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124. FLOWERS AND DOCUMENTS

Una mostra in due episodi all’ArgeKunst di Bolzano

Flowers and Documents - Arrangement I and II è l’ultimo progetto espositivo in due capitoli, appena terminato all’ArgeKunst di Bolzano, a cura di Emanuele Guidi.

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Martina della Valle in collaborazione con Rie Ono, One flower one leaf #3. Fiori Recisi, vaso, dimensioni variabili, 2017. ©ar/ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2017 


Come stagioni consecutive, i due capitoli Arrangement I e Arrangement II hanno raccolto e messo a confronto posizioni di artiste e artisti il cui interesse nelle composizioni floreali, apre a esplorazioni in campi di ricerca diversi e paralleli. Partendo da questo tempo tradizionale in pittura, ed entrando in dialogo con il paesaggio del Sudtirolo con la sua rigogliosa e radicata industria floricolturistica, la mostra ha presentato pratiche che si concentrano e confrontano in maniera critica con i concetti di decorazione, ornamento, effimero e marginale.


Bouquet e Ikebana presentati come dispositivi che permettono di muoversi al margine di eventi storici e del “presente estremo”, per affrontare questioni come la decolonizzazione, la legalità, l’identità culturale e il placemaking. Allo stesso tempo, mettono in discussione l’idea di documento offrendo modi trasversali per comprendere sia la natura di “testimonianza e “reperto” (exhibit), sia l’atto stesso del mettere in mostra.

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In ordine: Kapwani Kiwanga, Flowers for Africa, 2014 – in progres; Milena Bonilla e Luisa Ungar, Ladies, Parrots and Narcotics, fiori recisi e vaso, lecture-performance. ©ar/ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2017; Veduta della mostra il 22.06.2017- ©ar/ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2017


In occasione di Arrangement II, che Platform Green ha visitato poco prima della chiusura, Martina Della Valle ha presentato One flore, one Leaf #3, ricerca in progress che parte dallo studio dell’Ikebana per affrontare l’analisi delle zone residuali del paesaggio e dell’intervento umano sulla vegetazione cittadina. Un lavoro che riflette sui concetti di tempo e di vuoto e sulla capacità nell’arte dell’Ikebana (come nel linguaggio della fotografia) di esaltare dettagli considerati “minori” tramite un processo di decontestualizzazione. Kapwani Kiwanga parte invece dalle composizioni floreali che decorano le cerimonie che celebrano l’indipendenza per affrontare le storie di decolonizzazione dei paesi Africani mentre Haris Epaminonda presenta #21B/H che così racconta:
 “Ciò che mi interessa dell’Ikebana è la metodologia sistematica di costruire relazioni tra i vari elementi che li costituiscono, sempre a partire da precisi parametri e regole, e come queste nuove relazioni si costituiscano una volta contrapposte a immagini a colori di siti o reperti archeologici, anche solo parzialmente visibili”.

In mostra è poi presente il lavoro di Ettore Sottsass Jr, che tra il 1972 e il 1979 si allonta dalla sua attività di designer di studio per viaggiare in zone desertiche in giro per il mondo alla ricerca di un rapporto più radicale tra oggetto, architettura e paesaggio che ha generato architetture e gesti perforativi temporanei ed effimeri. Poi, Natalie Czech che analizza la pratica vittoriana di usare le composizioni floreali come forma clandestina di comunicazione tra amanti, lavori di Oliver Laric, Bruno Munari, Milena Bonilla e Luisa Ungar e il percorso Serra III.

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In ordine: Paul Thuile, selezione della mostra Serra III, a cura di Paul Thuile presso Gärtnerei Schullian Floricultura, veduta dell’installazione. ©ar/ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2017;

123. VIVA ARTE VIVA

Trans-padiglioni e un capitolo tutto dedicato alla Terra

“L’arte è viva e occorre considerare anche l’arte per se stessa, per quello che apporta nella nostra vita quotidiana”.

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Anna Halptin, Planetary Dance, 1981-2017, performance filmata da John e Marguerite Veltri, video, colore, suono, 4’19’’. Courtesy: La Biennale di Venezia


Nasce da queste parole della curatrice e direttrice Christine Macel l’ultima edizione della Biennale di Venezia.
Ciò che appare evidente, visitando la mostra allestita negli spazi dell’Arsenale, è che l’arte non è un semplice strumento di propaganda estetica o un prodotto economico pensato per ricchi collezionisti, piuttosto, uno strumento che possiede ancora il potere di veicolare messaggi di ampio respiro e in grado di dialogare con il pubblico.

Senza l’arte non si può reinventare il mondo, non si può immaginare il mondo di domani. Il ruolo degli artisti è anche quello di trasformare la realtà grazie all’arte...L’arte è un modo per riconciliarsi con se stessi. Ti permette di esperire la realtà in maniera globale: c’è il pensiero, c’è l’esperienza fisica, c’è l’emozione... E l’emozione ti dà da pensare, creando un loop. L’arte destabilizza e ci si deve avvicinare considerando anche le proprie emozioni, quel che si sente di fronte ad essa, e poi sviluppare il confronto razionale.” (C.M.)

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In ordine: Anna Halptin, Planetary Dance, 1981-2017, performance filmata da John e Marguerite Veltri, video, colore, suono, 4’19’’; Antoni Miralda, Joan Rabascall, Dorothée Selz, Edible Performance, 2017
, Performance, edible installation. Courtesy La Biennale di Venezia


Forte dell’esperienza maturata al Centre Pompidou di Parigi, Christine Macel mette al centro della sua curatela il ruolo “pedagogico” dell’arte e l’interazione con gli spettatori, proponendo artisti e opere pensate per arrivare ad un pubblico ampio al quale l’idea curatoriale propone contenuti e messaggi di grande respiro.
Il percorso si articola in nove “Trans-padiglioni” che si susseguono nei suggestivi spazi dell’arsenale: Il Padiglione degli Artisti e dei Libri, quello dell Gioie e delle Paura; il Padiglione dello Spazio Comune, delle Tradizioni e degli Sciamani; il Padiglione Dionisiaco, dei Colori e il Padiglione del Tempo e dell’Infinito. Ma ciò che ci ha incuriosito maggiormente è evidentemente il Padiglione della Terra, al quale Platform Green dedica un’attenzione particolare.

