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110. BACK TO THE LAND

La mostra, visitabile fino al 4 febbraio 2017 a Studio la Città di Verona, è un progetto che coinvolge sette artisti internazionali, chiamati a riflettere sul ruolo dell'arte contemporanea all'interno della riflessione ecocritica e delle problematiche ecologiche nell'era dell'Antropocene.

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Back to the Land, veduta dell'installazione, Studio la Città, Verona, 2016. Photo credit: Michele Alberto Sereni, courtesy Studio la Città, Verona


Il progetto Back to the Land, a cura di Andrea Lerda, non è una semplice mostra, ma la tappa di un percorso virtuale che, a livello globale, ormai da tempo, chiama in causa l’arte contemporanea, quale strumento in grado di portare alla ribalta questioni ecologiche e di stimolare riflessioni ambientali. Un movimento “intestinale”, all’interno del quale l’Italia si è ritagliata da tempo un ruolo da protagonista, forte di un’eredità che, attraverso movimenti come l’Arte Povera, fin dagli anni Sessanta, ha saputo porre le basi per le attuali esperienze artistiche. Non si può poi non tenere in considerazione la presenza di alcune importanti mostre che, nel corso degli ultimi due anni, hanno riacceso i riflettori in maniera evidente su queste tematiche: innanzitutto la programmazione del PAV, a Torino, a cura di Marco Scotini con le mostre La Tenda Verde (Das Grüne Zelt). Joseph Beuys e il concetto ampliato di ecologia, WILD ENERGIES: persone in movimento, ecologEAST. Arte e Natura al di là del Muro e Earthrise. Visioni pre-ecologiche nell’arte italiana (1967-73). Anche il MAN di Nuoro, grazie alla sensibilità di Lorenzo Giusti, ha recentemente presentato i lavori di Michel Blazy, Roman Signer ed Ettore Favini, mentre il Mart ha realizzato la mostra Nature. Arte ed Ecologia presso la Galleria Civica di Trento.
Ancora a Torino, e forse non per caso, Carolyn Christov-Bakargiev ha deciso di inaugurare la propria attività con la mostra Organismi. Dall'Art Nouveau di Émile Gallé alla Bioarchitettura, la Fondazione Merz ha presentato Mario Merz. La natura è l’quilibrio mentre a Villa Panza di Biumo è andato in scena una magnifico omaggio a Meg Webster e Roxy Paine dal titolo Natura Naturans.

La necessità di allontanarsi dai ritmi frenetici della realtà contemporanea, di ritrovare un rapporto paritario con l’ambiente naturale e di espandere la coscienza ecologica ed ecocritica non è di certo un tema recente. Già a cavallo degli anni Sessanta e Settanta, in America, mentre si consuma l’esperienza della Land Art, il movimento sociale “Back to the land” raccoglie attorno a sé un buon numero di sostenitori che promuovono uno stile di vita rurale, in antitesi a quello offerto dalla società tradizionale, malata e corrotta.
Prima ancora, autori come Henry Thoreau ed Hermann Hesse vivono fisicamente l’esperienza della natura, pubblicando in seguito testi che diventeranno veri e propri capisaldi. Sempre in America, nel corso dei due secoli scorsi, si è andata affermando una tradizione letteraria tematicamente orientata, quale strumento fondamentale per la diffusione di una strategia evolutiva integrata e con l’obiettivo di proporre un’interazione uomo-natura più consapevole. Autori come Ralph Waldo Emerson, Charles Robert Darwin, George Perkis March, Aldo Leopold e Rachel Carson sono alcuni dei protagonisti che hanno dato vita a un dibattito ecocritico, oggi più che mai attuale ed acceso.

