaccia o no. I colori che scelgo riflettono un senso di alienazione ed urgenza, ma sono anche i colori della segnaletica, degli energy drink, dei volantini, di un luogo caldissimo, come l'asfalto sotto il sole d'agosto. La giustificazione migliore che posso dare della mia attività' pittorica e' di produrre una testimonianza della Terra come la viviamo in questo momento storico, annodando le forze antiche e apparentemente eterne della natura con gli scarti inconsapevoli della nostra civiltà attuale”.

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Adriano Valeri, Profezia Minore, 2015, pittura acrilica su carta, 25x35 cm. Cortuesy l'artista e Galleria Marcolini, Forlì

118. SWISS MOUNTAINS

Scenari di montagna al Kunstmuseum di Basel

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Ernst Ludwig Kirchner, Amselfluh, 1922, olio su tela, 120 x 170.5 cm. Kunstmuseum Basel, con il contributo del Dr. H.C. Richard Doetsch-Benziger e Max Ras erworben, 1944. Courtesy Kunstmuseum Basel, foto Martin P. Bühler


Montagne, l’epitome di stabilità e permanenza, di realtà che trascende il tempo. Curata da Eva Reifert, la selezione di opere che proviene dalla collezione del Kunstmuseum di Basilea, dimostra in quale maniera la nostra idea di montagna e il modo che abbiamo di rappresentarla si sia evoluto, a partire dalle prime esplorazioni nelle regioni montuose delle Alpi, circa due secoli e mezzo fa, fino ai tempi più recenti.
La raffigurazione delle Alpi emerge come un genere distintivo proprio nel secolo dei Lumi e un pittore come Caspar Wolf, che effettua lunghe escursioni nelle montagne, incarna a pieno lo spirito della ricerca scientifica che è tipico della sua epoca. Alla vigilia del ventesimo secolo, d’altro canto, l’opera di Ferdinand Hodler evidenzia il suo sforzo di superare l’approccio realista e ripristinare il mistero insito nella natura. Attraverso un’estetica che mette in evidenza tutta la loro maestosità, Hodler riesce invece a trasmettere quel senso di timore e di indefinitezza che si prova di fronte ai fenomeni incontrollabili e indecifrabili della natura.

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Alexandre Calame mountain swiss mountain exhibition kunstmuseum basel platform green nature landscape

In ordine: Ferdinand Hodler, Die Dents du Midi von Chesières aus, olio su tela, 65.7 x 88.3 cm. Courtesy Kunstmuseum Basel, Vermächtnis Max Geldner, Basel, 1958.
Alexandre Calame, Am Urnersee, 1849, Olio su tela, 194 x 260.5 cm. Kunstmuseum Basel, dono degli eredi di Marie Vischer d’Assonleville, 1950. Foto: Kunstmuseum Basel, Martin P. Bühler.


Il formato stesso delle opere è un indicatore di come il mercato e l’apprezzamento del pubblico cambia nel corso del tempo nei confronti di questo genere, acquistando mano a mano sempre maggiore prestigio: alla metà dell’Ottocento i primi turisti sono affascinati dai delicati e intimi “souvenir de voyage” di Johann Ludwig Aberli mentre i vasti panorami mozzafiato di Alexandre Calame riescono a soddisfare inequivocabilmente il desiderio dei suoi clienti di possedere tale inquadratura all’interno di un oggetto d’arte.
In termini storico-artistici, la selezione di opere presenti in mostra traccia un arco che va dal Romanticismo all’Espressionismo.
Dalle raffigurazioni idealizzate di cime innevate di Joseph Anton Kock alla pittura di Segantini che riporta sulla tela le sensazioni live frutto della pittura en plaid air, fino a Ernst Ludwig Kirchner che utilizza in maniera “violenta” e sfacciata rosa e violetti per esprimere e visualizzare gli stati d’animo più intimi e reconditi.
L’addomesticamento delle vette alpine e dei panorami montani come fonte di attrattiva turistica è diventato inoltre, nel corso del tempo, il marchio di fabbrica di un luogo come la Svizzera. Ciò che sembra essere cambiato molto poco è invece il desiderio che spinge la gente verso questi luoghi così come le esperienze che ognuno portano con sé dopo aver esplorato e vissuto il confronto con la montagna.
I lavori in mostra riflettono un insieme sorprendentemente costante di temi all’interno dell’iconografia in questione: il desiderio di abbandonare la vita di tutti i giorni, la gioia dell’esperienza del bello naturale, l’euforia di poter sovrastare il tutto così come la consapevolezza che esiste qualcosa di decisamente più grande di noi.

