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139. UNDER WATER

La mostra Under Water, che segue temporalmente il progetto intitolato Post-Water (presentato al Museo Nazionale della Montagna di Torino), arriva al Filatoio di Caraglio come ampliamento e completamento di una riflessione su un tema di grande urgenza collettiva: l’acqua.
Il progetto, a cura di Daniela Berta e Andrea Lerda è realizzato grazie alla collaborazione scientifica dei ricercatori del Dipartimento di Ingegneria per l’Ambiente, il Territorio e le Infrastrutture del Politecnico di Torino, dell'Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche (ISAC-CNS) di Torino, del Centro Unesco di Torino e di Ydro Nexus. La mostra, realizzata con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, in collaborazione con Fondazione ARTEA, Fondazione Filatoio Rosso, Comune di Caraglio, sarà visitabile fino al 29 settembre 2019.


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Simon Faithfull, Going Nowhere 1.5, 2016, still da video. Courtesy l'artista


Pensata come un viaggio in bilico tra passato, presente e futuro, la narrazione della mostra evita di soffermarsi unicamente sulle problematiche idriche nell’era dell’Antropocene e su quelli che possono essere gli scenari di un futuro “post-water”. Piuttosto, cerca di compiere una riflessione sul concetto di “under water”, da intendersi come capacità dell’uomo di risintonizzarsi con i ritmi naturali, al fine di agevolare un processo di mitigazione del cambiamento climatico. Rientrano in questo senso le Nature Based Solutions (NBS) che, assieme alle grey solutions fornite dall’ingegneria umana, vanno intese come soluzione di fondamentale importanza per rispondere alla urgenti sfide in materia di acqua del prossimo futuro. Ed è in questo contesto che si inserisce il progetto Acqua Viva, finanziato nell’ambito del bando “Interventi Faro” della Fondazione CRC e di prossima realizzazione nell’area dell’ex Polveriera di Bottonasco a Caraglio. Una realtà che mette in evidenza la riflessione in atto in questo territorio in materia di acqua. Come ogni altro luogo, anche la montagna deve imparare a rispondere alle sfide imposte dal cambiamento climatico, individuando nuovi sistema di raccolta, stoccaggio e gestione delle risorse idriche, che sappiano rispondere il più possibile alle necessità funzionali ed etiche per le generazioni che verranno.

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Julius Von Bismarck, Raumfish, 2017, still da video. Courtesy l'artista e Alexander Levy, Berlino; Mario Fantin, Spedizione Groenlandia sud-orientale: sulle tracce di Erik il Rosso, luglio - agosto 1966. Fondo Mario Fantin, Centro Documentazione Museo Nazionale della Montagna - CAI Torino


MATTEO MESCHIARI
come acqua nella sabbia

L’acqua mancherà. Come leggende portate da viaggiatori stanchi cominciamo a sentire che l’acqua sta mancando, ma sta mancando in posti così lontani che le nostre docce continuano a scorrere come fonatane e i nostri prati in giardino sono lucenti e floridi. Queste leggende tristi e fantasiose raccontano di falde inquinate, di deserti che avanzano, e alcune storie assurde sembrano l’eco di distopie e complotti, in cui i prìncipi del profitto e gli oligarchi della notte si stanno accaparrando tutte le fonti della terra. Alcuni di loro starebbero costruendo delle dighe immense, che asciugano a valle le terre dei popoli poveri. Altri starebbero chiudendo come casseforti l’accesso a immensi laghi sotterranei, in attesa di aridità future, per spillare col contagocce e a caro prezzo l’elemento essenziale della vita. Ma non adesso, vero? Forse domani, o in un remoto dopodomani che non ci tocca. Invece sta accadendo adesso, e non c’è nemmeno bisogno di imbavagliare Cassandra, perché quasi tutto nel nostro presente ci ha educato alla Grande Ucronia. La macroeconomia, che un tempo ragionava in termini di decenni, si accontenta oggi di prevedere un trimestre, il consumismo neoliberista ci racconta che tutto è subito, la negazione e l’oblio della storia stanno educando generazioni intere al qui-adesso della rete, la post-verità allena le menti a non allenarsi più, a rinunciare al pensiero critico, all’analisi, anche solo al buon senso. Jared Diamond ha scritto centinaia di pagine per tentare di capire in che modo molte culture della Terra hanno conosciuto un collasso socio-economico senza riuscire a rendersi conto della catastrofe che stava arrivando. Centinaia di pagine che, dall’isola di Pasqua alla Groenlandia dei coloni islandesi alla Cina attuale, vogliono sondare la miopia storica, l’incapacità di leggere i segni, la tendenza a voltare la testa dall’altro lato perché in un misto di arroganza e di speranza metafisica arriviamo a credere che tutto un giorno si aggiusterà, che tutto si rimetterà a posto. È come se nella genetica della specie ci fosse annidata un’informazione-trappola che ci spinge a pensare per il meglio, che no, non sta veramente capitando a noi. È quello che aveva osservato Bruce Chatwin intervistando Bob Brain, un paleontologo che aveva studiato in Sudafrica i reperti ossei del Dinofelis. Il Dinofelis era una specie di tigre con i denti a sciabola vissuta un milione di anni fa che stava per sterminare l’uomo, gli piacevamo, insomma, ma poi, quasi al limite, abbiamo scoperto il fuoco e siamo scampati per miracolo all’estinzione. Per capire il Dinofelis Bob Brain aveva studiato il comportamento dei grandi felini africani attuali, in particolare quelli che preferiscono mangiare i primati. In questo modo gli capitò di osservare il comportamento di un gruppo di babbuini che viveva sull’orlo di una grotta di origine vulcanica.

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Nuno da Luz, Whenever Eyjafjallajokull, 2013, installazione sonora. Courtesy l'artista e Galleria Vera Cortes, Lisbona



Il fondo della grotta era un reticolo di tunnel dove viveva un leopardo. Il leopardo si muoveva di notte e quando ne aveva voglia faceva self service sull’orlo della grotta: addentava un babbuino e lo trascinava con sé, tenendolo per la testa o una spalla, nel buio della sua tana. I babbuini schiamazzavano impazziti ogni volta che il felino si presentava, ma non abbandonavano la grotta, restavano lì, in uno strano equilibrio instabile tra paura del mostro e paura della notte. Bob Brain fece anche un esperimento. Registrò i versi di un leopardo, si nascose in una grotta che ospitava un’altra comunità di babbuini e a notte fonda accese a tutto volume il magnetofono. I babbuini gridarono impazziti, ma anche questa volta non fuggirono, restarono lì, incatenati alla loro inquietante e inspiegabile comfort zone. Ma che cosa accadeva nella loro testa? Perché accettavano la convivenza con il puro orrore? Che cosa li spingeva all’inazione, al non reagire per sopravvivere? Chatwin non ha saputo rispondere, ma ci ha suggerito l’idea che forse nella loro testa passava un unico, ottuso, irresponsabile pensiero: questa notte non tocca a me. Un pensiero che non è ritagliato nel tessuto ottimista della speranza ma, al contrario, ha origine nella naturalezza biologica con cui sappiamo disinteressarci al destino di chi ci sta di fianco. È come se avessimo nel cervello un gene che ci aiuta a ignorare la fame, la sofferenza, la morte altrui, una specie di blocco dell’empatia che ci impedisce, se non al prezzo di qualche sforzo dell’immaginario, di identificarci ad esempio con un bambino che sta morendo di sete nell’Africa subsahariana, o con un migrante che affoga nel Mediterraneo. Tanto non è nostro figlio, o nostro fratello, vero? Gaston Bachelard ha scritto pagine immense sull’acqua, ma la cosa più importante che ha fatto è stata quella di stringere un doppio legame simbolico tra l’acqua e l’immaginario. Non solo l’acqua porta con sé immagini complesse, ma l’immaginario in sé è portatore di una specie di fenomenologia acquatica, si comporta insomma come l’acqua, scorre, si adatta, inumidisce e irrora il pensiero, e ovviamente può inaridire. Il problema principale nel nostro modo di confrontarci oggi con il Dinofelis ecologico, quello che sta in agguato sul fondo del nostro futuro prossimo, è appunto l’inaridirsi dell’immaginario, la nostra incapacità di irrorare il pensiero di visioni vicarie che siano in grado di anticipare il futuro, di fare previsioni, di immedesimarci in chi verrà. Proviamo invece a immaginare che il Dinofelis, questa notte, verrà a prendere proprio noi, o uno dei nostri figli. Immaginiamo i loro occhi atterriti, la loro schiena che striscia sui ciottoli mentre il mostro li trascina nella sua tana di tenebra, immaginiamo il momento in cui le pupille soffocate si rovesceranno dentro le orbite perché le zanne avranno fermato la loro vita. Lucrezio parlava delle belve e immaginava le carni degli uomini primigeni che finivano seppellite nelle tombe viventi delle fiere, nei loro stomaci furiosi. Immaginiamo. 