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Back to the Land, veduta della mostra, Studio la Città, Verona, 2016. Photo credit: Michele Alberto Sereni, courtesy Studio la Città, Verona


Questo grande fermento globale, stimolato da una situazione di perenne pericolo, di cui abbiamo recentemente avuto conferma in seguito all’ultimo monito ufficiale dell’ONU sul livello dei gas serra, è la reazione alla tradizione antropocentrica occidentale, nella quale l’uomo, dotato di ragione e personalità, è ritenuto il solo depositario della legge morale; il sintomo di un malessere che da tempo l’arte cerca di elaborare, a cui l’artista, quale attore e interprete, si approccia in maniera creativa e spesso non scientifica, sfruttando codici e linguaggi in grado di raccontare problematiche importanti, mediante approcci innovativi e non tradizionali.
La mostra Back to the Land, intende inserirsi all’interno di questo panorama estremamente complesso e delicato, attraverso il lavoro di 7 giovani artisti internazionalmente riconosciuti. Pur non avendo l’obiettivo di rappresentare un momento di denuncia aperta, o l’occasione per gridare ad alta voce l’ennesimo triste elenco di eventi e disastri ecologici, Back to the land, vuole riflettere sull’importanza del gesto umano, del senso di responsabilità e del potere che il linguaggio dell’arte contemporanea può rivestire in questo senso. Attraverso approcci formali differenti, i sette artisti invitati mettono in scena metodi espressivi e linguaggi che sono in grado, ognuno a proprio modo, di raccontare una comune attenzione alle questioni ambientali e alle problematiche naturali odierne.
Al centro della riflessione, i codici che l’arte usa per indagare, raccontare e presentare a livello formale lavori che nascono dall’analisi di temi di ampio respiro e di problematiche scottanti che coinvolgono l’intera collettività. Una riflessione di natura etica e morale accomuna tutte le opere che compongono la mostra, nella speranza che il messaggio veicolato non sia esclusivamente percepito in chiave negativa. La dimensione poetica della natura, il potere ancestrale della terra e le forze profonde che ci legano ad essa, devono essere ciò che ci spinge a vedere l’arte come un’opportunità, all’interno di un disegno più ampio e variegato, nel quale la sacralità di un rapporto rispettoso diventi una realtà piuttosto che un auspicio perpetuo. (A.L.)



> ANDRECO

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In ordine: Andreco, veduta della mostra nell'ambito di Back to the Land, Studio la Città, Verona, 2016; Melting and Falling, 2016, wall painting, progetto site specific sulla parete esterna della galleria. Photo credit: Michele Alberto Sereni, courtesy Studio la Città, Verona.

Nella ricerca artistica di Andreco si fondono due anime: quella dell’ingegnere ambientale, che ha condotto ricerche post dottorato sui benefici del verde urbano, in collaborazione con l’Università di Bologna, la Columbia University e la Nasa a New York City, e quella di artista, estremamente sensibile ai danni provocati dall’azione antropica nell’ambiente naturale.
Si tratta di un lavoro che si fonda su basi scientifiche solide, prendendo spunto dall’analisi di problematiche reali e spesso scottanti. Innalzamento continuo dei livelli di CO2 nell’atmosfera, inquinamento dei mari e dei suoli, cambiamenti climatici, cementificazione esasperata: l’”invasione” dell’uomo è per Andreco la causa principale dei danni ambientali. L’artista non fa propaganda, né denunce esplicite, ma un sottile rimando alle tematiche ambientaliste. Le sue opere, caratterizzate da un’estetica riconoscibile, presa in prestito dalla natura, suggeriscono riflessioni, sottopongono a chiare lettere questioni allarmanti che ognuno è libero di analizzare e di scoprire.
Le forme che Andreco utilizza per realizzare buona parte dei suoi lavori, né figurative, né astratte, traggono ispirazione dalla materia naturale, dalla loro estetica minerale, netta, ma pur sempre inesatta. Si tratta di vere e proprie icone con il fascino della terra, che diventano il mezzo attraverso il quale scoprire le connessioni tra arte e scienza, simbolismo e sostenibilità ambientale, anatomia e urbanismo, corpi e città, ecologia e giustizia sociale, emozioni e azioni.
In occasione della mostra Back to the Land, Andreco presenta un’installazione inedita, che si inserisce all’interno del recente progetto Climate01, proposto a Parigi, in occasione del COP21 – Sustainable Innovation Forum 2015, e a Bologna, nel 2016, mediante l’opera site specific dal titolo Emissions (Climate02).
Gli scienziati stimano che la concentrazione di CO2 nell’atmosfera abbia una conseguenza diretta con l’aumento delle temperature e le modificazioni del clima. 350 parti per milione di biossido di carbonio nell’atmosfera è un livello considerato “sicuro” (anche se questo rimane pur sempre il giudizio arbitrario dell’uomo). L’attuale concentrazione di CO2 si aggira attorno a 397 ppm e nell’anno in corso raggiungerà, e probabilmente supererà, la soglia dei 400ppm.
L’intervento dell’artista diventa così un grande totem evocativo, la punta di un iceberg osservata al microscopio. Dal grande wall painting al centro, Andreco inizia la sua narrazione che completa attraverso il disegno, la pittura e la scultura, tutti volti a fornirci il suo “punto di vista”.
Attraverso la realizzazione di un secondo intervento site specific sulla parete esterna della galleria, l’artista ci invita a non intendere l’opera come un semplice intervento artistico, piuttosto, il collegamento diretto con quanto accade nel mondo reale, ogni istante che passa. Le figure proposte sono presenze dinamiche, in divenire; il frame di un film che chiama in causa il fenomeno dello scioglimento dei ghiacci e dell’inquinamento atmosferico. (Andrea Lerda)