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In ordine: Swiss Mountains, veduta dell'installazione presso Kunstmuseum Basel, foto Julian Salinas; Niklaus Stoecklin, Landschaft bei Visp, 1920, olio su tela, 51.5 x 59 cm. Acquistato con il contributo dei fondi Birmann. Courtesy Kunstmuseum Basel, foto: Martin P. Bühler
Giovanni Giacometti, Paesaggio d’autunno, 1927, olio su tela, 100.4 x 104.9 cm. Kunstmuseum Basel, di proprietà dell’Ufficio Federale della cultura di Berna (depositato in prestito permanente, Kunstmuseum Basel), 1929. Kunstmuseum Basel, foto: Martin P. Bühler


SWISS MOUNTAINS
Kunstmuseum, Basel
a cura di Eva Reifert

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116. FRANCO MELLO

PROVOCAZIONI E CORRISPONDENZE

La Fondazione Plart di Napoli ha recentemente inaugurato la mostra PROVOCAZIONI E CORRISPONDENZE. Franco Mello tra arte e design, a cura di Giovanna Cassese. L’evento rientra nell’edizione 2017 di PROGETTO XXI, in collaborazione con Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee.

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Franco Mello, Sedute Suburbia

Autore del celebre appendiabiti Cactus, progettato nel 1972 insieme a Guido Drocco per l’azienda Gufram, Franco Mello è un artista eclettico, versatile, generoso. La sua produzione muove dal design alla fotografia, dalla grafica all’editoria, in un flusso creativo, geniale e fecondo, che lo vede, al contempo, docente, creatore di gioielli e ideatore d’installazioni multimateriche.
A questo proposito, Flaviano Celaschi scrive: “Franco Mello è un prodotto bellico che ha avuto la fortuna di vivere i migliori anni degli ultimi secoli. Lo ha fatto senza mai decidere che mestiere fare, senza mai vivere di lavoro, portandosi continuamente da un progetto all’altro in un’ansia di irrequietudine intrisa di pensiero riflessivo, senza mai chiedersi se fosse arte, design, editoria, grafica, televisione, allestimento, architettura, o altro”.
Esposti su un supporto progettato da Felix Policastro, la rassegna raccoglie oggetti-scultura in poliuretano espanso prodotti per "Gufram e Dog Design": tra questi, la Seduta Incastro, il Tavolo Erba, il Cactus – presentato in tutte le sue riedizioni prodotte dall’azienda piemontese, fino allo Psychedelic Cactus del 2016 ad opera dello stilista Paul Smith – le sedute Suburbia, Mun e Mun Bis.

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In ordine: Franco Mello, La Grande Zucca; Mun and Mun; Testone con pratone, veduta dell'installazione presso il Castello di Rivoli. Museo d'arte contemporanea; Cactus.


Un nuovo modo, dunque, di intendere il design attraverso elementi d’arredo ripensati e riprodotti con originalità, ironia e spirito visionario. La lumaca Lulù, ad esempio, che non mangia lattuga ed ama stare al centro dell’attenzione; la Grande Zucca, sulla quale possono comodamente sostare tre o quattro persone, in una versione avanguardista della più celebre carrozza delle favole; la seduta di mattoni rossi – da qui il nome “Mun” sopracitato – la cui dura e scomoda apparenza non deve trarre in inganno gli avventori; il Divano Bill che richiama, nelle linee e nei colori, un tavolo da biliardo – purtroppo mai entrato in produzione – per giocatori esperti.
Nella mostra "PROVOCAZIONI E CORRISPONDENZE" anche i gioielli di Michelangelo Pistoletto, Emilio Isgrò, Mimmo Paladino, Marco Gastini, Matteo Bonafede, Aldo Spinelli della collezione "Sfioro", ideata nel 2013 dallo stesso Franco Mello, con Mauro Bonafede e Susanna Besio Tosco, in occasione della quale ciascun artista ha progettato un gioiello poi realizzato in tiratura limitata e per mezzo di tecniche orafe artigianali quasi dimenticate.
Completano la rassegna, due video inediti ed una nutrita raccolta di fotografie realizzate da Franco Mello, in linea con quel dialogo armonioso tra le arti che l’autore così sapientemente rappresenta, dirigendole ed orientandole con la maestria di un navigato direttore d’orchestra, affinché confluiscano in una sola sinfonia simmetrica e coerente.

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In ordine: Metacactus; Roccocactus; catalogo della mostra The rock furniture. Il design della Gufram negli anni del rock presso il Castello di Rivoli, 2002; Incastro; Tavolo Erba.