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6 Helen Mayer Harrison  Newton Harrison artists manifesto drought trajectory exibition ecology

10 Andreco installation felci nature based solutions water climate change installation filatoio di caraglio

11 Walter Bonatti fiume ocano pacifico patagonia vegetazione fotografia museomontagna under water filatoio caraglio

Carolina Caycedo, Land of Friends, 2014, still da video. Courtesy l'artista; Helen Mayer Harrison & Newton Harrison, veduta dell'opera in mostra al Filatoio di Caraglio; Andreco, veduta dell'opera in mostra al Filatoio di Caraglio; Walter Bonatti, La vegetazione dei fiumi che scendono verso l'Oceano Pacifico (Patagonia), 1999. Archivio Mario Fantin, Centro Documentazione Museo Nazionale della Montagna - CAI Torino 

 
Ma l’immaginazione, come l’acqua, va via, e va curata. Non è illimitata, non è facile raccoglierla e usarla. Quasi tutto oggi, proprio come ci sta abituando a vivere in una specie di irresponsabile, eterno presente, ci sta anche distraendo dall’allenare individualmente l’immaginario. I motori di ricerca hanno sempre una prima risposta pronta da farci bere, il diluvio di informazione copre le lacune e la loro potenzialità creativa, le pratiche di ricerca di idee e immagini in rete sono così automatiche che da un lato non vogliamo più memorizzare nulla dall’altro rimandiamo a domani ogni vera ricerca, tanto è tutto là, per sempre. Sì. Forse. Quello a cui non pensiamo è che i sistemi di accesso a quel tutto, l’ordine nelle risposte, la loro qualità e verità sono stati decisi da altri, perché non solo siamo così pazzi da delegare a terzi la gestione del potere e delle nostre vite, ma deleghiamo anche l’immaginario e, ancor prima dell’acqua, c’è chi lo sta immagazzinando in base alle proprie priorità, c’è chi sta alzando dighe per contenerlo e ridistribuirlo in base alle proprie regole. Ma se i flussi dell’immaginario sono controllati, se perdiamo l’autogestione delle immagini, allora la prima cosa che smetteremo di fare sarà appunto quella di immaginarci, e di immaginare l’altro. E allora ci basteranno le immagini di noi e degli altri che qualcuno avrà deciso al posto nostro, saremo conformisti in tutto e accetteremo di credere ai nemici, senza nemmeno fare uno sforzo personale per capire se sono davvero nemici. Marina Abramovich, ispirandosi ai fatti di cronaca italiani sulla gestione dei migranti in mare, ha usato lo slogan “siamo tutti sulla stessa barca”. Ora, in termini ecologici, questa barca è il pianeta che ci ospita. L’acqua sta cominciando a mancare lontano dal nostro naso, lontano dalle nostre labbra, ma sta già mancando, e l’apocalisse delle distopie e dei complotti è già realtà in un altrove che prima o poi saremo costretti a guardare. Ma quando lo faremo sarà troppo tardi, perché forse questa notte non tocca a noi, ma ci toccherà domani, toccherà ai nostri figli, toccherà a chi avremmo dovuto saper immaginare ma non l’abbiamo fatto. Il mito di Narciso non ha a che fare solo con un ottuso innamoramento di sé. Ha a che fare anche con chi si accorge troppo tardi di scivolare nell’abisso. Immaginate allora un mondo desertico. Fatto di popoli che migrano, senza destino, lungo una salvifica e illusoria via dell’acqua. Ogni tanto, sulla via, ci sono torri che custodiscono piccole sorgenti, e ai piedi di queste torri i popoli si fanno la guerra, con pietre e bastoni, coi denti e le unghie. Poi, una dopo l’altra, anche le torri dell’acqua si seccheranno, le ossa dei popoli si sbiancheranno e tutto quello che abbiamo scritto, detto, amato, immaginato sarà perduto per sempre. Come acqua nella sabbia. 

12ElenaMazzi Self portrait with a whalebone backpack 2018

13Arno Rafael Minkkinen Oulunjrvi Afternoon Paltaniemi Finland 2009

Elena Mazzi, Self-portrait with a whale backpack, 2018. Courtesy l'artista e Galleria Ex Elettrofonica, Roma; Arno Rafael Minkkinen, Oulunjarvi Afternoon, Finland, 2009. Courtesy l'artista e Photo&Contemporary, Torino

 


UNDER WATER 
A cura di Daniela Berta e Andrea Lerda 

Filatoio di Caraglio, Caraglio (Cuneo)
Fino al 29 settembre 2019


Artisti: 
Andreco, Georges-Louis Arlaud, Pablo Balbontin, Olivo Barbieri, Walter Bonatti, Calori&Maillard, Mircea Cantor, Carolina Caycedo, Nuno da Luz, Marjolijn Dijkman & Toril Johannessen, Simon Faithfull, Mario Fantin, Bepi Ghiotti, Cesare Giulio, Jeppe Hein, Frank Hurley, Invernomuto, William Henry Jackson, Adam Jeppesen, Peter Matthews, Elena Mazzi, Arno Rafael Minkkinen, Ryts Monet, Pennacchio Argentato, Laura Pugno, Ernesto Samaritani, Studio Negri, Silvano Tessarollo, Helen Mayer Harrison & Newton Harrison, Gaston Tissandier, Julius von Bismarck, Thomas Wrede. 

138. ECO VISIONARIOS

ECO VISIONARIOS
ARTE PARA UN PLANETA EN EMERGENCIA

 Eva Paparmargariti Eco Visionaries exhibition ecology nature future platform green

Precarious Inhabitants © Eva Paparmargariti


Eco Visionarios
è una mostra-manifesto incentrata sull’impatto delle condizioni ecologiche in rapida evoluzione, per lo più provocate dall’azione umana sulla superficie del pianeta. Riscaldamento globale, eventi meteorologici estremi, innalzamento del livello dei mari, siccità in alcune aree e inondazioni in altre, sono alcuni dei modi in cui questo cambiamento si manifesta e avverte quotidianamente. Questi fenomeni naturali si uniscono alle crisi ambientali prodotte dall'esaurimento delle risorse, dal continuo uso di combustibili fossili, dagli impatti del consumo di massa e dalle varie forme di inquinamento e contaminazione, inclusi gli oceani inquinati dalla plastica, le specie in via di estinzione e molte altre situazioni ampiamente riportate dai media.

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© Andrés Jaque


Insieme, questi fenomeni sono sempre più riconosciuti come l'espressione di una nuova era geologica contrassegnata dall'azione umana, che da tempo è riconosciuta e definita come Antropocene. Quali sistemi di pensiero potrebbero ispirare la consapevolezza ecologica del XXI secolo? Ora, dopo l'Antropocene, siamo di fronte a un paradosso: se gli ideali della ragione e della scienza che stimolano il progresso tecnologico possono essere direttamente collegati alla distruzione ambientale, in che direzione stiamo andando? Quali sono i principi orientativi alternativi alla ragione, all'obiettività e alla razionalità? 

Eco Visionarios si interroga sulla modalità in cui artisti, architetti, designer e altri professionisti della cultura stiano indagando su tali trasformazioni ecologiche, producendo una critica delle loro cause, aumentando la consapevolezza sui loro aspetti meno visibili e anticipando le alternative su come rispondere e adattarsi alle le loro conseguenze. Con oltre 40 partecipanti in quattro sezioni: disastro, estinzione, coesistenza e adattamento, opere e progetti in mostra si alternano tra indagine critica e ottimismo visionario. Nelle immagini soggettive e instabili dell’ecologia, catturate dalle opere d'arte e dall'architettura selezionate per Eco Visionarios, si cerca di recuperare un senso di speranza nel futuro. Un tempo salvato dai mostri della ragione emersi dai sogni del progresso umano dell'Illuminismo.

 Pedro Neves Marques Eco Visionaries exhibition ecology nature future platform green

Mara Castellanos y Alberto Valverde Eco Visionaries exhibition ecology nature plants future platform green

Sopra: The pudic relation between machine and plant, 2016 © Pedro Neves Marques
Sotto: @María Castellanos y Alberto Valverde

 

ECO VISIONARIOS. ARTE PARA UN PLANETA EN EMERGENCIA 
A cura di Pedro Gadanho, Mariana Pestana e il team di Matadero Madrid 

Matadero Madrid 

Fino al 6 ottobre 2019


Artisti in mostra: 
Allora & Calzadilla, Nelly Ben Hayoun, Ursula Biemann and Paulo Tavares, Zheng Bo, C+/In the Air, Carolina Caycedo, Emma Charles, Fernando Cremades, Alexandra Daisy Ginsberg, Darlene Farris-Labar, Paula Gaetano Adi, Tue Greenfort, Terike Haapoja, HeHe, Husos, Andrés Jaque, Kiluanji Kia Henda, Jakob Kudsk Steensen, Gabriel Ruiz Larrea, Pedro Neves Marques, Next Nature Network, Eva Papamargariti, SKREI, Superflex, Jenna Sutela, Unknown Fields Division, Ana Vaz and Tristan Bera and Pinar Yoldas. 