> CRISTIAN CHIRONI

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In ordine: Cristian Chironi, veduta della mostra - selezione di libri appartenenti alla serie Cutter, 2010 - 2016; veduta della mostra (sx), DATA (Farfalle d'italia), 2011-2012, carta colla 3M Re-Mount, plexiglass, 3 elementi, 60 x 60 cm ciascuno, dettaglio, (dx). Photo credit: Michele Alberto Sereni, courtesy l'artista e Studio la Città, Verona.

Nell’era in cui il distacco dalla natura è più forte, la reazione inevitabile è quello di un desiderio sempre maggiore di ristabilire equilibri ormai persi. Questo genera un sentimento di protezione che ci spinge a mettere in atto atteggiamenti contraddittori e schizofrenici. I gesti protezionistici si trasformano infatti molto spesso in azioni effimere, corrotte dai mass media e dal potere della green economy.
Maschera da sub e boccale per respirare, Cristian Chironi si "immerge" nelle profondità marine alla scoperta di quanto ancora vi sopravvive. Che si tratti dello spazio terrestre, del cielo o del mare non importa; ciò che conta è sondare, comprendere e dare forma a quanto purtroppo sta per scomparire o che si è già estinto.
Il meccanismo è terribilmente semplice, la parola d’ordine: sottrazione. Cristian Chironi parte da atlanti geografici, erbari, libri vari, e attraverso un gesto performativo, ritaglia tutte le immagini che fanno riferimento a creature viventi, la cui esistenza è minacciata.
Pesci, farfalle, uccelli, ghiacciai, piante, fiori, animali, sono solo alcuni dei soggetti protagonisti della serie Cutter, realizzata a partire dal 2010. Un racconto per immagini mancanti, che lascia intendere quali potranno essere gli esiti futuri se non si innalza il livello di attenzione. E tutto questo interessa gli uomini in prima persona, "conquistatori dell'inutile" che per nessuna ragione possono dirsi al sicuro dalle conseguenze delle proprie azioni.
Ciò che trovo estremamente interessante all’interno delle opere di Cristian Chironi, oltre al tentativo di sottolineare un problema reale, quello dell’estinzione quotidiana di alcune specie di flora e fauna, della perdita di contatto con la natura, dell’abbandono graduale ma irreparabile con le tradizioni, i luoghi e le civiltà, sta nella capacità di dare forma al vuoto. Per comprendere tutte le possibili implicazioni connesse a questo processo, bisogna chiamare in causa la semiotica: il gioco di piani e di sfondamenti che si crea attraverso l’azione dell’artista, fanno si che i suoi libri diventino opere vive e in costante divenire.
Siamo di fronte alla formalizzazione dell’assenza, alla riconfigurazione delle basi su cui poggiano gli equilibri naturali. Questa azione diretta e “chirurgica” è altresì emblematica dell’interazione costante tra l’uomo e la natura; nel processo di asportazione, di ricomposizione, Chironi evidenzia quanto a livello pratico avviene tutti i giorni nel mondo reale, dove il divario tra la biosfera e l’antroposfera è sempre più marcato e frammentato. 
Utilizzare i ritagli di farfalle per una "composizione" ordinata e forzatamente "razionale" sono un atto estremamente emblematico, che sottolinea la natura ambigua dell’uomo “artista”: figura che incarna tutt’ora, nel bene e nel male il ruolo attivo nei processi del mondo. (Andrea Lerda)