 

PROVOCAZIONI E CORRISPONDENZE. Franco Mello tra arte e design
Fondazione Plart - Napoli
A cura di Giovanna Cassese
Fino al 3 giugno 2017

117. FABIO MARULLO

Figuration Plants

di Elisabetta Villani 

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Fabio Marullo, Ciò che di misterioso è palpabile, 2016, argilla bianca, cm 53 x 42 x 24. Foto di Francesco Pizzo. Courtesy l'artista

  • Fabio Marullo, che da tempo porta avanti una personale ricerca, scavando in luoghi sconosciuti della mente e della biologia generale, approfondisce, attraverso varie tecniche (pittura, disegno, scultura) l’osservazione dei fenomeni della vita e le leggi che governano gli esseri viventi.
Il suo lavoro si presenta come un viaggio dentro un giardino misterioso, con l’intento di coglierne la natura invisibile, misteriosa, forse caotica. Indagare le proprietà delle cose, dei luoghi ma prima di tutto della natura e degli organismi che la abitano.
    La sua rappresentazione, per quanto radicata in una dimensione reale, fatta di processi fisici determinati (egli infatti raccoglie ciò che rimane di piante, radici e dettagli floreali), si lascia contaminare anche da una sfera più sognante. L’artista crea così nuove archeologie, immaginarie, ideali, fantastiche, altri universi d'interpretazione.

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  • In ordine: Orbite, 2016, veduta dell'installazione, dimensioni variabili; Aprirci all’enigma dell’essere, 2015, olio su lino, cm 140x100, courtesy collezione Cultrera; Ciò che di misterioso è palpabile, 2016, olio su lino, cm 39x34. Foto di Francesco Pizzo. Courtesy l'artista

  • In particolare, la sua attuale produzione di lavori dal titolo "Figuration Plants", parte dall’individuazione di creazioni primitive, che con il loro carattere ineffabile sono state per molto tempo considerate scientificamente “scherzi della natura”; organismi con caratteri distintivi dubbiosi, caratterizzati da un senso di sospensione a-temporale. Il riferimento è all’universo dei fossili: testimonianze del passato cariche di fascino e di mistero circa la reale identificazione della loro natura e derivazione.
    Mi viene in mente, a tal proposito, la pubblicazione di The life of the inanimate objects di Paul Nash, nel 1938, per il magazine “Country Life”. Nash è un pittore surrealista, e negli anni Trenta comincia ad usare la fotografia come forma di registrazione immediata, nonché di documentazione della realtà, declinando, anche in questo caso, il suo interesse per gli objet trouvé che riscopre in natura (conchiglie, pietre, radici, pezzi di scisto...).

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  • In ordine: Paul Nash, The Life of the Inanimate Object, Country Life, May 1937, Tate archive. Courtesy Tate Modern London. Fabio marullo, Cio che di misterioso è palpabile, 2016, matita e inchiostro su pergamena, cm 30,5 x 22,5. Foto di Francesco Pizzo. Courtesy collezione privata


  • Elisabetta Villani

    Fabio, quali sono i riferimenti dai quali parte la tua ricerca e il tuo interesse per “gli oggetti strani”, oggetti in bilico, apparentemente fuori contesto’?

    Fabio Marullo

    La natura e il suo continuo gioco di trasformazioni rimane il mio paradigma di riferimento, ciò da cui parto e che propongo. 
Mi interessa realizzare dei lavori che riprendono elementi naturali, senza alcuna distinzione o gerarchia, nella loro reciproca interazione.
La mia idea è che, la combinazione tra natura e artificio, tra organismi viventi e reperti spuri, inneschi deliberati anacronismi, accrescendo quell’idea di ambiguità tanto cercata: ciò che sembra a prima vista una finzione è invece una situazione rigorosamente reale che è sfuggita alla nostra conoscenza o la nostra percezione del vedere, oppure è proprio l’opposto. Il mio interesse è li, in quel luogo dubbioso dove l’accostamento di specie naturali generano delle nuove rivelazioni, “cotali avanzi” per dirla in forma più antica, organismi che per somiglianza morfologica potrebbero essere definiti, come esseri intermedi, tra piante e animali, se non addirittura vegetali.
Queste convinzioni sono il frutto dell’accostamento di un doppio carattere di scavo: il primo in senso letterale, annotato grazie a temi scientificamente trattati nel passato da personaggi illustri del campo delle scienze appunto, e dall’altro da incontri reali e inattesi, quelli che hai sempre immaginato e che una volta esperito, hanno cambiato il modo di vedere le cose.


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    Fabio Marullo, Infiorescenza, 2015, cm 47x57. Courtesy collezione Cultrera


  • EV

    
Il mistero e la doppia vita degli oggetti cosiddetti inanimati è senza tempo e quindi eterno.
 In “Archaeology", un tuo lavoro recente, mostri già il tuo insistente sguardo verso il fantastico, l’immaginario, la memoria, le tracce del tempo, della natura, della storia. C’è un dipinto dal titolo "Garanzia di discendenza" (olio su lino 20x30 – 2015) che potrebbe essere la sintesi o l’assioma di quanto già detto, del tuo continuo interesse.