137. PARADISE (TO BE) REGAINED

LA MOSTRA AL FORUM STADTPARK DI GRAZ

Il paradiso può davvero essere salvato? Una domanda ambivalente posta da Henry David Thoreau introduce questo modo di intendere la crisi globale dello sfruttamento sempre più sconsiderato del nostro ambiente. Gli artisti in mostra sono tutti a loro modo attivisti che condividono un nuovo concetto di natura. Si occupano di fenomeni inconsistenti o dinamiche quotidiane assurde che caratterizzano il nostro trattamento spesso contraddittorio della natura e delle sue risorse.

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La mostra include le meravigliose raffigurazioni naturali sulle superfici plastiche che provengono dal progetto "Kolectio" di Karmen Jancar. Fin dalla sua infanzia, l'artista sloveno ha raccolto sacchetti di plastica e, insieme a questi, una sottile impressione della cultura del consumatore occidentale che ha trattenuto e riportato con lei dall'altra parte del confine. Robert Voit tenta invece di esporre scenari fasulli attraverso le sue fotografie: si tratta di torri di telefonia mobile, che appaiono piuttosto impotenti contro il paesaggio circostante. Gli storni selvaggi di Wolfgang Müller, che ancora oggi fischiettano l’Ursonate di Kurt Schwitters sull'isola di Hjertøya, dimostrano che l'imitazione può verificarsi a vicenda. Sono gli stessi uccelli che hanno probabilmente eseguito la canzone in maniera più estesa durante i loro soggiorni estivi negli anni '20. Il fatto che le registrazioni di questi canti d'uccelli attraggano le leggi sul copyright offusca i confini tra natura e cultura. Il lavoro di Richard Kriesche e Peter Gerwin Hoffmann ha invece aspetti tradizionali e ovvi che sono lontani da un cosiddetto concetto di arte: sculture nel paesaggio, ispirate al lavoro quotidiano degli agricoltori e all'esperienza del lavoro, alla vita e alla natura.

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Le sculture organiche di Celine Struger si dissolvono in una sorta di zuppa primordiale dal colore inebriante. Come stagni magici, simili a specchi, riflettono l'ambiente circostante di un possibile punto zero. Linee e colori sembrano essere anche ciò che caratterizza il lavoro del fotografo brasiliano Bruno Veiga. Ma non si tratta di land art, piuttosto della devastazione causata da un grave incidente minerario che l’artista documenta - l'estetica opprimente della vegetazione contaminata da fango rosso tossico come una sorta di caratteristica dell’era dell’Antropozoica. Al massimo, la speranza germina in spazi residui della natura inquinata e oscurata: RESANITA analizza un habitat biologico piuttosto insolito: la Kunsthaus Wien di Friedenreich Hundertwasser. Nel frattempo, l'edificio è stato ricoperto da circa 260 specie di piante, fornendo materiale per un impressionante clima-bouquet. Nelle case private, d’altro canto, gli ambienti domestici pieni di piante in vaso stanno diventando un trend di design. Attraverso Instagram e Tumblr, il desiderio di naturalezza e armonia viene coltivato in ambienti impeccabili: Laura Pugno è interessata alle forme eccessive di un tale amore per le piante esotiche, a cui in definitiva fornisce un drastico tipo di cura.

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Breathe Earth Collective ci consentono invece di partecipare al loro design sperimentale, che pone l'accento sugli effetti fisici e psicologici dell'aria e del clima. Condizioni che il nostro paradiso attuale, con la sua aria inquinata, non è più in grado di fornire e che vengono per questo creati artificialmente attraverso esperimenti. Le categorie di verde e grigio, buono e cattivo, naturale e artificiale stanno diventando sempre più obsolete. In definitiva, sulla base delle considerazioni fatte da Next Nature Network, non dobbiamo più considerare la natura come un processo statico, piuttosto, come un qualcosa di dinamico che cambia insieme a noi.

E non possiamo fare semplicemente affidamento sulle nostre azioni individuali e ritualizzate, come separare efficacemente i rifiuti o l'acquisto di alimenti biologici sostenibili, per continuare a esistere come membri dell'umanità. Tutto questo non è altro che un incantesimo abbagliante e difensivo, come lo descrive il filosofo Peter Strasser. Una serie di azioni che alla fine non potranno salvarci, che ci distraggono da ciò che è effettivamente urgente: la riflessione collettiva e la comprensione oltre all’azione collettiva globale.

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Paradise (to be) Regained
A cura di Zweintopf
Forum Stadtpark, Graz
Artisti in mostra: Breathe Earth Collective, Karmen Jancar + ZOLLAMT, Richard Kriesche + Peter Gerwin Hoffmann, Wolfgang Müller, Next Nature Network, Laura Pugno, RESANITA, Céline Struger, Bruno Veiga, Robert Voit

136. POST-WATER

NARCISO 4.0 E L'UTOPIA DEL MONDO MODERNO

testo di Andrea Lerda, pubblicato nel catalogo della mostra Post-Water, Museo Nazionale della Montagna di Torino, 2018.

0 Post Water Museo Nazionale Montagna Torino a cura di Andrea Lerda acqua narcisismo ecologia antropocene WILLIAM HENRY JACKSON

William Henry Jackson, Photochrom Co., Castle Geyser, Yellowstone National Park, 1898. Stampa in fotocopia (Photocrhrom Co.) da negativo originale di William Henry Jackson,17x22,7 cm. Centro Documentazione Museo Nazionale della Montagna – CAI Torino. Fondo Fotocromie


Quando nel 1979 Christopher Lasch parlava di “fallimento del liberalismo”(1), stava già delineando i tratti salienti della società iperglobalizzata del ventunesimo secolo.
Lo storico e sociologo statunitense ha descritto l’uomo contemporaneo come preda della cultura dell’individualismo, costantemente alla ricerca della felicità e vittima di una crescente preoccupazione narcisistica del sé.
Lontano dalle dinamiche acquisitive della cultura ottocentesca, l’individuo moderno risponde a un bisogno di “gratificazione immediata”(2) e di “insoddisfazione perenne”(3).
A cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta del Novecento, Lasch ci parla dunque di un narcisismo moderno che impedisce di guardare al passato, ormai identificato con modelli di consumo superati, e tantomeno capace di pensare e di affrontare il futuro.
Oggi, quasi quarant’anni dopo, ci troviamo di fronte al mito irreale della crescita economica illimitata. L’ideologia di benessere, alimentata dalla macchina del progresso a ogni costo, ci sta conducendo verso un chiaro e inevitabile fallimento collettivo di proporzioni globali.
La logica sociale del consumo, quella della “sovracrescita”(4), dimentica di confrontarsi con la finitezza della biosfera. Come ha recentemente scritto Wendel Berry, “la pretesa di produttività, di redditività ed efficienza [...], potere, meccanizzazione e automazione senza limiti, per un certo tempo possono arricchire e conferire autorità ai pochi, ma prima o poi ci distruggeranno tutti”(5).

SEBASTIAN DIAZ MORALES 1

2Post Water Museo Nazionale Montagna Torino a cura di Andrea Lerda acqua narcisismo ecologia antropocene JEPPE HEIN 

In ordine: Sebastián Díaz Morales, Oracle, 2007, installazione video, 11’. Courtesy l’artista e carlier ⎥ gebauer, Berlino; Jeppe Hein, Who Am I Why Am I Where Am I Going, 2017, alluminio verniciato a polvere, tubi al neon, specchio a due vie, acciaio verniciato a polvere, trasformatori, 100x100x10 cm. Courtesy König Galerie, Berlino, 303 Gallery, New York e Galleria Nicolai Wallner, Copenhagen. Crediti fotografici Studio Jeppe Hein / Florian Neufeldt

 

Oggi abbiamo a portata di mano qualsiasi oggetto ed esperienza. Per contro manchiamo di consapevolezza, in quanto partecipi di un atteggiamento narcisistico che coinvolge l’intera comunità globale. Rassicurati dai progressi della scienza, crediamo infatti che le nuove tecnologie siano in grado di fornire soluzioni a tutti i problemi che l’azione antropica smisurata produce.
Ma siamo sicuri che benessere, felicità e progresso possano essere raggiunti esclusivamente attraverso un costante aumento dei consumi, del potere d’acquisto e di una crescita economica smisurata? 


3Post-Water. Exhibition view at Museo Nazionale della Montagna 2018 Museo Nazionale della Montagna CAI Torino 1 4Post-Water. Exhibition view at Museo Nazionale della Montagna 2018 Museo Nazionale della Montagna CAI Torino 2 5Post-Water. Exhibition view at Museo Nazionale della Montagna 2018 Museo Nazionale della Montagna CAI Torino

Vedute della mostra Post-Water al Museo Nazionale della Montagna, Torino 2018. Courtesy Museo Nazionale della Montagna CAI Torino.