Il Padiglione della Terra riunisce allo stesso tempo utopie, constatazioni e sogni intorno all’ambiente, al pianeta e al mondo animale. Una raccolta ampia e affascinante che propone ricerca di artisti più e meno noti la cui ricerca è accomunata da un fil rouge che emerge in maniera forte e chiara: dalle utopie comunitarie alle risonanze ecologiche ed esoteriche degli anni Settanta, dalle riflessioni attuali sulle relazioni dell’ambiente con le strategie del mondo capitalista, passando per le finzioni individuali, mettendo in luce al contempo sia una certa malinconia sia una profonda gioia.

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In ordine: Charles Atlas, The Tyranny of Consciousness, 2017, video a cinque canali, installazione, colore, audio: voce guida e Lady Bunny, 23’44’’; Nicolás García Uriburu, Various works, 1968-1973, materiali vari; Thu Van Tran, Untitled, 2017, materiali vari. 57th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva (Installation view). Courtesy: La Biennale di Venezia


Marcos Avila Forero presenta il video Atrato (2014) il cui titolo nasce dall’omonimo fiume colombiano: una delle vie del commercio e delle migrazioni prima di diventare la colonna portante del conflitto armato in quelle terre. L’artista dialoga con le comunità che vivono lungo questo fiume, in lotta per la sopravvivenza delle proprie tradizioni, e filma “azioni rituali” ad opera di uomini e donne intenti a “suonare l’acqua”. Un gesto di ribellione, volto a recuperare il legame con le radici perdute.

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In order: Marcos Avila Forero, Atrato, 2014, HD video, color, sound, 13’52’’; Julian Charriere, Future Fossil Spaces, 2017, salt from Salar de Uyuni, lithium-brine in acrylic containers, dimensions variable; SHIMABUKU, Various works, 2007-2016 , mixed materials. 57th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva. Courtesy: La Biennale di Venezia


Julian Charrière propone una riflessione sulla cosiddetta “era dell’antropocene” con una suggestiva installazione che porta avanti le sue ricerche sul litio, chiamato anche “oro bianco. Il giapponese Shimabuku espone The Snow Monkeys of Texas - Do Snow Monkeys remember mountains? (2016). Nel video, l’incontro di un gruppo di scimmie con un cumulo di neve, in un paesaggio arido, è l’epifania di una presenza incomprensibile, che desta curiosità perché fuori contesto, ma che va oltre lo shock cognitivo. Le scimmi della neve, trasferite dal Giappone al Texas nel 1972, hanno sviluppato un adattamento posto, ma cosa ne è stato della loro memoria?
Sono poi presenti le ricerca storiche di Maria Lai, Nicolas Garcia Uriburu, Bonnie Ora Sherk, Anna Halprin, Oho Group, Antoni Miralda, con Joan Rabascall, Dorothée Selz, Jaume Cifra e di altri artisti di indiscussa bravura.

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In ordine: Michael Blazy, Collection de Chaussures, 2015-2017 scarpe, piante, terra, acqua, mixed media, 375 x 510 x 80 cm; Acqua Alta, 2017, fotocopie a colori da Instagram, acqua sgocciolata, 50 x 150 x 150 cm; Maria Lai, Legare collegare, Un filo di Maria Lai Real. Tonino Casula, 1981; 57th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva. Courtesy: La Biennale di Venezia

 

122. SAM FALLS

SINE SOLE SILEO

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Sam Falls, Untitled (Andy), 2017, redwood burl, elio, vetro, elettricità e trasformatore, 233,7 x 119,4 cm. Courtesy Galleria Franco Noero, Torino


Entro, e come spesso accade quando varco la porta di una galleria, mi domando quali saranno le sensazioni che mi attendono oltre la soglia. Lo spazio della Galleria Franco Noero di Torino accoglie in maniera naturale, quasi istintiva i lavori degli artisti che vi entrano: un fattore importante, che ho avuto modo di notare in più di un’occasione. Ma questa volta una piacevole sensazione di benessere mi trasporta immediatamente in una dimensione di sospensione, tanto fisica quanto mentale. Riconosco qualcosa di bello, di poetico e di magico in quello che sto osservando.
Sam Falls ritorna a Torino per la sua seconda personale che, ancora una volta, come già accadde nel 2015 con il progetto per “In Residence”, ruota attorno all’ombra e al tempo, ai suoi ritmi naturalmente lenti e impercettibili. E lo fa portando con sé un vissuto di anni di lavoro necessari alla realizzazione delle opere esposte: 7 tele, 2 sculture, 8 fotografie e 1 video.

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Sam Falls, sine sole sileo, veduta della mostra presso Galleria Franco Noero, Torino


Un progetto che appare quasi un tributo all’opera fotografica di Ansel Adams e a quella di Robert Adams, due maestri della fotografia che in maniera dichiarata costituiscono la fonte di ispirazione per l’artista di Los Angeles. Il primo per la capacità di fermare il lato più sublime e selvaggio della natura, il secondo, per la narrazione delicata e malinconica, che parla dell’uomo moderno e del suo disincanto rispetto al paesaggio americano.
Interrogandosi su come potersi porre in relazione con queste due precedenti ricerche, su come dirigere nuovamente lo sguardo verso le foreste del suo paese, l’artista porta avanti un discorso artistico già iniziato e un interesse per la natura già coltivato. Sam Falls ha infatti deciso di trascorrere quasi tre anni visitando i parchi nazionali americani, utilizzando pennello e colori per cercare di entrare in contatto, in maniera quasi simbiotica, con il flusso sanguigno della natura e il battito nascosto del tempo.
Frutto di un’esposizione prolungata al trascorrere delle giornate, del tramontare e del calare del sole, i segni colorati tracciati dall’artista sulle tele sono il racconto di un dialogo invisibile tra la luce e gli elementi naturali (una pianta, una pietra, una porzione di paesaggio).

“Cominciando a mezzogiorno, ho seguito l'ombra sulla tela di lino fino al tramonto, usando un nuovo colore per la linea successiva una volta completata quella che la precede. Inseguendo l'ombra con il pennello, queste tracce diventano meridiane organiche, immagini che catturano sia la transitorietà che la permanenza dei luoghi. Sono immagini di una luce e di una temporalità ripetutesi per secoli, come i legni pietrificati del Petrified Desert National Park, o in maniera più effimera, secondo la stagione, come le foglie decidue della Green Mountain National Forest.“ (Sam Falls).