    FM
    Si in effetti lo è. Il lavoro da te citato s'inseriva in una produzione pittorica per la mostra dal titolo "Archaeology", presentata a Milano, e successivamente ospitata su invito presso CPH-AIR (Copenhagen Artist in Residence); una trasposizione pittorica di un luogo immaginario e fantastico, concepito per associazioni di codici simbolici, memorie sotterranee e piante, una forma di meditazione che metteva in luce la tensione della memoria aspirando ad aprire un palinsesto di nuovi significati pieni di luce e di magia silenziosa.
Il tema propulsore del lavoro Garanzia di discendenza è stato lo spazio ridotto di una tasca della mia giacca, metaforicamente come una piccola serra, dove, a mia insaputa e per un tempo indefinito, aveva trovato posto, attaccandosi in uno spirito collaborativo, un fiore uncinato ormai secco dello "Xanthium Strumarium".
 Un’opera realizzata in memoria di un tempo passato tra l’inizio di un viaggio e il suo susseguirsi. E’ come se la pianta con il suo fiore mi avesse dichiarato la sua eternità, il suo potere e le sue ambivalenti funzioni, in un percorso cosmico tra il primordiale e la perfezione; come una nascita voluta, determinata, ma in continua evoluzione perchè intrisa di esperienze da esperire.

  • EV
    Quali sono i tuoi progetti futuri?
    FM
    Sto lavorando su due progetti: "The Awaiters" è un lavoro sull’idea di attesa, una visualizzazione di un mondo in cui i personaggi e simboli coesistono in un equilibrio sottile e fragile attraverso l'architettura, l'installazione e la pittura.
La costruzione di contenitore come una grande serra in dialogo con delle specie di piante naturalizzate. 
Poi sto lavorando ad un progetto di libro che approfondisce la mia idea di viaggio dentro ad un giardino incerto e dubbioso.

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  • In ordine: Fabio Marullo, Garanzia di discendenza, 2015, olio su lino, cm 20 x 30, courtesy Collezione Cattaneo Diaz; Xanthium strumarium, 2015, tecnica mista. Foto di Francesco Pizzo, courtesy l'artista

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PROPOSTA #15 STEFANO CORBO

RHEOLOGY

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Rheology è un progetto fotografico itinerante, realizzato tra Europa e Medioriente, e caratterizzato da un preciso approccio metodologico: a un intento meramente documentaristico e realista, si sovrappone, attraverso l’esplorazione urbana, la ricerca di condizioni latenti e potenzialità sopite.
Paesaggio naturale e artificiale, città, natura, architettura: categorie interpretative millenarie si fondono in una condizione nuova, sfocata, alterata.
Rheology lavora a una rappresentazione del reale ibrida, costituita da frammenti spazio-temporali da cui è impossibile separare soggetto e oggetto d’indagine.
Anziché immaginare oggetti finiti immersi in uno spazio continuo e omogeneo, attraverso la fotografia possiamo riflettere sulla fluidità come paradigma contemporaneo.
La cosiddetta estetica della sparizione invocata da Paul Virilio assume in Rheology una declinazione divergente: dinanzi al carattere effimero e dematerializzato della produzione artistica recente, Rheology indaga la compenetrazione di agenti, attori e corpi.
E’ possibile quindi definire una reologia dell’arte: vale a dire, una discussione intorno all’arte come flusso materiale e immateriale allo stesso tempo.

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"Reologìa" s.f. Scienza che studia le caratteristiche di deformazione sotto l’azione di forze esterne, dei corpi solidi, e in particolare dello scorrimento dei fluidi e semifluidi in riferimento alle loro proprietà e condizioni (densità, viscosità, concentrazione, temperatura, forze applicate, ecc.) e ai loro rapporti con l’ambiente circostante (pareti del contenitore, loro qualità e forma). [Treccani]

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stefano corbo artista fotografia rheology paesaggio urbano

Per tutte le immagini: Stefano Corbo, Rheology, courtesy the artist
Questa news è stata pubblicata nell'ambito delle proposte che giungono a Platform Green. Per maggiori informazioni in merito alla procedura di invio del tuo progetto o lavoro, vai alla sezione "Contatti" o "Chi siamo".

 

115. DIEGO PERRONE

HERBIVOROUS CARNIVOROUS

Herbivorous Carnivorous è il titolo dell’ultima personale di Diego Perrone da Massimo De Carlo a Milano. Un progetto che è stato presentato in contemporanea anche oltre oceano, da Casey Kaplan. In entrambe le mostre l’artista ha svelato al pubblico l’ultimo step della sua ricerca, che mette in primo piano, ancora una volta, la sperimentazione in ambito scultoreo.