Sembra piuttosto corretta la tesi secondo cui la sopravvalutazione della posizione umana, la credenza nello “statuto miracoloso del consumo”(6), assieme al “delirio tecnico-scientifico”(7) abbiano definitivamente eliminato il “paradigma Gaia”(8).
Mai come oggi il mito di Narciso è un riferimento adeguato per descrivere l’atteggiamento patologicamente autolusinghiero dell’uomo. Immerso nell’universo effimero dell’era digitale, sembra essere incapace di vedere la realtà in maniera obiettiva. Siamo intrappolati dal nostro riflesso, come Narciso lo era del suo. L’acqua limpida in cui il figlio della ninfa Lirìope si specchia, moltiplica all’infinito le immagini del suo volto e così facendo lo priva di se stesso. Ignaro e attratto da una fonte ingannatrice, si perde nel contemplare la propria “ingannevole bellezza”(9) senza riuscire a vedere.
La tendenza della società contemporanea di specchiarsi e di riflettersi nella propria immagine di potenza, e la fiducia nell’equazione consumo=crescita=felicità, rischia di portarci a morire dello stesso veleno di cui fu vittima il giovane Narciso. Non cogliere l’atteggiamento distruttivo che il genere umano impone alle risorse naturali del pianeta Terra, significa perdere il senso di “appartenenza a una successione di generazioni”(10).

L’acqua, il più essenziale elemento naturale che genera e garantisce il mantenimento della vita, è solamente uno dei beni che soffrono la crisi acuta del senso di responsabilità del nostro tempo.
Fusione dei ghiacciai, inquinamento dei mari e degli oceani, desertificazione dei laghi e dei fiumi. Sono le immagini più inquietanti che l’era dell’Antropocene è stata in grado di produrre, alterando gli equilibri naturali a ogni livello.
La diminuzione delle risorse idriche e il loro crescente stato di inquinamento sono la conseguenza dell’affermarsi di modelli di sviluppo che violano i cicli vitali. Vandana Shiva, parlando della scarsità dell’acqua come un fenomeno che il genere umano ha creato, afferma che “a ognuno di questi livelli l’uomo contemporaneo ha abusato della Terra, distruggendone la facoltà di ricevere, assorbire e immagazzinare acqua”(11).
Tuttavia, la macchina dell’economia globale, alimentata dalla nostra “mentalità consumatrice”(12), non conosce sosta. Tutte queste scene sono ormai note ma per lo più accettate e considerate come conseguenza necessaria al mantenimento di uno status quo irrinunciabile. 


6 Post Water Museo Nazionale Montagna Torino a cura di Andrea Lerda acqua narcisismo ecologia antropocene MARIO FANTIN3

8 Post Water Museo Nazionale Montagna Torino a cura di Andrea Lerda acqua narcisismo ecologia antropocene Laura Pugno FM 02

8bisPost Water Museo Nazionale Montagna Torino a cura di Andrea Lerda acqua narcisismo ecologia antropocene Olivo Barbieri

In ordine: Mario Fantin, Spedizione Groenlandia sud-orientale: missione etnografica e archeologica, luglio-agosto 1966, stampe alla gelatina bromuro d’argento 23,6x18 cm. Centro Documentazione Museo Nazionale della Montagna – CAI Torino. Fondo Mario Fantin; Laura Pugno, A futura memoria, 2018, calchi in jesmonite, dimensioni varie. Courtesy l’artista e Galleria Alberto Peola, Torino; Olivo Barbieri, Ivanpah Solar Electric Generating System CA, 2017, stampa a getto d’inchiostro su carta cotone, 11x146 cm. Courtesy l’artista e Galleria Mazzoli, Modena-Berlino


Se fino a qualche anno fa la priorità era di salvaguardare i ghiacci polari, oggi la necessità è quella di regolamentarne il traffico marittimo. Nel 2017 l’International Maritime Organization (IMO) ha infatti varato il Polar Code che, assieme alla Convenzione SOLAS, introduce una serie di normative per il controllo della cosiddetta “rotta marittima del Nord” e per la tutela delle condizioni di sicurezza dei passeggeri che vi transitano (13).
Un anno prima, oltre mille turisti hanno preso parte alla prima crociera di grandi dimensioni lungo il Passaggio a Nord Ovest a bordo della Crystal Serenity. “Un’esperienza da sogno” e “un traguardo memorabile” hanno commentato Edie Rodriguez, CEO dell’omonima compagnia e Birger J. Vorland, capitano della nave. Dalle immagini di orsi polari, diventati testimonial per le campagne di sensibilizzazione, a quelle di giovani innamorati in viaggio di nozze attraverso i nuovi paradisi marini del Nord, il passo è veramente breve.
Una delle più grandi riserve d’acqua dolce del nostro pianeta sta rapidamente spalancando le proprie porte al futuro che, ancora una volta, chiede ad alta voce di poter marciare. In un domani molto vicino potremo così godere di una nuova via commerciale, più veloce ed economica, su cui nazioni come la Cina e la Russia hanno da tempo rivolto le proprie strategie politiche e i propri interessi economici. D’altronde, secondo il World Water Development Report 2018 dell’Unesco (14) entro il 2050 la popolazione mondiale raggiungerà i dieci miliardi di individui. 

10 Post Water Museo Nazionale Montagna Torino a cura di Andrea Lerda acqua narcisismo ecologia antropocene Federica Di Carlo

10 Post Water Museo Nazionale Montagna Torino a cura di Andrea Lerda acqua narcisismo ecologia antropoceneGAYLE CHONG KWAN   DETAIL1

Federica Di Carlo, Cassandra’s eye, 2018, fotografie digitali su pellicole plastiche, dimensioni ambientali. Courtesy l'artista. Foto Jacopo Nocentini; Gayle Chong Kwan, Coralities, 2018, stampa fotografica vinilica, dimensioni ambientali. Courtesy l’artista e Galleria Alberta Pane, Venezia. Le opere sono state prodotte dal Museo Nazionale della Montagna di Torino.


Soddisfare le esigenze di un numero così alto di persone sarà inevitabile. Assisteremo a un ulteriore incremento delle rotte commerciali, della produzione industriale e di quella agricola, con le conseguenze immaginabili che tutto ciò comporterà. La domanda globale di acqua, che è già aumentata a un tasso dell’1% ogni anno in funzione della crescita demografica, dello sviluppo economico e dei cambiamenti nei modelli di consumo, incrementerà ulteriormente.
All’interno di questo paesaggio, in cui prevale l’indifferenza da parte dei poteri politici ed economici nei confronti della crisi idrica e delle conseguenze che le dinamiche di sviluppo hanno sullo stato dell’acqua, gli scenari di un futuro post-water sembrano facilmente prevedibili. Analizzando i fatti alla luce del presente, possiamo comprendere come le ripercussioni future sulle risorse naturali, sulle condizioni della biosfera e sulla vita dell’uomo in primis, non si preannunciano positive.
Secondo Jeff Peakall, professore di Process Sedimentology presso l’Università di Leeds, non è tanto la Terra a essere in pericolo quanto l’uomo. Mentre noi siamo probabilmente destinati a estinguerci, il nostro pianeta procederà nel suo percorso naturale di vita. Il punto allora potrebbe non essere legato a quanto l’impatto antropico sia devastante sul lungo periodo. Piuttosto, quanto la gestione del nostro pianeta e di una risorsa fondamentale come l’acqua avvenga secondo modalità non sostenibili, e dunque dannose, nel breve periodo. La conclusione, come ha scritto Serenella Iovino, “è che questa modernizzazione ha progressivamente allontanato l’umano da se stesso”(15).

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Vedute della mostra Post-Water al Museo Nazionale della Montagna, Torino 2018. Courtesy Museo Nazionale della Montagna CAI Torino.


Il “carattere utopico”(16) del cammino intrapreso rende allora indispensabile la riscoperta della nostra capacità di “saper vedere”. Evitare la fine di Narciso implica un cambio di posizione. Significa rompere l’incantesimo di uno sguardo estatico, in favore di un’analisi più obiettiva e consapevole della realtà. Qualcuno potrebbe sostenere che, affidandoci alle potenzialità sempre più sofisticate della tecnica e della scienza, saremo in grado di superare ogni crisi. Ma le risorse idriche sono limitate. L’acqua è un bene rinnovabile ma non incrementabile e la sola scienza non basta. Sempre secondo il WWDR 2018, la soluzione da adottare per rispondere alle più urgenti sfide idriche del ventunesimo secolo è quella delle Nature Based Solutions (NBS). Impiegando soluzioni offerte dalla natura e imitando processi naturali che sono da sempre di fronte ai nostri occhi, potremo riequilibrare il ciclo idrico e mitigare gli effetti del cambiamento climatico, garantendo al contempo un incremento delle quantità di acqua e una crescita sostenibile che garantisca la sopravvivenza dell’uomo.

17Post Water Museo Nazionale Montagna Torino a cura di Andrea Lerda acqua narcisismo ecologia antropocene Mario Fantin

18Post Water Museo Nazionale Montagna Torino a cura di Andrea Lerda acqua narcisismo ecologia antropocene Bepi Ghiotti

In ordine: Sergio Viotto, Spedizione italiana al Karakorum. K2 sorgente di acque termali sulfuree nei pressi di Chogo. Da sinistra Lino Lacedelli, Cirillo Floreanini, Carlo Mauri, 1954, stampa alla gelatina bromuro d’argento, 29,7x39,7 cm. Fondo Mario Fantin, Centro Documentazione Museo Nazionale della Montagna – CAI Torino. Fondo Mario Fantin; Bepi Ghiotti, Unknown source, Bali, 2015, stampa Giclée montata su lastra Dibond, 124x158 cm. Courtesy l’artista. L'opera è stata prodotta dal Museo Nazionale della Montagna di Torino.