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In ordine: Sam Falls, Untitled (Green Mountain National Forest, Vermont), 2016, 8x10 Fujichrome film incorniciata dall'artista, 31,7 x 25,4 cm; vedute della mostra; veduta dell'installazione video, Untitled (Joshua Tree National Park, California), 2016, 8x10 Fujichrome film incorniciata dall'artista 31,7 x 25,4 cm. Courtesy Galleria Franco Noero, Torino


Ecco spiegata quella sensazione di intimità e di ispirazione che mi aveva accolto all’ingresso. L’energia “raccolta” da Sam Falls all’interno dei parchi è più che mai viva e comunicativa e la straordinaria capacità di proiettare lo spettatore in quei luoghi è qualcosa che probabilmente esula dal potere creativo dell’artista, appartenendo piuttosto a quella connessione ancestrale tra l’uomo e la natura che, proprio nell’era che stiamo vivendo, manifesta in maniera ancora più evidente la presenza di un cordone ombelicale che ci lega ad essa.

Oltre ai lavori su tela, Sam Falls presenta in mostra una serie di fotografie nelle quali ha fissato la luce del luogo e del tempo, un video dai toni fitomorfi e due sculture realizzate con tavole di legno di sequoia appartenenti ad alberi della Redwood National Forest giunti al termine del loro ciclo di vita naturale. Si tratta di due grandi lastre che l’artista ha deciso di mettere in relazione con le sagome dei suoi compagni di viaggio e sulle quali ha deciso di intervenire con un neon rosaceo, anch’esso con un rimando alla figura umana. La sensazione è quella di vedere rivelata una sorta di arteria magmatica che ancora pulsa e genera energia. Vecchie di secoli, queste creature trovano ora finalmente riposo e al contempo acquisiscono uno status di vita eterna. L’obiettivo dell’artista, di cavalcare il battito del tempo geologico della natura e di costruirne un'immagine, un ritratto, raccogliendo la traccia e la vulnerabile stabilità delle riserve naturali in balia dei frenetici meccanismi di crescita dell’occidente è raggiunto. (A.L.)

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Sam Falls, Sine Sole Sileo, vedute della mostra presso la Galleria Franco Noero, Torino

121. Krištof Kintera

POST——NATURALIA

Lo scultore ceco è il protagonista della bellissima mostra alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia che rimarrà aperta fino al 30 luglio 2017. Una personale riflessione sul delicato rapporto tra natura e cultura, attraverso opere e installazioni che ricercano e propongono un nuovo equilibrio tra dimensione naturale e artificiale.

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Krištof Kintera, Laboratorio dell'artista, 2017. Collezione Maramotti, veduta della mostra. Ph. Dario Lasagni


Microchip, cavi elettrici, oggetti di plastica, componenti metalliche e ogni sorta di materiale in grado di comporre il complesso “sistema nervoso” che regola il macro organismo della società contemporanea: sono questi i protagonisti dell’opera di Krištof Kintera.
Il titolo della mostra appare ampiamente esplicativo: lo scenario in cui si inscrive la nostra esperienza quotidiana come singoli e come collettività non è più quello del mondo naturale.
Nella cosiddetta “età del rame”, basata sulla trasmissione di energia e informazioni, la natura è paragonata da Kintera a un enorme sistema nervoso; anche per questa ragione il suo progetto si innesta in diversi spazi della Collezione come in un organismo vivente.

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Kritof Kintera artista mostra collezione maramotti post naturalia naturale artificiale postmodern cali elettrici microchip

Krištof Kintera, Postnaturalia, 2016. Collezione Maramotti, veduta della mostra. Ph. Dario Lasagni


In primis la Natura viene ricreata e rigenerata nello spazio denominato Laboratorio dell’artista. Immagini, fotografie, appunti e disegni alle pareti, materiali di scarto, elettrici ed elettronici, alambicchi, lampade, sostanze chimiche sono tutti strumenti e oggetti del mestiere che divengono per l’artista elementi generativi di una nuova bellezza naturale. Nello spazio sono presenti anche alcuni video che riportano suoni e processi di lavoro reali di Kintera nel suo studio a Praga.
Prendendo a modello l’attitudine antica dello scienziato e i suoi prototipi (modellini ed erbari conservati in teche nel laboratorio) nuovi tipi di piante vengono coltivate, classificate e seminate in un ampio sistema nervoso para-vegetale che trova spazio in una seconda sala della Collezione. Il Systemus Postnaturalis presenta un tappeto sintetico di piante che cresce tra un’intricata rete radicolare di rame: tre isole che sono raccordate tra loro da percorsi esperibili dal visitatore. Anche la luce, che ne favorisce la crescita, viene pilotata artificialmente nello spazio.
Nell’ingresso principale, fra l’atelier e il bosco sintetico, si innalza un’imponente scultura di oltre tre metri, Electrons Seeking Spirit; l’opera, realizzata con cablature di fili che ne costituiscono lo scheletro portante, termina con una testa animale. Intorno a questa gravitano altre piccole sculture, creature che provocano un senso di panico collettivo per un “sistema senza spirito”.
Uscendo in giardino, sotto piante vere, le opere Praying Woods sono ritualmente protese verso il cielo o prostrate verso la terra. La loro struttura fa parte della “natura naturale”: raccolte dall’artista nei boschi del suo Paese, sono state immerse e congelate in un bagno d’argento.

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In ordine: Krištof Kintera, Electrons Seeking Spirit, 2016. Collezione Maramotti, veduta della mostra. Ph. Dario Lasagni; Evolution Revision, 2015/2016, tecnica mista, 110 x 90 x 70 cm; Electrons Seeking Spirit, 2016, tecnica mista, 395 x 420 x 420 cm. Courtesy e © Krištof Kintera. Ph. C. Archivio dell'artista.