NEHA CHOKSI

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Neha Choksi, Found Green, 2006, video, 13 min, courtesy Neha Choksi e Project88

Il fenomeno dell’urbanizzazione rappresenta uno dei temi più interessanti, ma allo stesso tempo problematici, dell’era contemporanea. E’ ormai risaputo che un numero sempre maggiore di persone preferisce vivere nelle aree urbane piuttosto che in quelle rurali, e che oltre la metà della popolazione mondiale abita le grandi metropoli. Il trend diventa ancora più significativo se si considera che il livello demografico globale è destinato a toccare quota 2,5 miliardi entro il 2050.
Dopo Tokyo, Delhi, Shanghai e Città del Messico, Mumbai è la città con il numero di abitanti più alto. Un primato che non può che portare con sé moltissimi problemi a livello urbanistico, ambientale e sociale.
Qui il presente ha letteralmente rasato al suolo il passato, su di esso sono sorti nuovi quartieri, case e baracche. Là dove sorgeva un parco, ora scorre il traffico, lo stesso accade per quelli che un tempo erano spazi aperti, ora occupati da aree mercantili o da altro ancora. "Municipal Corporation of Greater Bombay", questo si legge sulla mappa per la riqualificazione del verde urbano prevista per il ventennio 1981-2001, all’interno del distretto “E” di Mumbai. Una progettazione mai compiuta, che si è dovuta confrontare con la realtà di una megalopoli in continua espansione, all’interno della quale nulla può essere concesso allo spazio ricreativo, tanto meno al verde urbano.
In Found Green (2006), Neha Choksi compie un viaggio proprio all’interno di questa città, svuotata di ogni riferimento al mondo naturale e derubata, dalla sua stessa classe politica, della possibilità di una crescita sostenibile e integrata.
Un nostalgico ragazzo percorre i vicoli del quartiere, interagendo con presenze ormai scomparse o mai esistite. Nel suo cammino, come guidato da una presenza sovrannaturale, si fa portavoce di un messaggio che ha tutto il sapore di un rimprovero.
Nel tentativo di cercare luoghi fantasma, di cui gli stessi abitanti non hanno memoria, l’uomo prende coscienza dell’effettiva geografia della città, all’interno della quale la presenza di un albero, laddove ancora resiste, si mescola in maniera totalmente anonima con le architetture e le dinamiche della città. (Andrea Lerda)


> ANDREA NACCIARRITI

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In ordine: Andrea Nacciarriti, Lottinge 1956, 2013, c-print su dibond, nastro di imballaggio marrone , 125 x 200 cm, photo credit Giovanni Ghiandoni, courtesy Franco Soffiantino Contemporary Art Productions; veduta della mostra a Studio la Città, Verona, 2016, photo credit Michele Alberto Sereni, courtesy Franco Soffiantino Contemporary Art Productions; T102, 2013, tronco levigato dall’acqua, bicchiere di plastica, 60 x 50 x 100 cm, dettaglio, photo credit Giovanni Ghiandoni, courtesy Franco Soffiantino Contemporary Art Productions