Per risintonizzarci con questi processi è dunque necessario un cambio di rotta. Occorre portare a compimento un processo di “redenzione spirituale” e “mandare a spasso il nostro caro Ego”(17). Dobbiamo liberare lo sguardo, rompere l’incantesimo che ci rende ciechi e abbandonare la posizione “esterna” tanto cara a Narciso. Immersi in questo spazio nuovo, il riflesso ci è precluso, la superficie incantatrice si frantuma e il corpo si smaterializza. Come scrive Cécile Guérard, l’“Io diventa solubile”(18).
“L’epoca della Grande Cecità”(19) ci fa vivere questa esperienza in maniera ogni giorno più brutale. Inondazioni e alluvioni sempre più disastrose ci portano a compiere questa immersione in maniera dolorosa e mortale. Ma l’acqua è per sua natura un elemento vitale. Pur confidando nelle grandi capacità della ricerca scientifica, serve dunque ristabilire un contatto autentico e primordiale con tutti i cicli naturali, per riprendere il controllo della nostra andatura, mettendo da parte il mito della velocità dal quale siamo posseduti. Questo “essere nell’acqua” cancella la nostra immagine e grazie a questo bagno, che diventa una sorta di “meditazione orizzontale”(20), possiamo uscirne rigenerati. Perdiamo il nostro riflesso e ci trasformiamo in qualcosa di nuovo.

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20Post Water Museo Nazionale Montagna Torino a cura di Andrea Lerda acqua narcisismo ecologia antropocene ANA MENDIETA

In ordine: Vedute della mostra Post-Water al Museo Nazionale della Montagna di Torino, 2018. Courtesy Museo Nazionale della Montagna CAI Torino; Ana Mendieta, Ocean Bird (Washup), 1974 Super-8 colore, film muto trasferito su DVD. 4’09’’. Courtesy Collezione La Gaia; The Estate of Ana Mendieta Collection, LLC. Copyright The Estate of Ana Mendieta Collection, LLC.


Perché “la felicità si trova nell’acqua [...] e un bagno di mare è molto più che un bagno di mare: schiavi del nulla, liberati del nostro Io a tendenza narcisistica, facciamo un bagno di assoluto. Ne usciamo con un’idea migliore della vita e di noi stessi, come se il mare, prodigio di cure, ci avesse dato la sua assoluzione...”(21).

 

POST-WATER
A cura di Andrea Lerda
Museo Nazionale della Montagna, Torino
26.10.18 - 17.03.19
In mostra opere di: Andreco, Georges-Louis Arlaud, Marcos Avila Forero, Olivo Barbieri, Gayle Chong Kwan, Caretto/Spagna, Jota Castro, Sebastián Díaz Morales, Federica Di Carlo, Mario Fantin, Bepi Ghiotti, William Henry Jackson, Adam Jeppesen, Francesco Jodice, Jeppe Hein, Frank Hurley, Peter Matthews, Ana Mendieta, Studio Negri, Giuseppe Penone, Pennacchio Argentato, Paola Pivi, Laura Pugno, Gaston Tissandier.

 

1) Christopher Lasch, Introduzione a La cultura del narcisismo. L’individuo in fuga dal sociale in un’età di disillusioni collettive (titolo originale The culture of narcissism, 1979), Gruppo Editoriale Fabbri-Bompiani, Milano 1981, p. 8.
2) Ivi, p. 11.
3) Ibid.
4) Serge Latouche, La scommessa della decrescita (titolo originale Le pari de la décroissance, 2006), Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2009, p. 28.
5) Wendell Berry, La strada dell’ignoranza, Edizioni Lindau, Torino 2015, p. 17.
6) Jean Baudrillard, La società dei consumi. I suoi miti e le sue strutture (titolo originale La societé de consommation. Ses mytes ses structures, 1974), Il Mulino, Bologna 1976, p. 25.
7) Serge Latouche, Op. Cit., p. 35.
8) A tal proposito Serge Latouche scrive: “Eliminando la capacità di rigenerazione della natura, riducendo le risorse naturali a una materia prima da sfruttare invece di ‘attingerne’, la modernità ha eliminato [il] rapporto di reciprocità”, Op. Cit. p. 13.
9) Ovidio, Le Metamorfosi, Vol. I, Gruppo Editoriale Fabbri-Bompiani, Milano 1988, p. 173.
10) Christopher Lasch, Op. Cit., p. 17.
11) Vandana Shiva, Le guerre dell’acqua (titolo originale Water Wars: Privatisation, Pollution and Profit, 2002), Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2003, p. 18.
12) Jean Baudrillard, Op. Cit., p. 25.
13) “The International Maritime Organization (IMO) has adopted the International Code for Ships Operating in Polar Waters (Polar Code), and related amendments the International Convention for Safety of Life at Sea (SOLAS) to make it mandatory, marking an historic milestone in the Organization’s work to protect ships and people aboard them, both seafarers and passengers, in the harsh environment of the waters surrounding the two poles”. http://www.imo.org/en, pagina consultata il 4 luglio 2018.
14) Da http://unesdoc.unesco.org/ images/0026/002614/ 261424e.pdf, pagina consultata il 4 luglio 2018.
15) Serenella Iovino, Ecologia Letteraria. Una strategia di sopravvivenza, Edizioni Ambiente, Milano 2006, p. 36.
16) Hans Jonas, Il principio di responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica (titolo originale Das Prinzip Verantwortung, 1979), a cura di Pier Paolo Portinaro, Giulio Einaudi Editore, Torino 1990, p. 29.
17) Cécile Guérard, Piccola filosofia del mare. Da Talete a Nietzsche (titolo originale Philosophie légère de la mer, 2006), Ugo Guanda Editore, Parma 2010, p. 29.
18) Ivi, pp. 52-54.
19) Amitav Ghosh, La Grande Cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile, Neri Pozza Editore, Vicenza 2017, p. 18.
20) Cécile Guérard, Op. Cit., p. 41.
21) Ivi, pp. 55-56. 

135. ECO-VISIONARIES

Art and Architecture after the Anthropocene al nuovo MAAT di Lisbona

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Eco Visionaries. Art and Architecture After The Antropocene. Courtesy of EDP Foundation ©Paulo Alexandre Coelho


Nella prima collaborazione di MAAT con diversi musei europei, il progetto Eco-Visionaries: Art and Architecture after the Anthropocene è incentrato sulle pratiche correnti che propongono visioni critiche e creative nei confronti delle trasformazioni ambientali che stanno danneggiando il nostro pianeta. In un momento in cui i cambiamenti climatici sono ancora più evidenti, Eco-Visionaries apre il dibattito su una vasta gamma di domande associate all’Antropocene, termine coniato negli anni Ottanta dal biologo Eugene Stoermer e adottato nel 2000 dal chimico olandese Paul Crutzen nel libro Benvenuti nell’Antropocene. Con esso si intende definire l’attuale epoca storico-geologica nella quale le cause principali delle modifiche strutturali, climatiche e ambientali del pianeta Terra sono da attribuire alla presenza dell’uomo e delle sue attività.

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Eco Visionaries. Art and Architecture After The Antropocene. Courtesy of EDP Foundation ©Paulo Alexandre Coelho


La mostra affronta il concetto di "ecologico" e "verde" in un momento in cui tutto - in particolare le scienze naturali e l'arte - parlano dell’Antropocene come di una nuova epoca geocronologica in cui l'essere umano è diventato uno dei più importanti influenze sui processi biologici, geologici e atmosferici del nostro pianeta. Nel fare ciò, i lavori affrontano e valutano la materialità della terra, in particolare attraverso l'uso di dati misurabili. La mostra esamina i metodi, i mezzi e le possibilità di creare un rapporto tecnico-estetico con il nostro ambiente.
Con il contributo di oltre trentacinque artisti e architetti, la mostra presentata al MAAT di Lisbona è la prima e più ampia delle quattro mostre che appariranno simultaneamente in Portogallo, Spagna, Svizzera e Svezia.
La mostra è prodotta in collaborazione con diversi partner europei (MAAT, Lisbona / Portogallo, MAXXI, Roma / Italia, Bildmuseet, Umeå / Svezia, Laboral, Gijón / Spagna) e sarà presentata in tutti quei luoghi con diverse aree tematiche.