“Mi piace l’espressione “natura naturale”, perché questo è il punto di partenza di tutto il dibattito sulla cultura e la natura stessa. In realtà si potrebbe dire: quando la cultura arriva la natura muore, ma ovviamente non possiamo condividere questo punto di vista. Piuttosto sento che siamo parte della natura, proveniamo dalla natura, così la natura siamo noi e tutto ciò che abbiamo creato è anch’esso natura. E’ quasi impossibile delineare una linea di confine tra la natura e la cultura. Per esempio, in Europa le foreste assomigliano già più a parchi che a foreste, non è vero? Quindi, sono natura o cultura? Anche l’architettura è natura e una struttura di microchip è anch’essa una natura ‘naturale’ “. (K.K. cit.)

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Krištof Kintera, Datalia Immanis, 2016/2017, tecnica mista, 25 x 67 x 60 cm. Opera esposta nella sala Filippo Re, Museo Civico, Reggio Emilia. Courtesy e © Krištof Kintera. Ph. C. Archivio dell'artista


Kintera si insinua nel tema del “post-naturale” con vivide suggestioni visive che conduce con spirito ironico, giocoso ma anche amaro, nel quadro di una complessa interrogazione sociale e politica sul nostro tempo, mosso dalla speranza di sollecitare consapevolezza su una questione di grande attualità.
Il rapporto con la “Natura naturale”, il tentativo di conoscere, anche immaginando, e di dare un ordine alle diverse forme di vita biologica – ancoraggio alla nostra tradizione culturale – sono per Kintera un punto di partenza che viene provocatoriamente sovvertito costruendo scenari totalmente artificiali, lavorando e generando nuovi materiali sintetici e prodotti di scarto che costituiscono il nostro habitat quotidiano para-naturale. Una provocazione malinconica che induce il desiderio di creare scenari alternativi in cui scienza e tecnologia – protagoniste nella costruzione del nostro paesaggio fisico e del nostro sistema di relazioni – possano procedere alla costante ricerca di un “nuovo umanesimo” in cui l’uomo – e non la sommatoria delle sue funzioni – rimanga solidamente al centro e avanzi senza dimenticare la sua identità, la memoria culturale collettiva in cui si inscrive la sua esistenza e la permanenza di relazioni reali.
L’artista allora può forse suggerire una nuova tessitura poetica alla tecnologia in cui non “smemoriamo” chi siamo?

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In ordine: Krištof Kintera. Postnaturalia, 2016. Collezione Maramotti, veduta della mostra. Ph. Dario Lasagni; Allestimento di Krištof Kintera - Postnaturalia, March 2017, Ph. Sofia Picariello; Herbaria Electronica, 2016/2017, tecnica mista, opera esposta presso la sala Filippo Re, Museo Civico, Reggio Emilia; Postnaturalia, immagine guida della mostra. Courtesy e © Krištof Kintera, Ph. C. Archive of the artist


“Ovviamente sono consapevole delle nostre responsabilità, le nostre - voglio dire dell’umanità - per i drastici cambiamenti del clima, l’estinzione delle specie e di ogni sorta di organismi viventi, e dunque dovremo affrontare dei problemi fatali prima o poi. E’ la nostra vergogna, è la mia vergogna. D’altra part affermare “dobbiamo proteggere la natura” mi è sempre sembrato ridicolo. Non puoi proteggere la natura, perché ne sei solamente una componente infinitesimale. La natura è più forte di tutta l’umanità e la stessa natura è più grande del nostro pianeta, allora come possiamo proteggere qualcosa così? Dovremmo piuttosto comportarci con maggiore modestia, e già questo basterebbe”. (K.K. cit.)

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In ordine: Krištof Kintera, Praying Woods, 2015/2016, installazione nel giardino, Ph. Dario Lasagni; Praying wood I / Praying wood IV, 2015/2016, tecnica mista, 100 x 38 x 40 cm / 30 x 68 x 40 cm; Krištof Kintera, ritratto. Courtesy e © Krištof Kintera, Ph. C. Archivio dell'artista


Cit. Krištof Kintera. Intervista all’artista di Marina Dacci, in Krištof Kintera. Post—naturalia, Silvana Editoriale, 2017, p. 172.

120. HAPPY EARTH DAYS

AL PAN DI NAPOLI SI CELEBRA LA GIORNATA MONDIALE DELLA TERRA

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Dalla prima giornata Mondiale della Terra nel 1970, sono trascorsi quasi cinquant’anni, ma a ben vedere non sembra che le cose vadano verso la giusta direzione.
E’ recente l’annuncio da parte dell’Omm (Wmo), secondo cui nel 2015 è stato raggiunto il triste primato di anidride carbonica nell’atmosfera, che ha superato stabilmente la soglia di 400 parti per milione. Dunque, a detta di molti tecnici e scienziati è stato varcato il punto di non ritorno.
In aggiunta, le scelte politiche della nuova presidenza americana vanno nella direzione opposta rispetto alla salvaguardia degli equilibri ambientali, mettendo in secondo piano la riduzione delle emissioni di CO2 nell’atmosfera e la riflessione sulle cause del surriscaldamento del pianeta.
Obiettivo: produrre a ogni costo e indiscriminatamente, assecondando il pensiero odierno secondo il quale l’unico percorso evolutivo possibile coincide con una produzione industriale e un consumismo sempre maggiore.

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Sembrerebbe dunque forse più sensato parlare di questa celebrazione come di una nuova tradizione che, a livello planetario, per un qualche senso di eticità e di responsabilità condivisa, ripropone periodicamente un monito fin troppo declamato.
Dunque che fare? Restare o andare? E in quale lato della barricata prendere posto? L’occasione per innalzare nuovamente la riflessione ecologica è dunque la prossima Giornata Mondiale della Terra che, a partire dal 22 aprile prossimo, sarà celebrata al PAN di Napoli, con una serie di eventi (alcuni anche collaterali) che si protrarranno fino al 29 dello stesso mese accomunati da un filo conduttore che quest’anno è “Ego ed Eco: individualismo e coscienza ecologica”.
L'evento, ideato, promosso e organizzato dall’associazione ArtStudio’93, in collaborazione con l'Assessorato alla Cultura e Turismo del Comune di Napoli, ha ricevuto, anche quest'anno, il Patrocinio del Comune di Napoli ed il Patrocinio dell'Earth Day Italia, entrando nel calendario delle Celebrazioni nazionali ufficiali dell'Earth Day 2017 nonché di WWF, Greenpeace Gruppo locale Napoli e Slow Food.