Nel 2010 Riccardo Bocca pubblica il testo Le navi della Vergogna, all’interno del quale sostiene che al largo delle coste calabresi, in uno dei mari più pescosi d'Italia e davanti a spiagge spesso affollate di bagnanti, sarebbe sepolta una nave carica di rifiuti radioattivi, fatta naufragare e trasformata in una discarica mortale. La fonte di queste informazioni è il pentito Francesco Fonti, che avrebbe partecipato alle operazioni di affondamento. Partono le ricerche, la notizia viene smentita anche da alte cariche politiche ma l’autore, nonostante sia accusato di diffondere un panico ingiustificato, è in grado non solo di dimostrare che l'ipotesi è corretta, ma di accertare che le navi coinvolte sono molte più di una. Il libro è come un enorme macigno che cade provocando un rumore assordante. Quello che l’autore denuncia è un sistema clandestino, molto esteso, di occultamento di rifiuti pericolosi, e per questo “scomodi”, all’interno del Mar Mediterraneo. Gli attori protagonisti di questa storia sono le cosche mafiose, i servizi segreti di paesi (anche stranieri) che desiderano far sparire le proprie scorie, e il governo italiano, complice e disposto a pagare Fonti pur di evitare che la verità venga a galla.
Nonostante i tentativi di depistamento, le conseguenze dirette di questo terribile fenomeno, proprio grazie al libro di Bocca, non possono più essere nascoste. L’incidenza spropositata di tumori e di altre malattie mortali non è un evento casuale, ma la prova tangibile della denuncia scottante dell’autore.
Partendo da questo evento tragico, che possiamo sospettare sia tutt’ora in corso a livello globale, Andrea Nacciarriti riflette in prima istanza sul ruolo dei media, complici e responsabili di un’informazione superficiale, che nega costantemente ai cittadini la possibilità di sapere la verità su realtà così importanti.
Il suo fine, che prende forma attraverso il linguaggio dell’arte contemporanea, è inoltre quello di sollecitare la stessa opinione pubblica, troppo disattenta e pigra per guardare con occhi consapevoli ciò che accade nel quotidiano.
La figura dell’artista si fa dunque portavoce, attraverso la propria opera, di un messaggio che va oltre la specificità di questi eventi. L’arte si pone come strumento centrale per diffondere fatti di cronaca in grado di raccontare e di mettere in comunicazione il cittadino, il potere politico e gli accadimenti sociali che rischiano di passare inosservati.
Nella fotografia presente in mostra è ritratta la nave Lottinge, costruita nel 1956 (e col tempo denominata in modi differenti), fino a quando nel 1992 è stata affondata dolosamente, assieme al suo carico di scorie, a Cetraro, in Calabria. La necessità di coprire la sua sagoma con le strisce di scotch è un gesto emblematico, che permette all’artista di formalizzare e sottolineare proprio quella sensazione di omertà alla quale è interessato. La traccia audio permette invece di sentire la conversazione tra un pescatore e il comandante della Jolly Rubino, una nave da trasporto che speronò il peschereccio Giovanni Padre negli anni Novanta. Assieme alle sue “sorelle” Jolly Rosso, Jolly Amaranto, Jolly Grigio, Jolly Blu e Jolly Marrone, la nave fa parte di una flotta di navi (che nel 2013 contava ben 14 elementi) che si sono rese protagoniste, assieme alla sua compagnia, di eventi e “incidenti” oscuri.
Infine 04-07_T102 è ciò che resta del tronco di un albero che l’artista ha trovato sulla costa adriatica, vicino a Senigallia, sua città natale, e sul quale è appoggiato un bicchiere di plastica pieno di acqua. L’immagine evocativa di questo “residuo”, porta con sé da un lato la carezza del mare e dall’altro il segno del fuoco. Due facce della stessa medaglia che racchiudono molto della contraddittorietà della realtà contemporanea. (Andrea Lerda)


> GIORGIA SEVERI

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In ordine: Giorgia Severi: (a sinistra) Restoring The World – CURA #1, 2013, legno, stucco, cemento, paraloid, 43 x 23 x 20 cm; (destra) Restoring The World – WHAT REMAINS OF A FOREST, 2012, stampa pigmentata su carta archival matte, 40 x 60 cm; ARSA, 2013, installazione video a due canali, 15 min, un film in collaborazione con Daniele Pezzi e Giovanni Lami, photo credit Michele Alberto Sereni, courtesy l'artista