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Diego Perrone, Senza Titolo, 2016, Vetro, 60×80×20 cm. Foto di Roberto Marossi. Courtesy Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong


L’opera di Diego Perrone reinventa le tecniche e lo stile dei processi classici per ampliare le potenzialità della scultura e del disegno e penetrare in uno spazio transitorio in cui rappresentazione e stupore si fondono in oggetti che sorprendono per la loro nebbiosa ambiguità.
La nuova serie di opere è realizzata attraverso una tecnica antica e desueta: grandi quantità di vetro fuso vengono colate in un calco di gesso posto successivamente in forni ad alta temperatura nei quali il vetro subisce un processo di trasformazione che può durare fino a sei settimane. All’interno delle sculture di vetro, minerali e ossidi infusi di pigmenti si sciolgono e creano nuvole colorate che filtrano attraverso la superficie translucida delle forme antropomorfe realizzate dall’artista, il cui processo di creazione sfugge al completo controllo dell’artista.
Le sculture di Perrone sono il frutto di una ricerca decennale sull’utilizzo di materiali fusi per creare forme organiche. Fin dalle sculture in fibra di vetro intitolate La fusione della campana (2005-2008) - con fusioni di bronzo e di metallo – l’artista si è distaccato dall’iconografia tradizionale, cui il titolo fa riferimento, per creare una bizzarra forma astratta. Unificando le fasi implicate nello svolgimento di questo processo, tradizione, spazio e tempo vengono compresse in una struttura che ricorda il panorama di un paesaggio inabissato.

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In ordine: Diego Perrone, Senza Titolo, 2016, Vetro, 79×77×30 cm; Diego Perrone. Herbivorous Carnivorous, vedute dell'installazione presso Massimo De Carlo, Milano-Ventura. Foto di Roberto Marossi. Courtesy Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong


Nel 2013 Diego Perrone ha presentato al Museion di Bolzano una prima serie di sculture in vetro colato, ognuna raffigurante l’orecchio umano e le spirali intricate che ne compongono l’interno. La raffigurazione del canale uditivo ricorre con costanza nella sua pratica artistica, sin dai primi disegni a biro su carta del 1995: l’artista attraverso il simbolo dell’orecchio congiunge la complessità delle forme anatomiche con l’imprevedibilità del pensiero umano.
Le sette teste sferiche di vetro contengono immagini iconiche della pratica artistica di Perrone: dall’interno delle sculture emergono una moltitudine sfumata di pesci, trattori e anfore, segni che provengono dalle origini rurali dell’artista e alludono a paesaggi rarefatti e in continua evoluzione. Nei disegni su carta, in dialogo diretto con le sculture, si manifestano prospettive simili, grazie a una composizione stratificata di linee costruita attraverso un gesto continuo e ossessivo.
Forme naturali e paesaggi industriali sono i padroni della mente dell’artista, che traduce l’assimilazione fisica e mentale di questi ambienti attraverso il vocabolario dell'arte. Ogni opera in Herbviorous Carnivorous dialoga e sfida un’opprimente ma calmante sensazione di vuoto, dove anche le azioni più fisiche e carnali sono rivestite da una nebbia tangibile.

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Diego Perrone. Herbivorous Carnivorous, vedute dell'installazione presso Massimo De Carlo, Milano-Ventura. Foto di Roberto Marossi. Courtesy Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong


DIEGO PERRONE 
Herbivorous Carnivorous
Massimo De Carlo / Milano
FIno all'11 Marzo 2017

114. ANNA REIVILÄ

FORME NATURALI E STRUTTURE DI TENSIONE

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Anna Reivilä, Bond #17, 2016, photo print on fine art paper. Courtesy l'artista e Taik Persons Gallery


Generazione 1988 e originaria di Helsinki, Anna Reivilä è una giovane fotografa alla quale dedichiamo la news numero 114. La sua ricerca, che arriva dopo una Laurea ed un Master in Arte presso la School of Arts, Design and Architecture della Aalto University, è influenzata in maniera evidente dalle suggestioni ambientali della sfera nord europea, all’interno della quale l’artista è immersa.
La serie “Bond”, che qui vi presentiamo, sembra essere un lavoro al limite del performativo. Partendo dall’utilizzo di un elemento come la corda, la Reivilä trasforma l’iconografia tradizionale di alcune figure naturali che, in maniera provocatoria, relega all’interno di strutture di tensione.
Sfruttando un immaginario erotico, che evoca alla mente l’iper sensualità dei corpi legati, Anna Reivilä genera oggetti inesistenti, in grado di affascinare lo sguardo e di suscitare riflessioni.

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In ordine: Anna Reivilä, Bond #17, 2016; Bond #1, 2014; Bond #3 2014, photo print on fine art paper. Courtesy l'artista e Taik Persons Gallery


“Sono alla ricerca di spazi all’interno dei quali gli elementi della natura si combinano per creare tensioni naturali interessanti e continuo questo dialogo attraverso la mia interpretazione, estendendo, impacchettando ed esaltando queste forme “indigene”. Creo un nuovo senso del volume partendo dall’esistente”.