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Ecco il programma:

Sabato 22 aprile
Ore 11.00: presso la Sala Pan: Conferenza di presentazione
Ore 13.00: presso il Loft: Aperigreen, degustazione offerte dalle aziende partner dell’evento
Ore 17:30: presso la Sala Pan: Presentazione del libro “Il campo espanso”

Domenica 23 aprile
Dalle ore 9.30 alle 14.00: Apertura Mostra
Ore 10.00: Ciclo passeggiata artistica (su prenotazione)
Ore 16.00 presso Spazio Nea: Collegamento in videoconferenza con Lodi per l’inaugurazione ufficiale della Cattedrale Vegetale di Giuliano Mauri

Lunedì 24 aprile
Dalle ore 9:30 alle 19:00: Apertura Mostra

Mercoledì 26
Dalle ore 9:30 alle 19:00: Apertura Mostra

Giovedì 27 aprile
Dalle ore 9.30 alle 17.00: Apertura Mostra
Ore 10.00 presso L’area didattica: Laboratorio di riciclaggio creativo per bambini a cui seguirà una merenda sostenibile
Ore 17.30 presso Spazio Nea: Conferenza dedicata a Joseph Beuys sul tema “Joseph Beuys e la pratica ecologica come scultura sociale”

Venerdì 28 aprile
Dalle ore 9.30 alle 19.00: Apertura Mostra
Ore 10.00 presso l’area didattica: Laboratorio didattico a cura dell’Associazione Agrigiochiamo “Misura la tua impronta” a cui seguirà una merenda sostenibile
Ore 10.00 presso l’area didattica: Attività didattica sull’acqua a cura di Ferrarelle “Water Book” a cui seguirà una merenda sostenibile
Ore 17.30 presso la Sala Pan: Conferenza sui “Progetti d’arte per la Terra”
Ore 18.30 presso il Loft: Aperigreen, degustazione offerta dalle aziende partner

Sabato 29 aprile
Dalle ore 9.30 alle 19.00: Apertura Mostra
Ore 10.00 presso l’area didattica: Laboratorio didattico per famiglie sugli imballaggi a cura del WWF
Ore 17.30 presso la Sala Pan: Cerimonia di Premiazione
Ore 18.30 presso il Loft: Aperigreen, degustazione offerta dalle aziende partner

119. ADRIANO VALERI

PAESAGGI AL MARGINE

Colori acidi, ambientazioni in bilico tra reale e irreale, o per meglio dire, surreali.
Luoghi pensati ma anche vissuti, esito dell’immaginazione e frutto della contemporaneità. La pittura di Adriano Valeri è decisamente espressiva e comunicativa. Parla in modo chiaro, nonostante le allusioni incomplete a dimensioni che solo in parte intendono esprimere qualcosa di certo.

Adriano Valeriartista pittura natura periferia paesaggio scarto societ platform green

Adriano Valeri, Dogs of the Sinai, 2015, disegno, collage e pittura acrilica su carta, 22x29 cm. Courtesy l'artista e Galleria Marcolini, Forlì


Nato a Milano nel 1987, ma da tempo trapiantato a New York, Adriano Valeri ha sperimentato diversi medium prima di sentire quello pittorico come il più adatto alla sua sensibilità artistica.
La genesi del suo lavoro nasce da un confronto diretto con lo spazio, lunghe camminate, escursioni e tanto tempo speso in solitaria nella natura e affonda le radici nel bisogno che fin da piccolo lo portava a copiare le immagini naturalistiche presenti nei libri di storia naturale. Valeri ripropone gli elementi di scarto della vita urbana che ritrova all’interno di paesaggi transitori e marginali, tanto più interessanti perché fuori dalle consuete narrative.
Le sue ambientazioni non rispondono alla chiamata ecologica, né si interessano in maniera specifica a un’idea di natura da amare o salvare. Piuttosto, l’allusione sottile che l’artista fa, richiama alla mente le letture critiche di Pier Paolo Pasolini e la sua critica aspra alla società corrotta e spregiudicata. Una chiave dunque più politica, che porta alla ribalta le esperienze di vita “ai margini” e che rivela la presenza di un grande fermento e una grande energia anche là dove apparentemente tutto sembra abbandonato e compromesso.
In questo, la scelta dei colori provocanti, delle forme non nitide, volutamente “sfocate” evocano una dimensione sospesa, tipica degli adolescenti e dei meno abbienti, principali protagonisti che quotidianamente vivono e abitano tali luoghi e condizioni.

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In ordine: Adriano Valeri, The Florida Room, 2015, olio su tela, 160x140cm; Air Handlers, 2015, olio su tela, 140x160 cm; Araucarie, 2014, olio su tela, 220x180 cm. Courtesy l'artista e Galleria Marcolini, Forlì


“Fra le cose che mi danno la maggiore soddisfazione c'e' la pittura e l'osservazione del mondo naturale, e per me le due attività sono ormai profondamente complementari, anzi li sento personalmente necessari.
Con ciò non intendo un'attività terapeutica, o conoscitiva in modo oggettivo, ma credo che per molti pittori, dipingere sia una forma specifica per reintegrare le esperienze che sfuggono alla verbalizzazione, di tradurle, fissarle e rivisitarle al di fuori della lingua. Quindi quando guardo il paesaggio, sento il bisogno di indagarlo pittoricamente, non di celebrarlo, né di descriverlo fedelmente, ma proprio di costruirne delle immagini utili a riviverlo e fissarlo.”