Il 19 luglio 2012, durante una calda mattinata estiva, la Riserva naturale dell’Ortazzo e Ortazzino, all’interno del Parco del Delta del Po, al Lido di Dante (Ravenna), brucia. E’ l’ennesimo incendio doloso che, anno dopo anno, affligge il paesaggio italiano.
Oltre ad essere un luogo simbolico a livello culturale (Dante Alighieri era infatti solito venire in questi luoghi) la Riserva è protetta dall’UNESCO perché rappresenta l’habitat per molte specie di uccelli migratori, per la sua particolarità ambientale e la grande varietà di flora che la abita.
Il disastro indotto dall’uomo spazza via una porzione enorme di vegetazione; gli abitanti del luogo vivono l’evento come un grande danno morale oltre che ambientale.
In maniera estremamente partecipata, da molti anni Giorgia Severi lavora su quel senso di responsabilità che John Passmore ha argomentato all’interno del testo Man’s Responsability for Nature, pubblicato nel 1974. Partendo dalla consapevolezza che la presenza antropica può avere effetti devastanti, l’artista conduce un’intensa attività artistica, analizzando aspetti antropologici, culturali e naturali, con l’obiettivo di sottolineare e divulgare l’importanza di un contatto più consapevole con il paesaggio e l’ambiente all’interno del quale l’uomo si muove.
Il trauma prodotto dall’incendio è diventato così il punto di partenza per un progetto molto ampio che l’artista ha sviluppato nel corso di un paio di anni. Da un lato un percorso di “restauro” di ciò che resta, che si manifesta con un intervento conservativo di una serie pezzi di legno non totalmente carbonizzati dal fuoco; dall’altro un gesto più “commemorativo” che, nel registrare la traccia di alcuni tronchi esanimi, ammette una sconfitta e la scomparsa definitiva della pineta.
La macchia rinascerà, ma la traccia su carta che Giorgia Severi ha registrato, rappresenterà l’istantanea di qualcosa che non esiste più e il monito affinché quanto è accaduto non si ripeta.
Proprio perché il senso di responsabilità è un sentimento che deve essere condiviso e sentito nella maniera più ampia possibile, l’artista, oltre ad aver prodotto un video che ricorda quel momento, nel 2013 ha realizzato la performance Operazione Campo Base. L’incontro con l’”altro”, all’interno di una tenda allestita in Piazza del Popolo a Ravenna, si trasforma in un rito sciamanico di purificazione. L’artista invita a riflettere sul difficile rapporto uomo-natura, chiedendo alle persone di compiere un gesto intimo: custodire o piantare i semi di quelle stesse piante andate completamente distrutte durante l’incendio. E’ un messaggio si speranza, un nuovo inizio. (Andrea Lerda)


> FRANCESCO SIMETI

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Francesco Simeti, veduta dell'installazione nell'ambito di Back to the Land, Studio la Città, Verona, 2016. Photo credit: Michele Alberto Sereni, courtesy Francesca Minini, Milano

E’ inevitabile, l’uomo deve convivere con l’ambiente che lo circonda. L’inscindibilità di questo rapporto è alla base di buona parte della ricerca di Francesco Simeti, da tempo interessato alle dinamiche ambigue e contraddittorie che esistono tra queste due entità.
In una recente chiacchierata con l’artista, avvenuta subito dopo la bellissima mostra che è stata presentata presso la Galleria Francesca Minini di Milano, Simeti mi racconta di come il senso di responsabilità sia un sentimento ancora troppo nascosto. L’uomo, tutt’ora, continua a non sentirsi parte integrante dell’universo che abita, dal quale dipende, bensì a vedersi come un abitante sbadato e inconsapevole, apparso per qualche strana coincidenza sul pianeta Terra. S’intenda, l’aspetto ecologico non è quello preponderante nell’opera dell’artista, tuttavia è evidente che con questo suo modo di intendere lo “stato delle cose”, le implicazioni in tal senso sono rilevanti. I riferimenti che lo affascinano in modo particolare, sono quelli che chiamano in causa le problematiche legate al cambiamento climatico, l’impatto antropico sulla natura e il dialogo tra dimensione vegetale e urbana nella realtà contemporanea.
Nel 1872 William Cullen Bryant scrisse l’introduzione a Picturesque America, rivendicando il valore del paesaggio degli Stati Uniti: “we have some of the wildest and most beautiful scenery in the world”. Bryant si chiede perché viaggiare in Svizzera quando in America occidentale ci sono così tante montagne selvagge dal fascino sublime. Picturesque America viene pubblicato in un momento cruciale della cultura americana, rappresentando un’inversione di marca nel pensare comune. La Wilderness, fino a quel momento considerata come un nemico, l’ostacolo alla civilizzazione e al progresso, viene apprezzata e preservata.
Partendo da alcune illustrazioni tratte principalmente da questo testo, pubblicato in due volumi tra il 1872 e il 1874 dalla D. Appleton and Company di New York, Francesco Simeti ha realizzato l’opera presente in mostra.
Il paesaggio che osserviamo è il risultato di un processo di sovrapposizione, all’interno del quale collassano assieme aspetti e temi paralleli. Si tratta di un luogo immaginario, indefinito, ma di certo non rassicurante. Un ambiente che appare ostile, non ospitale, i cui colori contribuiscono a comunicare una sensazione che potrebbe ricordare il sentimento di “orrore dilettevole” di cui scriveva Edmund Burke. Ciò che predomina è il grigio, al quale siamo ormai assuefatti, dal quale “dipendiamo”. Qua e là nuvole dai toni acidi potrebbero fare pensare a qualcosa di molto pericoloso, ma a tratti il cielo sembra essere sereno e i colori spenti lasciano spazio a una natura iper colorata e inaspettatamente viva. Comunque vadano le cose, la natura è più forte di noi, e in un modo o nell’altro, prima o poi, si riprenderà i propri spazi. È la lettura personale di Francesco Simeti. (Andrea Lerda)