Secondo quanto testimonia la tradizione religiosa giapponese, le corde e i nodi simboleggiano gli elementi di connessione tra l’umano e il divino, costituendo il mezzo per identificare la dimensione sacra dello spazio e del tempo. Traendo ispirazione dalle immagini di Araki Nabuyoshi, dal loro mix fatto di cruda violenza e bellezza, Anna Reivilä analizza la relazione tra l’uomo e la natura facendo leva sull’immaginario tradizionale giapponese del bondage.
La versione originale della parola è “kinbaku”, che letteralmente significa “la bellezza di un legame stretto”; un termine che ben rappresenta il delicato equilibrio tra l’essere tenuto assieme e il trovarsi su un punto di imminente rottura.
L’utilizzo di corde costituisce la forma prediletta di disegno di Anna Reivilä. Le linee creano interazioni e connessioni tra gli elementi, producendo anche una ridefinizione del paesaggio all’interno del quale si inseriscono. Ma queste sorta di disegni tridimensionali, per la loro natura transitoria e instabile esistono solamente nell’attimo in cui nascono.

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In ordine: Anna Reivilä, Bond #2, 2014; Bond #13, 2016; Bond #18 2016, photo print on fine art paper. Courtesy l'artista e Taik Persons Gallery

113. ALBERTO SCODRO

ecocene

Forma, materia e colore in dialogo con lo spazio e lo spettatore. Alberto Scodro espone da CAR DRDE, a Bologna, gli ultimi esiti della sua ricerca.

Alberto Scodro artista mostra CAR DRDE Bologna natura eocene7

Alberto Scrodo, Owl1, 2014-15, courtesy l'artista

Eocene è il titolo dell’ultima personale di Alberto Scodro presso la galleria CAR DRDE di Bologna, un progetto incentrato su una serie di sculture, per la maggior parte inedite, accomunate dalla fusione di materiali di origine minerale.
L’artista osserva con sguardo fenomenologico le tensioni e i processi continui insiti nello spazio e nella materia per esplicitarli in opere che sperimentano l’interazione tra elementi naturali e artificiali sottoposti a passaggi di stato (fisici, alchemici o concettuali).
Affascinato dall’imprevedibilità del risultato finale, vive la pratica scultorea come attesa di un’emersione, unica e irripetibile, che porti alla luce ciò che è sotterraneo associando lo stato fluido dei materiali incandescenti al luminoso manifestarsi della loro essenza e la successiva aggregazione solida alla segreta resistenza che ne consegna intatte al futuro le potenzialità.

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In ordine: Alberto Scodro, Eocene, vedute della mostra presso CAR DRDE, Bologna, 2017, foto Carlo Favero; Spring#15, 2016. Courtesy l'artista e CAR DRDE, Bologna.

Eocene, l’era geologica in cui si formarono le principali catene montuose e apparvero i primi mammiferi moderni, è il tempo mitico di una scultura che preesiste all’uomo e nasce dalla misteriosa vitalità del sottosuolo. Parafrasando l’etimologia greca della parola che intitola la mostra, Scodro concepisce un’ambientazione- incubatrice in cui si fondono suggestioni primordiali e residui di contemporaneità come in una nuova alba della creazione. In questo paesaggio originario e apocalittico convivono i reperti ossidati e cristallizzati delle stagioni, una sorgente di moto circolare, tane realizzate al buio da una talpa-architetto cieco e un prezioso fossile ibrido generato dall’unione tra una spiga di grano e una lisca di pesce. (Emanuela Zanon)

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Alberto Scodro, Winter#1, 2016, courtesy l'artista e CAR DRDE, Bologna


Abbandonato ogni riferimento alla morbidezza organica, Alberto Scodro affronta la materia dal di dentro, investigandone le proprietà più nascoste, e permettendo che le sue potenzialità espressive si manifestino secondo processi non del tutto ponderabili.
Ma quanto riusciamo a vedere è probabilmente lo “strato” superficiale di un mondo sommerso, complesso ed informe, che utilizza lo spazio per fare capolino nella dimensione reale.
Assecondando un processo di espansione che varia, dalla crescita verso l’alto secondo un fenomeno di stratificazione, all’espansione più piatta che sfrutta il piano orizzontale, il giovane artista di origini venete sperimenta le possibilità del combinare forma, materia e spazio. Sarà necessario attendere gli sviluppi futuri per comprendere meglio in quale direzione, e secondo quali modalità questa sostanza informe intenderà muoversi. (A.L.)

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In ordine: Alberto Scodro, Autumn#7, courtesy l'artista e CAR DRDE, Bologna 2015; Torta, 2014, collezione privata; Autumn#5, collezione privata, 2015.