 

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In ordine: Adriano Valery, Memory Disc, 2016, olio su tela, 140 cm d.; Yours Truly, 2016, olio su tela, 140 cm d.; Rubberneckers, 2017, olio su tela, 140 cm d.; Memory Disc, 2016, olio su tela, 140 cm d.; courtesy l'artista e Galleria Marcolini, Forlì


“Se consideriamo il paesaggio come una matrice che registra l'azione di tutte le forze che vi agiscono: biologiche, meteorologiche, antropiche, allora gli spazi marginali diventano molto significativi, i nostri scarti parlano della nostra cultura materiale, gli impianti termici e i ventilatori parlano dei nostri corpi, di come la tecnologia agisce sulle nostre esperienze dei luoghi.
Quando raffiguro le lattine, i sacchetti di plastica, i fazzoletti sporchi, i tubi delle condotte, le confezioni alimentari e i cavi elettrici, mi concentro su tutti questi materiali collocati ai margini del nostro vivere, che sono pur sempre presenti che ci piaccia o no. I colori che scelgo riflettono un senso di alienazione ed urgenza, ma sono anche i colori della segnaletica, degli energy drink, dei volantini, di un luogo caldissimo, come l'asfalto sotto il sole d'agosto. La giustificazione migliore che posso dare della mia attività' pittorica e' di produrre una testimonianza della Terra come la viviamo in questo momento storico, annodando le forze antiche e apparentemente eterne della natura con gli scarti inconsapevoli della nostra civiltà attuale”.

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Adriano Valeri, Profezia Minore, 2015, pittura acrilica su carta, 25x35 cm. Cortuesy l'artista e Galleria Marcolini, Forlì

118. SWISS MOUNTAINS

Scenari di montagna al Kunstmuseum di Basel

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Ernst Ludwig Kirchner, Amselfluh, 1922, olio su tela, 120 x 170.5 cm. Kunstmuseum Basel, con il contributo del Dr. H.C. Richard Doetsch-Benziger e Max Ras erworben, 1944. Courtesy Kunstmuseum Basel, foto Martin P. Bühler


Montagne, l’epitome di stabilità e permanenza, di realtà che trascende il tempo. Curata da Eva Reifert, la selezione di opere che proviene dalla collezione del Kunstmuseum di Basilea, dimostra in quale maniera la nostra idea di montagna e il modo che abbiamo di rappresentarla si sia evoluto, a partire dalle prime esplorazioni nelle regioni montuose delle Alpi, circa due secoli e mezzo fa, fino ai tempi più recenti.
La raffigurazione delle Alpi emerge come un genere distintivo proprio nel secolo dei Lumi e un pittore come Caspar Wolf, che effettua lunghe escursioni nelle montagne, incarna a pieno lo spirito della ricerca scientifica che è tipico della sua epoca. Alla vigilia del ventesimo secolo, d’altro canto, l’opera di Ferdinand Hodler evidenzia il suo sforzo di superare l’approccio realista e ripristinare il mistero insito nella natura. Attraverso un’estetica che mette in evidenza tutta la loro maestosità, Hodler riesce invece a trasmettere quel senso di timore e di indefinitezza che si prova di fronte ai fenomeni incontrollabili e indecifrabili della natura.

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Alexandre Calame mountain swiss mountain exhibition kunstmuseum basel platform green nature landscape

In ordine: Ferdinand Hodler, Die Dents du Midi von Chesières aus, olio su tela, 65.7 x 88.3 cm. Courtesy Kunstmuseum Basel, Vermächtnis Max Geldner, Basel, 1958.
Alexandre Calame, Am Urnersee, 1849, Olio su tela, 194 x 260.5 cm. Kunstmuseum Basel, dono degli eredi di Marie Vischer d’Assonleville, 1950. Foto: Kunstmuseum Basel, Martin P. Bühler.


Il formato stesso delle opere è un indicatore di come il mercato e l’apprezzamento del pubblico cambia nel corso del tempo nei confronti di questo genere, acquistando mano a mano sempre maggiore prestigio: alla metà dell’Ottocento i primi turisti sono affascinati dai delicati e intimi “souvenir de voyage” di Johann Ludwig Aberli mentre i vasti panorami mozzafiato di Alexandre Calame riescono a soddisfare inequivocabilmente il desiderio dei suoi clienti di possedere tale inquadratura all’interno di un oggetto d’arte.
In termini storico-artistici, la selezione di opere presenti in mostra traccia un arco che va dal Romanticismo all’Espressionismo.
Dalle raffigurazioni idealizzate di cime innevate di Joseph Anton Kock alla pittura di Segantini che riporta sulla tela le sensazioni live frutto della pittura en plaid air, fino a Ernst Ludwig Kirchner che utilizza in maniera “violenta” e sfacciata rosa e violetti per esprimere e visualizzare gli stati d’animo più intimi e reconditi.
L’addomesticamento delle vette alpine e dei panorami montani come fonte di attrattiva turistica è diventato inoltre, nel corso del tempo, il marchio di fabbrica di un luogo come la Svizzera. Ciò che sembra essere cambiato molto poco è invece il desiderio che spinge la gente verso questi luoghi così come le esperienze che ognuno portano con sé dopo aver esplorato e vissuto il confronto con la montagna.
I lavori in mostra riflettono un insieme sorprendentemente costante di temi all’interno dell’iconografia in questione: il desiderio di abbandonare la vita di tutti i giorni, la gioia dell’esperienza del bello naturale, l’euforia di poter sovrastare il tutto così come la consapevolezza che esiste qualcosa di decisamente più grande di noi.

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In ordine: Swiss Mountains, veduta dell'installazione presso Kunstmuseum Basel, foto Julian Salinas; Niklaus Stoecklin, Landschaft bei Visp, 1920, olio su tela, 51.5 x 59 cm. Acquistato con il contributo dei fondi Birmann. Courtesy Kunstmuseum Basel, foto: Martin P. Bühler
Giovanni Giacometti, Paesaggio d’autunno, 1927, olio su tela, 100.4 x 104.9 cm. Kunstmuseum Basel, di proprietà dell’Ufficio Federale della cultura di Berna (depositato in prestito permanente, Kunstmuseum Basel), 1929. Kunstmuseum Basel, foto: Martin P. Bühler


SWISS MOUNTAINS
Kunstmuseum, Basel
a cura di Eva Reifert

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116. FRANCO MELLO

PROVOCAZIONI E CORRISPONDENZE

La Fondazione Plart di Napoli ha recentemente inaugurato la mostra PROVOCAZIONI E CORRISPONDENZE. Franco Mello tra arte e design, a cura di Giovanna Cassese. L’evento rientra nell’edizione 2017 di PROGETTO XXI, in collaborazione con Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee.