> JULIUS VON BISMARCK

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Julius von Bismarck, Landscape Painting (Desert), 2015 video HD, 23 min, courtesy l'artista e Alexander Levy Gallery

Percepire l’esatta natura del paesaggio diventa sempre più complesso e domandarsi se esistono ancora luoghi non contaminati dalla presenza antropica è certamente qualcosa di lecito. Non è questa l’occasione per riflettere sul mutare costante dell’idea di paesaggio, anche se il video di Julius Von Bismarck si presta a una lettura estremamente interessante sotto questo punto di vista. Painting Landscape (Desert) documenta un’azione invasiva ai danni dell’ambiente. L’artista interviene fisicamente all’interno di alcune porzioni del paesaggio messicano, “cancellandole” nel vero senso della parola. Ambienti naturali che si prestano in maniera tacita agli esperimenti provocatori di natura estetica, concettuale e formale dell’artista tedesco. Attraverso l’aiuto da parte di volontari locali, Julius Von Bismarck chiede di dipingere piante, cactus e rocce di bianco, per poi riportarli ai loro colori originali, mediante un secondo strato di pittura.
Un intervento al limite del lecito, che suscitando riflessioni di natura morale, richiama alla mente alcuni interventi ambientali della Land Art americana, già protagonisti di un dibattito acceso e controverso in merito all’eticità della loro natura.
Nel video, l’uomo viene descritto come una figura egocentrica che, in maniera del tutto indisturbata, agisce deliberatamente su tutto ciò che incontra.
Il paesaggio, il ruolo che l’azione umana ha su di esso sono temi ricorrenti nella ricerca artistica di Julius Von Bismarck. Già in altri lavori l’artista ha analizzato questi temi, facendo ricorso ad un approccio che chiama in causa l’etica, la semiotica oltre alle scienze cognitive. E’ possibile citare il film Den Himmel muss man sich wegdenken, del 2014; Forest Apparatus, del 2013; Kunst (2012-2015) e Punishment (2011-2012). Su tutti, meritano un commento speciale l’opera Some Pigeons Are More Equal Than Others, del 2012, in cui decine di piccioni hanno subito un processo di “colorazione indotta”, secondo una modalità del tutto simile a quella avvenuta per gli interventi nel deserto. I volatili, diventati presenze multicolor dai colori sgargianti, riaccendono l’attenzione sul rapporto tra l’uomo e le creature animali più in generale. Infine Others Baumanalyse, del 2013, nel quale l’artista, attraverso l’utilizzo di un taglierino, è ritratto mentre è intento a tracciare un solco sempre più profondo attorno al tronco di un albero. (Andrea Lerda)

 


BACK TO THE LAND
Andreco, Cristian Chironi, Neha Choksi, Andrea Nacciarriti, Giorgia Severi, Francesco Simeti, Julius Von Bismarck
a cura di Andrea Lerda
con un contributo in catalogo di Serenella Iovino, una delle voci più accreditate dell’ecocritica internazionale 
e Professore di Letterature Comparate all’Università di Torino
Studio la CIttà / Verona
Fino al 4 febbraio 2017