ALBERTO SCODRO
Eocene
CAR DRDE / Bologna
Fino al 18 marzo 2017

112. WOLFGANG LAIB

ARTE COME CURA DELLO SPIRITO

Se esiste una forma di preghiera che ha come tramite l’arte, l’opera di Wolfgang Laib può essere considerata la più sincera e intima delle preghiere. Il lavoro dell’artista tedesco è forse l’espressione più autentica di un sublime contemporaneo che, a bassa voce, sussurra al nostro orecchio quanto di più potente esiste nei ritmi lenti e invisibili delle forze della natura.

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In ordine: Wolfgang Laib, The Cobra Snakes are coming out of the Well at Night, vedute parziali della mostra, settembre 2008, Galleria Alfonso Artiaco, Napoli; W.L., Vogliamo partire, partial view of the exhibition, dicembre 1998, Galleria Alfonso Artiaco, Pozzuoli; W.L., The Cobra Snakes are coming out of the Well at Night, vedute parziali della mostra, settembre 2008, Galleria Alfonso Artiaco, Napoli


Ho incontrato Wolfgang Laib quest’estate, nella sua abitazione natale, a Metzingen, in Germania. Un pomeriggio estremamente piacevole, all’interno del suo studio, immerso tra il verde dei prati, il profumo dei fiori di campo e della terra umida. Seduto a terra, di fianco ad alcuni lavori esposti, ho compreso immediatamente più di quanto potessi sapere sulla sua ricerca artistica. L’esperienza effimera di percepire e vivere il tempo secondo dopo secondo è resa possibile grazie a una ritualità lenta, che sembra provenire da una dimensione sconosciuta.
Wolfgang Laib trova la spiritualità necessaria nella semplicità di ogni giorno, nella materia organica e naturale che lo circonda: il miele, il polline, la cera d’api, il riso. Non è difficile comprendere questo aspetto passeggiando con lui tra i boschi che circondano la sua abitazione. Il sentiero diventa il luogo dove si realizza quel cammino intimo all’interno di una natura portatrice di valori ed energie che l’artista trasferisce nei suoi lavori. Qui trova il polline necessario per le sue installazioni, la serenità per lavorare un materiale prezioso e sacro come il riso e il contatto ancestrale con le profondità misteriose dei ritmi organici che ritroviamo in tutte le sue opere.
La semplicità delle forme, dei colori e dei materiali utilizzati cela così significati molto più profondi e complessi, il vuoto e il pieno coesistono all’interno di opere estremamente poetiche, dal potere evocativo e comunicativo.

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Wolfgang Laib, veduta parziale della mostra, ottobre 2016, Galleria Alfonso Artiaco, Napoli, foto: Luciano Romano


Wolfgang Laib è tornato recentemente ad esporre in Italia, nella sua quarta personale presso la Galleria Alfonso Artiaco di Napoli, dove ha presentato 12 nuovi pensati in stretta relazione con lo spazio di Piazzetta Nilo. Anche in questo caso sono stati esposti i materiali tipici della sua ricerca, tra questi le barchette d’ottone, posate su piccoli cumuli di riso, che evocano alla mente l’idea del viaggio verso un altro mondo, eco di attributi meditativi delle stesse ziggurat, figure architettoniche ed archetipiche che l’artista rilegge e ricrea utilizzando la cera d’api. Strutture a gradini che, come per le barche, costituiscono l’invito ad attraversare i confini di un mondo puramente tangibile verso uno più alto livello di comprensione spirituale dell’universo.
Le ziggurat riflettono inoltre l’interesse dell’artista per le abitazioni e le sfere spirituali della cultura Medio Orientale e dell’Asia meridionale.

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Wolfgang Laib, veduta parziale della mostra, ottobre 2016, Galleria Alfonso Artiaco, Napoli, foto: Luciano Romano


In quest’ultima mostra a Napoli, Laib ha inoltre presentato alcuni lavori su carta, nei quali la possibilità di intravedere la traccia del disegno è intrinsecamente legata al modo in cui la luce si riflette sul lavoro. Il risultato che ne consegue è una sensazione di potente vuoto, gravido di risonanza spirituale. In mostra anche due “case” in marmo bianco, circondate dal riso, nelle quali il carattere minimalista non va letto nel senso stretto del termine, piuttosto inteso nella visione buddista di “eterno ritorno”.
L’artista ha poi presentato un lavoro realizzato con il polline, forse il materiale più emblematico e rappresentativo della sua ricerca.
L’artista ha più volte dichiarato che “il polline è il potenziale inizio della vita della pianta. Così bello, semplice e complesso allo stesso tempo. E naturalmente portatore di moltissimi significati”. Il polline diventa quindi simbolo, dettaglio d’infinito, elemento e opera stessa senza tempo. L’intervento napoletano si è poi concluso con una grande installazione realizzata con i classici “mucchietti” di riso. Qui l’intenzione ricercata è quella di produrre una calma composta, un pacifico “disimpegno” tra l’opera e lo spettatore, dove quest’ultimo può sperimentare una sospensione della realtà in cui la spiritualità è inclusa nella materialità stessa del lavoro.