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Franco Mello, Sedute Suburbia

Autore del celebre appendiabiti Cactus, progettato nel 1972 insieme a Guido Drocco per l’azienda Gufram, Franco Mello è un artista eclettico, versatile, generoso. La sua produzione muove dal design alla fotografia, dalla grafica all’editoria, in un flusso creativo, geniale e fecondo, che lo vede, al contempo, docente, creatore di gioielli e ideatore d’installazioni multimateriche.
A questo proposito, Flaviano Celaschi scrive: “Franco Mello è un prodotto bellico che ha avuto la fortuna di vivere i migliori anni degli ultimi secoli. Lo ha fatto senza mai decidere che mestiere fare, senza mai vivere di lavoro, portandosi continuamente da un progetto all’altro in un’ansia di irrequietudine intrisa di pensiero riflessivo, senza mai chiedersi se fosse arte, design, editoria, grafica, televisione, allestimento, architettura, o altro”.
Esposti su un supporto progettato da Felix Policastro, la rassegna raccoglie oggetti-scultura in poliuretano espanso prodotti per "Gufram e Dog Design": tra questi, la Seduta Incastro, il Tavolo Erba, il Cactus – presentato in tutte le sue riedizioni prodotte dall’azienda piemontese, fino allo Psychedelic Cactus del 2016 ad opera dello stilista Paul Smith – le sedute Suburbia, Mun e Mun Bis.

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In ordine: Franco Mello, La Grande Zucca; Mun and Mun; Testone con pratone, veduta dell'installazione presso il Castello di Rivoli. Museo d'arte contemporanea; Cactus.


Un nuovo modo, dunque, di intendere il design attraverso elementi d’arredo ripensati e riprodotti con originalità, ironia e spirito visionario. La lumaca Lulù, ad esempio, che non mangia lattuga ed ama stare al centro dell’attenzione; la Grande Zucca, sulla quale possono comodamente sostare tre o quattro persone, in una versione avanguardista della più celebre carrozza delle favole; la seduta di mattoni rossi – da qui il nome “Mun” sopracitato – la cui dura e scomoda apparenza non deve trarre in inganno gli avventori; il Divano Bill che richiama, nelle linee e nei colori, un tavolo da biliardo – purtroppo mai entrato in produzione – per giocatori esperti.
Nella mostra "PROVOCAZIONI E CORRISPONDENZE" anche i gioielli di Michelangelo Pistoletto, Emilio Isgrò, Mimmo Paladino, Marco Gastini, Matteo Bonafede, Aldo Spinelli della collezione "Sfioro", ideata nel 2013 dallo stesso Franco Mello, con Mauro Bonafede e Susanna Besio Tosco, in occasione della quale ciascun artista ha progettato un gioiello poi realizzato in tiratura limitata e per mezzo di tecniche orafe artigianali quasi dimenticate.
Completano la rassegna, due video inediti ed una nutrita raccolta di fotografie realizzate da Franco Mello, in linea con quel dialogo armonioso tra le arti che l’autore così sapientemente rappresenta, dirigendole ed orientandole con la maestria di un navigato direttore d’orchestra, affinché confluiscano in una sola sinfonia simmetrica e coerente.

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In ordine: Metacactus; Roccocactus; catalogo della mostra The rock furniture. Il design della Gufram negli anni del rock presso il Castello di Rivoli, 2002; Incastro; Tavolo Erba.

 

PROVOCAZIONI E CORRISPONDENZE. Franco Mello tra arte e design
Fondazione Plart - Napoli
A cura di Giovanna Cassese
Fino al 3 giugno 2017

117. FABIO MARULLO

Figuration Plants

di Elisabetta Villani 

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Fabio Marullo, Ciò che di misterioso è palpabile, 2016, argilla bianca, cm 53 x 42 x 24. Foto di Francesco Pizzo. Courtesy l'artista

  • Fabio Marullo, che da tempo porta avanti una personale ricerca, scavando in luoghi sconosciuti della mente e della biologia generale, approfondisce, attraverso varie tecniche (pittura, disegno, scultura) l’osservazione dei fenomeni della vita e le leggi che governano gli esseri viventi.
Il suo lavoro si presenta come un viaggio dentro un giardino misterioso, con l’intento di coglierne la natura invisibile, misteriosa, forse caotica. Indagare le proprietà delle cose, dei luoghi ma prima di tutto della natura e degli organismi che la abitano.
    La sua rappresentazione, per quanto radicata in una dimensione reale, fatta di processi fisici determinati (egli infatti raccoglie ciò che rimane di piante, radici e dettagli floreali), si lascia contaminare anche da una sfera più sognante. L’artista crea così nuove archeologie, immaginarie, ideali, fantastiche, altri universi d'interpretazione.

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  • In ordine: Orbite, 2016, veduta dell'installazione, dimensioni variabili; Aprirci all’enigma dell’essere, 2015, olio su lino, cm 140x100, courtesy collezione Cultrera; Ciò che di misterioso è palpabile, 2016, olio su lino, cm 39x34. Foto di Francesco Pizzo. Courtesy l'artista

  • In particolare, la sua attuale produzione di lavori dal titolo "Figuration Plants", parte dall’individuazione di creazioni primitive, che con il loro carattere ineffabile sono state per molto tempo considerate scientificamente “scherzi della natura”; organismi con caratteri distintivi dubbiosi, caratterizzati da un senso di sospensione a-temporale. Il riferimento è all’universo dei fossili: testimonianze del passato cariche di fascino e di mistero circa la reale identificazione della loro natura e derivazione.
    Mi viene in mente, a tal proposito, la pubblicazione di The life of the inanimate objects di Paul Nash, nel 1938, per il magazine “Country Life”. Nash è un pittore surrealista, e negli anni Trenta comincia ad usare la fotografia come forma di registrazione immediata, nonché di documentazione della realtà, declinando, anche in questo caso, il suo interesse per gli objet trouvé che riscopre in natura (conchiglie, pietre, radici, pezzi di scisto...).

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  • In ordine: Paul Nash, The Life of the Inanimate Object, Country Life, May 1937, Tate archive. Courtesy Tate Modern London. Fabio marullo, Cio che di misterioso è palpabile, 2016, matita e inchiostro su pergamena, cm 30,5 x 22,5. Foto di Francesco Pizzo. Courtesy collezione privata


  • Elisabetta Villani

    Fabio, quali sono i riferimenti dai quali parte la tua ricerca e il tuo interesse per “gli oggetti strani”, oggetti in bilico, apparentemente fuori contesto’?