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Eco Visionaries. Art and Architecture After The Antropocene. Courtesy of EDP Foundation ©Paulo Alexandre Coelho


ECO-VISIONARIES. ART AND ARCHITECTURE AFTER THE ANTHROPOCENE
A cura di Pedro Gadanho e Mariana Pestana
Maat Museum, Lisbona
Fino al 8 ottobre 2018

Artisti: Territorial Agency, Design Crew for Architecture, Malka Architecture, Daniel Arsham, Ana Vaz & Tristan Bera, BIG, Carolina Cayedo, Parsons & Charlesworth, Ant Farm, Regina Frank, Unknown Fields Division, Buckminster Fuller, Design Earth (Rania Ghosn & El Hadi Jazairy), Genomic Gastronomy, John Gerrard, Alexandra Daisy Ginsberg, Tue Greenfort, The Center for Genomic Gastronomy, Nelly Ben Hayoun, HeHe, Femke Herregraven, Kiluanji Kia Henda, Andrés Jaque, Wanuri Kahiu, Kristof Kintera, The Living, Basim Magdy, Pedro Neves Marques, MVRDV, Eva Papamargariti, Ornaghi & Prestinari, Rimini Protokoll, Dunne & Raby, Diller Scofidio + Renfro, Wasted Rita, Jeremy Shaw, Miguel Soares, Superuse , SKREI, Superflex, The Harrison Studio, Philippe Rahm Superuse, Ursula Biemann + Paulo Tavares, Pinar Yoldas, Zak Ové.

134. PETER MATTHEWS

CON LA FORZA DEL MARE

E’ dunque possibile che perdendo il nostro riflesso e la nostra ombra nell’acqua, ci trasformiamo in creature migliori?

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“Chi si bagna non si riflette” così scriveva Gaston Bachelard. Il nuotatore che agita la superficie del mare, che si immerge nelle acque di un fiume o di un lago allontana il suo corpo da un luogo conosciuto, per farlo entrare in uno spazio informe, spesso infinito e oscuro. 
Il suo corpo proietta schizzi. Lo spazio dell’acqua va in frantumi. La forma del corpo, la nitidezza dei pensieri e i limiti del mondo così come lo conosciamo si fanno vulnerabili. Tutto quel che possiamo fare è riconfigurare le nostre certezze, sentendo lo spazio che ci circonda come un universo altro, come un liquido primordiale dal quale proveniamo e al quale apparteniamo.
E’ dunque possibile che perdendo il nostro riflesso e la nostra ombra nell’acqua, ci trasformiamo in creature migliori?


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Peter Matthews, A Journey In, On and With the Pacific Ocean, 2015, courtesy l'artista e BEERS London


Luogo della vita ma anche della morte, il mare è sede di un numero inimmaginabile di storie e di racconti. Spazio da attraversare in cerca della terra promessa, frequentemente protagonista di disastri ecologici, il mare è uno dei campi di battaglia più noti per la sensibilizzazione sulle problematiche ambientali.
Soggetto tra i più suggestivi della poetica romantica, in modo particolare della pittura di Caspar David Friedrich, il mare è uno dei luoghi all’interno dei quali prende forma il sentimento del sublime. Che sia quieto oppure tempestoso, l’enorme distesa di acqua è in grado di ridimensionare la tendenza “egocentrica” dell’uomo contemporaneo.
“L’individuo, punto minuscolo nell’immensità, nullità tra il niente e il tutto, [nel mare] non vi si riflette, ma vi si perde. Cancellato dalla scena come un insetto.” (cit. Cécile Guérard, Piccola filosofia del mare, Ugo Guanda Editore, 2006, p. 52).

Il mare è anche il luogo della scoperta, del contatto autentico con un elemento naturale tanto legato alla vita, fonte di ispirazione per animi poetici e solitari.
Da qui parte la ricerca artistica di Peter Matthews, artista londinese che ha fatto del mare il suo interlocutore privilegiato. Come un moderno pittore neo-romantico, Peter Matthews veste i panni di un esploratore alla ricerca del sublime. Da diversi anni l’artista ha deciso che per poter dare forma alla sua pittura è necessario il contatto diretto e incondizionato con il mare.
Da questa consapevolezza scaturisce l’esigenza di dirigersi fisicamente verso l’oceano, sia esso Pacifico o Atlantico. Il passaggio successivo, che prevede l’immersione nelle acque spesso mosse e pericolose implica tempi di permanenza nelle acque salate che risultamo molto spesso fisicamente impegnative e pericolose.

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In ordine: A Journey In, On and With the Pacific Ocean, 2015; veduta dell'istallazione nell'ambito della mostra No Man Is an Island presso il Künstlerforum Bonn, Germania, aprile, 2018. Fotografia di Álvaro Valdecantos e Cynthia Rüehmekorf. Courtesy l'artista e BEERS London


E’ in questo momento che Peter Matthews trova quella sintonia necessaria per dare libero sfogo alla propria creatività. Al limite con una pratica che potrebbe essere letta come performativa l’artista immerge le tele nell’acqua e dà inizio alla fase di produzione. Un lavoro che avviene a “quattro mani”, che è tanto produzione di un opera quanto esplorazione delle potenzialità espressive della natura. Riportate poi sulla terra ferma, le tele accolgono gli ulteriori segni che l’artista decide di lasciare; si tratta di suggestioni che emergono dal profondo, che danno vita a un’iconografia e una cromia i cui riferimenti sono celati nelle profondità marine.
Per Matthews, il mare si presenta come manifestazione di una sfida: una ricerca da cui imparare e adattarsi; forse un'ossessione esasperante e pericolosa per la vita che, al suo massimo trascendente, offre all'artista un assaggio di una bellezza che si estende oltre l’orizzonte..

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Peter Matthews, In and With the Pacific Ocean (Chile), 2018, Courtesy l'artista e BEERS London


“È una cruda realtà che molte opere di Matthews siano perse negli oceani che producono queste opere monumentali. E sono monumentali, sia nella dimensione che nella portata. Ma fanno riferimento al sublime nella loro presenza e anche alla loro assenza: suggerendo un viaggio che l'artista ha intrapreso, andando alla deriva, sollevando, gonfiando e respirando da qualche parte là fuori negli splendidi spazi liminari fluidi tra oceano e terra. Per Matthews, ogni giorno è un'avventura, "trovato e rivelato all'interno dell'esperienza dinamica del vagabondaggio con il sublime, il misterioso, l'ignoto", dove Matthews dipinge dentro, sopra e sotto la superficie dell'Oceano Pacifico. Ma per Matthew's il vero oggetto dell'arte esiste dove l'oggetto si perde nel soggetto, dove l'oceano e il dipinto sono indivisibili l'uno con l'altro e dove l'oceano e l'universo scrivono la propria immagine.”

 
  

133. METAMORFOSI

LA MOSTRA AL CASTELLO DI RIVOLI

Allestita nella Manica Lunga del Castello di Rivoli, la mostra Metamorfosi – Lasciate che tutto vi accada, a cura di Chus Martínez, esplora l’esperienza della metamorfosi nell’arte attraverso le opere di alcuni fra i più promettenti artisti internazionali.

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Lin May Saeed, St. Jerome and the Lion (San Girolamo e il leone), 2016, acciaio, lacca, 150 x 186 x 10 cm. Courtesy Nicolas Krupp, Basel. Foto  Sergej Hasenböhler


Pensate espressamente per il Museo, le opere di Nicanor Aráoz (Buenos Aires, 1980), Ingela Ihrman (Strängnäs, 1985), Eduardo Navarro (Buenos Aires, 1979), Reto Pulfer (Berna, 1981), Mathilde Rosier (Parigi, 1973), Lin May Saaed (Würzburg, 1973) e Ania Soliman (Varsavia, 1970) ricercano nell’esperienza metamorfica l’intero ventaglio del sentire, quella sottile percezione dell’indeterminato cha ha come sfondo l’enigma.
Ai sette progetti inediti si affiancano le opere I Have Left You The Mountain – a cura di Simon Battisti, Leah Whitman-Salkin e Åbäke, già esposto nel Padiglione Albania della Biennale di Architettura di Venezia del 2016 – e il video Army of Love di Alexa Karolinski e Ingo Niermann commissionato dalla IX Biennale di Berlino nel 2016.
Le opere degli artisti fatte di installazioni, sculture, azioni performative, dipinti e video invitano l’osservatore alla percezione di ciò che va al di là della parola umana e può esprimersi solo nella natura, nella sua tensione metamorfica che è principio del vivente, in quell’idioletto segreto che solo la creazione artistica può condividere. Metamorfosi che non è semplice cambiamento ma è passaggio, allontanamento da sé, movimento che coincide con il respiro della natura, che con la sua presenza intramata di suoni rinvia al transitorio e a cui l’arte può dare voce.