 

111. SOPHIE KO

TERRA: Geografie temporali

Per la prima volta gli spazi della Galleria deʼ Foscherari di Bologna hanno ospitano una personale dell’artista georgiana Sophie Ko Chkheidze (Tbilisi, 1981).
Una mostra sul ruolo delle immagini all’interno della nostra vita. Forza espressiva e potenza figurativa entrano in dialogo con alcuni momenti fondativi della storia (e della pre-istoria) dell'arte.

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Sophie Ko. Terra, veduta della mostra presso Galleria de' Foscherari, Bologna. Courtesy Galleria de' Foscherari 


Terra
, è il titolo di questa mostra e le opere esposte appaiono come il tentativo di riportare alla visibilità la terra, di ridarne senso in immagine. Le immagini sono diventate vuote di senso perché non vediamo nemmeno più la terra. Il processo di illimitato ampliamento della ratio tecno-economica è giunto al punto di rendere invisibile proprio la terra stessa che vale ora solo come supporto di tale processo. Nelle opere di Sophie Ko la terra torna a essere ciò che è, uno dei quattro elementi del cosmo, il fondamento della nostra vita.
Siamo accolti in mostra dalla Geografia temporale intitolata L'uomo accende a se stesso una luce nella notte, frammento eracliteo che ci invita a riconoscere la luminosità dell'immagine (e della nostra anima) nel grigio-nero della cenere di immagini bruciate. Nel prendere forma della cenere, L'uomo accende a se stesso una luce nella notte mette in scena il rapporto tra tempo e immagine fatto di pressione e di distruzione del tempo sulle immagini, ma anche di formazione, profondità, rinascita delle immagini rispetto alla furia distruttrice del tempo. La Geografia temporale mette dinanzi ai nostri occhi che l'immagine non soltanto subisce il tempo, ma segna il tempo, lo porta a una forma, dà un senso e una direzione al nostro sguardo su questa terra.

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Sophie Ko. Terra, veduta della mostra presso Galleria de' Foscherari, Bologna. Courtesy Galleria de' Foscherari

Le cinque Geografie temporali di cui si compone Atlanti fanno apparire dinanzi a noi la terra come grandi scogli che paiono dialogare con La scogliera sulla costa di Caspar David Friedrich: siamo giunti al limite della terra e solo ora la terra torna visibile come luogo da raggiungere, come scabra terra promessa, che chiede di essere abitata. Nell'azzurra lontananza degli scogli misuriamo la distanza che ci separa da essa.
Nella sala delle tredici Geografie temporali di Terra siamo avvolti nella profondità della terra: procediamo immersi nella terra, come il cavaliere düreriano non possiamo più guardare dall'alto in basso le radici degli alberi, perché ora sono all'altezza della nostra testa. Ci troviamo nel fondo di un sepolcro. La terra ora ci si mostra non tanto grazie alla sua lontananza sublime, ma perché siamo sprofondati in lei: «Terra sei e terra tornerai». A noi è lasciata la possibilità di costruire un nostro viaggio che iniziando dentro la terra, passo dopo passo, ci riporti alla luce, alla Gerusalemme celeste, meta del cavaliere di Dürer.
Il riconoscimento della terra è al centro anche dell'acquerello Kaspar Hauser, l'unica opera in mostra in cui la dimensione figurativa della mano torna al centro dell'immagine. La figura mitica di Kaspar Hauser è il simbolo della esistenza umana: un viaggio incerto nella vita come quello di Kaspar si trasfigura nell'uomo su una piccola imbarcazione, che avvolto dal bianco, in silenzio si muove alla ricerca della propria terra. La terra non è ancora visibile, ma è quella la direzione del viaggio. Nella figura di Kaspar Kauser si riflette il movimento ellittico della vita umana: per ogni uomo, come scrive Georg Trakl, «un bene e un male sono preparati».
Il percorso si chiude con Stella polare un trittico che dà forma a un cielo di ceneri di immagini bruciate. Come abbiamo disimparato a pensare al tempo come spazio di formazione della vita, così la terra ci appare come supporto delle nostre pianificazioni o caso mai come luogo della fine e della pesantezza. In Stella polare la terra sotto forma di cenere assume la leggerezza dell'aria, la luminosità di un cielo notturno che ci invita a sognare a occhi aperti, a trovare un punto di orientamento nell'infinito spazio della vita: «Noi passiamo, così, e mi sembra che tutti siano distratti e occupati e non prestino la giusta attenzione al nostro passare. Come se cadesse una stella e nessuno la vedesse e nessuno formulasse per sé un desiderio» (R.M. Rilke).

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Sophie Ko. Terra, veduta della mostra presso Galleria de' Foscherari, Bologna. Courtesy Galleria de' Foscherari