    Fabio Marullo

    La natura e il suo continuo gioco di trasformazioni rimane il mio paradigma di riferimento, ciò da cui parto e che propongo. 
Mi interessa realizzare dei lavori che riprendono elementi naturali, senza alcuna distinzione o gerarchia, nella loro reciproca interazione.
La mia idea è che, la combinazione tra natura e artificio, tra organismi viventi e reperti spuri, inneschi deliberati anacronismi, accrescendo quell’idea di ambiguità tanto cercata: ciò che sembra a prima vista una finzione è invece una situazione rigorosamente reale che è sfuggita alla nostra conoscenza o la nostra percezione del vedere, oppure è proprio l’opposto. Il mio interesse è li, in quel luogo dubbioso dove l’accostamento di specie naturali generano delle nuove rivelazioni, “cotali avanzi” per dirla in forma più antica, organismi che per somiglianza morfologica potrebbero essere definiti, come esseri intermedi, tra piante e animali, se non addirittura vegetali.
Queste convinzioni sono il frutto dell’accostamento di un doppio carattere di scavo: il primo in senso letterale, annotato grazie a temi scientificamente trattati nel passato da personaggi illustri del campo delle scienze appunto, e dall’altro da incontri reali e inattesi, quelli che hai sempre immaginato e che una volta esperito, hanno cambiato il modo di vedere le cose.


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    Fabio Marullo, Infiorescenza, 2015, cm 47x57. Courtesy collezione Cultrera


  • EV

    
Il mistero e la doppia vita degli oggetti cosiddetti inanimati è senza tempo e quindi eterno.
 In “Archaeology", un tuo lavoro recente, mostri già il tuo insistente sguardo verso il fantastico, l’immaginario, la memoria, le tracce del tempo, della natura, della storia. C’è un dipinto dal titolo "Garanzia di discendenza" (olio su lino 20x30 – 2015) che potrebbe essere la sintesi o l’assioma di quanto già detto, del tuo continuo interesse.

    FM
    Si in effetti lo è. Il lavoro da te citato s'inseriva in una produzione pittorica per la mostra dal titolo "Archaeology", presentata a Milano, e successivamente ospitata su invito presso CPH-AIR (Copenhagen Artist in Residence); una trasposizione pittorica di un luogo immaginario e fantastico, concepito per associazioni di codici simbolici, memorie sotterranee e piante, una forma di meditazione che metteva in luce la tensione della memoria aspirando ad aprire un palinsesto di nuovi significati pieni di luce e di magia silenziosa.
Il tema propulsore del lavoro Garanzia di discendenza è stato lo spazio ridotto di una tasca della mia giacca, metaforicamente come una piccola serra, dove, a mia insaputa e per un tempo indefinito, aveva trovato posto, attaccandosi in uno spirito collaborativo, un fiore uncinato ormai secco dello "Xanthium Strumarium".
 Un’opera realizzata in memoria di un tempo passato tra l’inizio di un viaggio e il suo susseguirsi. E’ come se la pianta con il suo fiore mi avesse dichiarato la sua eternità, il suo potere e le sue ambivalenti funzioni, in un percorso cosmico tra il primordiale e la perfezione; come una nascita voluta, determinata, ma in continua evoluzione perchè intrisa di esperienze da esperire.

  • EV
    Quali sono i tuoi progetti futuri?
    FM
    Sto lavorando su due progetti: "The Awaiters" è un lavoro sull’idea di attesa, una visualizzazione di un mondo in cui i personaggi e simboli coesistono in un equilibrio sottile e fragile attraverso l'architettura, l'installazione e la pittura.
La costruzione di contenitore come una grande serra in dialogo con delle specie di piante naturalizzate. 
Poi sto lavorando ad un progetto di libro che approfondisce la mia idea di viaggio dentro ad un giardino incerto e dubbioso.

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  • In ordine: Fabio Marullo, Garanzia di discendenza, 2015, olio su lino, cm 20 x 30, courtesy Collezione Cattaneo Diaz; Xanthium strumarium, 2015, tecnica mista. Foto di Francesco Pizzo, courtesy l'artista

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PROPOSTA #15 STEFANO CORBO

RHEOLOGY

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Rheology è un progetto fotografico itinerante, realizzato tra Europa e Medioriente, e caratterizzato da un preciso approccio metodologico: a un intento meramente documentaristico e realista, si sovrappone, attraverso l’esplorazione urbana, la ricerca di condizioni latenti e potenzialità sopite.
Paesaggio naturale e artificiale, città, natura, architettura: categorie interpretative millenarie si fondono in una condizione nuova, sfocata, alterata.
Rheology lavora a una rappresentazione del reale ibrida, costituita da frammenti spazio-temporali da cui è impossibile separare soggetto e oggetto d’indagine.
Anziché immaginare oggetti finiti immersi in uno spazio continuo e omogeneo, attraverso la fotografia possiamo riflettere sulla fluidità come paradigma contemporaneo.
La cosiddetta estetica della sparizione invocata da Paul Virilio assume in Rheology una declinazione divergente: dinanzi al carattere effimero e dematerializzato della produzione artistica recente, Rheology indaga la compenetrazione di agenti, attori e corpi.
E’ possibile quindi definire una reologia dell’arte: vale a dire, una discussione intorno all’arte come flusso materiale e immateriale allo stesso tempo.

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"Reologìa" s.f. Scienza che studia le caratteristiche di deformazione sotto l’azione di forze esterne, dei corpi solidi, e in particolare dello scorrimento dei fluidi e semifluidi in riferimento alle loro proprietà e condizioni (densità, viscosità, concentrazione, temperatura, forze applicate, ecc.) e ai loro rapporti con l’ambiente circostante (pareti del contenitore, loro qualità e forma). [Treccani]

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stefano corbo artista fotografia rheology paesaggio urbano

Per tutte le immagini: Stefano Corbo, Rheology, courtesy the artist
Questa news è stata pubblicata nell'ambito delle proposte che giungono a Platform Green. Per maggiori informazioni in merito alla procedura di invio del tuo progetto o lavoro, vai alla sezione "Contatti" o "Chi siamo".