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In ordine: Lin May Saeed, Dach der Welt - The Liberation of Animals from their Cages X (Il tetto del mondo - La liberazione degli animali dalle loro gabbie X), 2010 
polistirolo, vernice acrilica, lana di poliestere, legno, 
100 x 140 x 38 cm; On the float /Auf dem Floß (Sul galleggiante), 2007, 
polistirolo, vernice acrilica, acciaio, 
140 x 264 x 58 cm. Foto Eric Tschernow; dettaglio


Per l’arte di oggi è importante distinguere la vecchia idea “moderna”, otto-novecentesca, di “cambiamento” dalla nozione contemporanea di “trasformazione”. “Questa trasformazione - afferma Carolyn Christov-Bakargiev, direttore del Castello di Rivoli - è basata sulla metabolizzazione: i lavori in mostra indagano in che modo siamo vitali e come creiamo noi stessi come forme dionisiache in movimento, superando ogni fissità inerte”.
Come sostiene la curatrice della mostra, “Metamorfosi rappresenta l’esercizio del pensare la vita con l’immaginazione e soprattutto senza gerarchie e vincoli. Gli artisti hanno cercato di restituire con il loro gesto libero, svincolato da stili o generi la segreta tessitura della natura, quelle tracce sottili che liberano il pensiero, lo invitano allo sconfinamento, all’aperto. Disegni, fiori, un’armata d’amore, una nuvola di tessuti magici, canzoni, voci, pane come perline, danzatori a testa in giù sulle tele, bassorilievi babilonesi in poliestere... Lavori che si sottraggono ai vincoli della forma, del margine, ma vogliono andare oltre la soglia. Metamorfosi mostra l’esposizione all’imprevedibile che è materia della vita stessa, della sua inesplicabile bellezza, della sua enigmatica energia che si rivela in una goccia di pioggia che bagna la foglia di un antico albero fossile”.

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In ordine: Eduardo Navarro, We Who Spin Around You (Noi che ti giriamo attorno), 2016, documentazione dell’azione. Opera commissionata e prodotta da The Highline Art, New York. Foto Liz Ligon; Ingela Ihrman, The Giant Hogweed (La Panace gigante), 2016, canna, carta, filo di nylon, plastica, lacca, cinghie di nylon, gommapiuma, farina di frumento, 600 x 300 x 300 cm. Courtesy l’artista; Ingela Ihrman, veduta dell'installazione presso il Castello di Rivoli - Museo d'arte contemporanea.


METAMORFOSI - LASCIATE CHE TUTTO VI ACCADA
A cura di Chuz Martínez
Castello di Rivoli - Museo d'arte contemporanea
FIno al 24 giugno 2018

132. SIMONE MONSI

CAPITOLO FINALE

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Sunset Hand Pouf (Healing of Solastalgia: A Proposition), 2017, stampa a sublimazione su tessuto in neoprene, polistirolo, imbottitura, 76x116x116 cm. Courtesy l'artista e UNA gallery, Piacenza. Foto © t-space studio


Due elementi saltano immediatamente all’occhio quando si osservano i lavori della serie “Capitolo Finale” di Simone Monsi.
La prima è l’hardness dei “macro pixel” che saturano la superficie delle presenze totemiche, il cui soggetto è sempre il medesimo: immagini di tramonti dai colori decisamente vividi. La seconda è la softness che queste sculture naturalmente esprimono, nel loro fare riferimento a mani e oggetti morbidi di uso domestico.
In un certo senso è come se l’artista volesse dichiarare fin da subito quali sono i due mondi a cui fa riferimento. Da un lato l’universo digitale, quello che vive nei nostri smartphones, tra touchscreen, schede video e micro componenti elettronici, dall’altro quello naturale in cui siamo immersi.

Simone Monsi formalizza quella che è ormai la normalità. Una tecnologia che ci permette di fotografare la realtà, di intervenire virtualmente su di essa fino a crearne infinite versioni possibili.
Succede così che non si riesca più a comprendere il limite tra originale e artefatto. L’esperienza di intervenire autonomamente sulle immagini grazie ai programmi di ritocco presenti sugli smartphones permette a chiunque di essere un pò artista e un pò graphic desiner. Allo stesso tempo si tratta di un’esperienza emblematica che si colloca in maniera simbolica all’interno di un palinstesto di azioni neo liberali che hanno come protagonisti l’uomo del XXI secolo.

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CAPITOLO FINALE: Let’s Forget About It Let’s Go Forward – From Meaning To Intensity, il ventiseiesimo episodio di Mani!! I Love Holding Hands – It’s okay for me to be here!, 2016, mixed media, dimensione variabile. Courtesy l'artista e UNA gallery, Piacenza. Foto © t-space studio


L’artista parte da fotografie di tramonti digitalmente alterate che si trovano nell’universo di Instagram. Immagini all’interno delle quali il foto ritocco rende il colore di questi soggetti, già naturalmente acceso, ancora più saturo e vivace. Il rimando è quello a un fenomeno ambientale sempre più comune: la presenza di tramonti estremamente colorati, ma proprio per questo innaturali e tali a causa della presenza di micro particelle di carburante nell’aria.
Anche Federica di Carlo, artista a cui Platform Green ha già dedicato una news, ha realizzato una serie di lavori molto interessanti su questo argomento. Nel suo caso, l’arcobaleno diviene manifestazione visibile della fragilità dell'equilibrio in cui si trovano il pianeta e le nostre esistenze.
La domanda che l’artista si e ci pone è la seguente: può un fenomeno atmosferico come l'arcobaleno segnalarci qualcosa al di là della sua affascinante bellezza?


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In ordine: Federica Di Carlo, Untitled / The unbearable lightness of being, veduta dell'installazione presso l'Istituto Svizzero, Roma, 2017, stampa su plexiglass, morsa; dettaglio; Come in cielo così in terra (progetto in corso dal 2013), stampa digitale su plexiglass o vetro. Courtesy l'artista. Foto credits Fausto Brigantino


“Capitolo Finale è uno dei tre lavori che ho realizzato per il mio Degree show a Goldsmiths. In questo lavoro in particolare volevo condensare tre elementi che erano stati centrali nella mia ricerca dei due anni precedenti: la mano, a rappresentare le frizioni tra corporeità e tecnologia; i tramonti presi da Instagram, utilizzati come metafora di una transizione verso la nuova era geologica dell’Antropocene; e le piccole gambe che fuoriescono dal corpo di Lilith, personaggio di Evangelion, a simboleggiare un interesse più ampio verso il tema della solitudine presente nell’anime. Nelle mie sculture, quelle gambe sembrano anche radici e per un attimo le manone diventano alberi. C’è un senso di vitalità grottesca in queste foto di Instagram che sviluppano delle gambine per scappare via...Il titolo del lavoro poi è strutturato come negli anime, dove il titolo dell’episodio è diviso in due parti a cui si aggiunge il titolo principale della serie con sottotitolo; spesso anche unendo termini inglesi con il giapponese che io ho sostituito con l’italiano. Ciascuna delle quattro parti del titolo rimanda a un momento importante del percorso seguito nella mia ricerca, con riferimenti che vanno da Bifo Berardi a Hiroki Azuma allo stesso Evangelion.
Lo stesso discorso vale per il “ventiseiesimo episodio”, che tradizionalmente è quello finale nelle serie anime. Che fossi pronto o no, stava arrivando l’ultimo episodio di un percorso iniziato sei anni prima, quando per la prima volta mi sfiorò l’idea di proseguire gli studi all’estero. Un momento che per me rappresenta la metabolizzazione di tanti anni di studio, l’accettazione del fallimento di un sistema economico che aveva promesso di renderci più ricchi generazione dopo generazione e il mio posizionamento all’interno di un discorso accademico che riflette su possibili scenari futuri. E da lì ripartire, come parte integrante di una comunità, di un network".
(Estratto dell'intervista tra l'artista e Marco Arrigoni, pubblicata su ATP Diary il 21 febbraio 2017).

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Like Mops on the Beach, 2016, seta, acciaio, ferro, pittura acrilica, 71x68x106 cm, 70x106x57 cm. Courtesy l'artista e UNA gallery, Piacenza. Foto © t-space studio

131. REBIRTHING


Daniele Giunta, Alberta Pellacani e Silvano Tessarollo sono i protagonisti della mostra Rebirthing, un percorso intenso, attraverso alcuni dei luoghi più intimi, sfuggenti e intangibili dell’esistenza. Fino al 28 aprile 2018 alla galleria La Giarina di Verona.

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Daniele Giunta, Build life, 2018, veduta dell'installazione. Courtesy La Giarina, Verona

“Dimmi quando tornerò a vivere / dimmi quando ti respirerò”. Così cantavano gli Skillet, un gruppo rock di Memphis, nel 2006. E il titolo della canzone era proprio Rebirthing, come quello dato alla mostra alla Galleria La Giarina. Ri-nascere, riscoprire l’arte del respiro, la voce del silenzio, il lato nascosto delle cose. È fare esperienza del mondo, esserne di continuo attraversati. Affermare una pratica che va ben oltre il noto verbo di Descartes: “Cogito, ergo sum” (Penso, dunque sono): e cioè “Sento, dunque sono”. È sostenere che la condizione umana non è solo spirituale, ma anche corporea. Perchè il corpo è profusione del sensibile; è inscritto nel movimento delle cose e si mescola a esse con tutti i suoi sensi. Non si può dividere con un taglio netto soggetto e oggetto, interno ed esterno. Noi non guardiamo da fuori, ma da dentro. È vero: è la vista che (soprattutto oggi) proietta l’uomo nel mondo, ma lo mette a contatto solo con la sua superficie. Gli permette di riconoscere le cose, ma non di conoscerle, di interpretarle, di viverle. La vista ha bisogno di tutti i sensi per esercitarsi nella sua pienezza. “Vedo con occhio che sente, sento con mano che vede”, ha scritto Goethe in “Elegie romane”. Come chiamare questo sopravanzamento o sconfinamento sensoriale? Palpazione oculare o occhio aptico? In fondo, si tocca con gli occhi come i ciechi vedono con le mani.


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In ordine: Alberta Pellacani, Silvano Tessarollo, veduta della mostra. Courtesy La Giarina, Verona


Ebbene, gli interventi dei tre artisti invitati a Rebirthing (Alberta Pellacani, Carpi, 1964; Silvano Tessarollo, Bassano del Grappa, 1956; Daniele Giunta, Lago Maggiore, 1981) testimoniano una sorta di brama esplorativa, di bisogno di immersione desiderante nella materia del mondo. Pellacani con i suoi Palinsesti (di Mantova, di Venezia) sembra rivisitare la storia delle città, creando una visionaria geografia fatta di consistenze fittizie, echi, spessori d’aria. Impiegando una sorta di superficie specchiante “filma” il mondo che ci circonda e lo porta a sciogliersi e a ricomporsi, come in un sogno ad occhi aperti. Il suo è uno sguardo che conosce la misura del non finito, anzi dell’indefinito, di ciò che è sospeso, cangiante, metaforico (come in Changing) o al limite della visibilità (come in alcuni disegni appena abbozzati e percepibili solo al buio). L’operazione di Tessarollo invece dà l’idea di un ritorno a una naturalità pura, come quella auspicata da Lévi-Strauss o dagli scritti di Pasolini. Egli vuole far avvertire l’architettura segreta sottesa a elementi come alberi, rami, campi di grano. Gli interessa la scoperta, la presentazione, l’insurrezione del valore magico e meravigliante delle materie viventi, come la terra, la cera, la paglia. Fino a realizzare un grande telero (Sine sole sileo, 2017), dove sparge sulla superficie polvere di torba, come fosse una metaforica semina, capace di unire terra e cielo, profondità e altezza.

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TESSAROLLO 7

In ordine: Palinsesto Urbano NY II 04, 2018, stampa digitale, 62,5x86,5 cm ciascuno; Silvano Tessarollo, Sine Sole Sileo, 2017, terra e fango su carta, telaio in legno, 210x300 cm. Courtesy La Giarina, Verona 


Giunta, infine, arriva ad abbandonare ogni cosa (naturale o artificiale che sia): si trasferisce perfino nel Verbano (VCO), dove il mondo non è quasi più mondo, ma un luogo in cui perdersi, “uno spazio infinito” in cui è necessaria “un’attenzione altra” (come dice lo stesso artista). Lì, “l’arte diviene una sorta di condizione sperimentale in cui si sperimenta il vivere” (J.Cage): lì si è disponibili a tutti i fatti della vita: al passare del tempo, al costruirsi una casa, all’accendersi un fuoco, al praticare l’apicoltura (come Giunta ci mostra nel video Build from Flowers, 2017). A contare è proprio il mistero dell’essere (e dell’esistere), l’edificio della creazione, il tempio del mondo.

Ovvio che la Galleria più che un semplice spazio espositivo, divenga una dimensione di esperienza, arte, lavoro, amore. Senza prodursi in proclami ideologici o in discorsi legati all’ecologia, gli artisti intendono farci sentire, conoscere, gustare il sapere-sapore di un’esistenza creativa. Il loro è un viaggio iniziatico all’origine delle cose. È un immergersi nel loro segreto, un “rebirthing”, un rinascere e dimorare in esse.

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Daniele Giunta, Arnia Warré esagonale, 2018; Build from flowers, 2017, still da video, 19'38''. Courtesy La Giarina, Verona


REBIRTHING
Daniele Giunta, Alberta pellacani, Silvano Tessarollo
A cura di Luigi Meneghelli
La Giarina, Verona
Fino al 28.04.18

130. THOMAS DE FALCO

Ricucire Nature

Si è chiusa da poco alla Triennale di Milano la personale di Thomas De Falco dal titolo Nature, a cura di Laura Cherubini. 
L’artista ha presentato per la prima volta una vasta e completa selezione dei propri lavori. Opere che spaziano dall’arazzo bidimensionale all’arazzo scultoreo, dalla scultura tessile alla scultura tessile su tela.

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Thomas De Falco, Nature, Triennale Design Museum, Milano 2017. Courtesy e Triennale Design Museum.


Formatosi presso la Scuola Superiore d’Arte Applicata del Castello Sforzesco di Milano, De Falco racchiude la propria ricerca scultorea in una particolare e personalissima tecnica tessile, il wrapping, che consiste nell’avvolgere attorno ad un’anima di materia tessile, dell’altra materia tessile fino a creare forme che ricordano quelle delle radici degli alberi. Attraverso questa tecnica, l’elemento naturale, alla base degli studi e delle ricerche dell’artista, è infatti tramutato nelle forme scultoree della materia tessile abilmente intrecciata da De Falco.

A evidenziare lo stretto rapporto che lega l’artista con la natura i quaderni personali di De Falco, nei quali l’artista è solito cucire le foglie appena staccate dagli alberi su supporto cartaceo realizzando, in questo modo, tessiture studiate in punti precisi che consentano il movimento e quindi il processo di trasformazione della foglia. È proprio grazie all’intervento sulla natura prima, e attraverso la trasmutazione in intreccio del filo poi, che l’artista agisce sulla dinamica di maturazione della natura “congelando” ed “imprigionando” la materia in un blocco scultoreo..

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Thomas De Falco, Nature, Triennale Design Museum, Milano 2017. Courtesy e Triennale Design Museum.


L’atteggiamento della pratica artistica di De Falco, volto a creare connessioni a diversi livelli, si inserisce in un periodo storico molto particolare. Con l’avvio del nuovo secolo la globalizzazione ha iniziato a contabilizzare i suoi danni all’interno di tutti gli ambiti della società. Va inoltre detto che ad oggi la globalizzazione non è stata in grado di abbattere i molti muri che alimentano ingiustizie e diseguaglianze, generando piuttosto nuove e crescenti occasioni di divisione. Tutto questo accade nell’era digitale, in un presente iper connesso e apparentemente privo di ostacoli al dialogo, all’interno del quale non si può non rilevare la tendenza più o meno latente, in alcuni casi del tutto manifesta, a costruire barriere.

E’ dunque un dato di fatto l’aumentare costante delle divisioni, fisiche e non, all’interno di un presente fatto di tensioni politiche, sociali ed economiche. Pensiamo semplicemente alle barriere di cui sempre più spesso sentiamo parlare, o con cui abbiamo a che fare in maniera diretta, quelle in cemento, impiegate per proteggere i centri urbani da imprevedibili attacchi terroristici. Forse l’ultima versione, quella tascabile, di altri sbarramenti molto più imponenti e costosi. E’ il caso del famoso muro con il Messico annunciato e promesso dal neoeletto Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Tramp, che si prevede verrà realizzato sul confine tra i due stati nel corso della sua presidenza. Nulla di nuovo dal momento che ne esiste uno già dal 1990. 



All’interno di questo contesto storico, in cui l’idea di limite è quanto mai attuale (anche quello di non ritorno che è stato varvato nei confronti della relazione uomo-natura), pratiche artistiche come quella di Thomas de Falco sottolineano atteggiamenti che remano in senso opposto. Le stesse performance che l’artista realizza mettono in scena un bisogno di relazione che si esplicita nella tensione generata dall’utilizzo di materiali tessili che si tendono fino a “legare”, “cucire” o “ricucire” rapporti e relazioni sull’orlo della frattura.
(A.L.)

 

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Thomas De Falco, Nature, Triennale Design Museum, Milano 2017. Courtesy the artist e Triennale Design Museum.


In occasione della mostra l’artista ha realizzato una performance e un’installazione tessile dal titolo Intricacy, pensata appositamente per interagire con gli spazi della Triennale di Milano. Come nel libro Le Petit Ami di Paul Léautaud, pubblicato nel 1903, che affronta il tema della madre come “regina assente”, De Falco sembra concepire la figura materna, nelle sue più eterogenee accezioni, nelle forme scultoree di una grande madre-albero costituito da più di 500 metri lineari di materia tessile.
I performer, inizialmente isolati e immobili, rigorosamente a occhi chiusi, modificano lo stato iniziale fino a compattarsi in un “grande abbraccio” consolatorio che metaforicamente ci riporta alle tragedie sociali con le quali siamo purtroppo abituati a confrontarci quotidianamente.
Un abbraccio in cui i soggetti sembrano fortificarsi e che assomiglia, o almeno sostituisce, quello di una “madre assente” che come “natura matrigna” si abbatte sull’umanità contemporanea.
Dai loro corpi incastonati nel blocco scultoreo si estendono così grandi radici di wrapping che si espandono nell’ambiente circostante collegando mani, piedi e capelli alla struttura architettonica dello spazio espositivo.
Sebbene la materia tessile sia parte “fisica” principale dell’installazione, la reale protagonista del progetto è la performance, mezzo che l’artista usa per “dare vita e parola alla materia”.

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Thomas De Falco, Intricacy, Triennale Design Museum, Milano 2017. Courtesy the artist e Triennale Design Museum.